Oltre 303 miliardi di barili di riserve di petrolio in Venezuela. Mentre in Groenlandia 4.400 miliardi di risorse minerarie: 1.700 miliardi di petrolio e gas e 2.700 miliardi di metalli, fra cui terre rare. Ecco i motivi reali delle mire di Donald Trump
Secondo Paul De Grauwe, docente alla London School of Economics la mossa del Venezuela è un gigantesco diversivo per impressionare l’opinione pubblica in un momento in cui il presidente Usa ha spaventosi problemi interni. E per di più, il Venezuela non è un grande affare. Resta il fatto che il tycoon sta ridisegnando il mercato globale dell’energia.
VENEZUELA: ORINOCO, LA TERRA DELL’ORO NERO
I giacimenti del Venezuela custodiscono oltre 17mila miliardi di dollari di ricavi al lordo dei costi di estrazione e vendita. Secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, la terra dell’oro nero venezuelano si chiama Orinoco, una regione vastissima e ricchissima di idrocarburi. Si tratta però di un greggio difficile da estrarre perché molto denso e pesante. Per rifare gli impianti e avere infrastrutture avanzate servono soldi, tanti. E il Venezuela con la sua compagnia statale Pdvsa (Petroleos de Venezuela SA) non li ha.
DE GRAUWE (LSE): DIVERSIVO PER L’OPINIONE PUBBLICA
Paul De Grauwe, docente alla London School of Economics intervistato da Repubblica sostiene che non sussistano grandi affari per le aziende americane in Venezuela. “Per riattivare l’industria petrolifera venezuelana, dilapidata da anni di malagestione e mancate manutenzioni, servirebbero dagli 80 ai 100 miliardi di investimenti”, ribadisce De Grauwe. Le compagnie americane, infatti, dovrebbero investire in un Paese dove tra il 2020 e il 2025 l’inflazione annua è stata in media del 468%. L’operazione però, è stata annunciata nei tipici toni trionfalistici dal tycoon perché “pretende che le compagnie, che lo hanno ampiamente finanziato in campagna elettorale, condividano tutto il suo entusiasmo”, sottolinea il docente della LSE, ma in realtà il Venezuela è solo un gigantesco diversivo per impressionare l’opinione pubblica in un momento in cui il presidente ha spaventosi problemi interni. Tra cui: i sondaggi in ribasso, il caso Epstein, i dazi che si sono dimostrati un boomerang e che stanno per essere cassati dalla Corte Suprema e l’inflazione che penalizza i consumatori delle fasce meno abbienti.
PETROLIO E GAS A STELLE E STRISCE
Secondo il Wall Street Journal, Trump vuole incontrare i dirigenti delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi per discutere di investimenti significativi nel settore petrolifero venezuelano. Si prevede che all’incontro parteciperanno rappresentanti di Chevron con ConocoPhillips, Exxon Mobil e altri dirigenti del settore. Ma ci vorrà qualche anno perché il Venezuela possa aumentare la produzione da 1 a quei 3-4 milioni di barile al giorno che ha come potenziale. Servono grossi investimenti sulle malandate infrastrutture della Pdvsa per sfruttarle e Trump ha intenzione di chiederli, in cambio di una gestione di lungo periodo, ai colossi nazionali americani.
I CREDITI DI ENI
Anche l’Eni ha interessi in Venezuela. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi nonostante le sanzioni nel 2022 aveva ottenuto da Washington un permesso per continuare a ricevere petrolio da Pdvsa come pagamento per il gas che estrae nel Paese attraverso la joint venture «Carbon IV» con la spagnola Repsol, ma questo permesso è stato revocato a marzo 2025. Ora sta cercando di ottenere i quasi tre miliardi di dollari di crediti che vanta con Pdvsa.
L’ACQUISTO DI LUKOIL
Le Big Oil a stelle e strisce stanno guardando anche al colosso russo Lukoil. Secondo indiscrezioni del Financial Times, confermate da Reuters è imminente l’acquisizione delle attività estere del colosso energetico russo falcidiato dalle sanzioni. E chi compra? Due gruppi Usa, il fondo di private equity Quantum Energy Partners e ancora una volta Chevron. Come riporta Il Fatto Quotidiano si tratta di un patrimonio enorme, stimato in 22 miliardi di dollari con impianti in Europa, comprese raffinerie in Italia, Paesi Bassi e nell’Europa dell’Est, partecipazioni in grandi giacimenti in Iraq, Uzbekistan e Africa. A novembre, Lukoil aveva chiuso un accordo con la svizzera Gunvor, bloccato però dagli States che hanno definito la società di trading “un pupazzo del Cremlino”.“Vogliamo che questi asset finiscano a operatori americani ad infinitum, non qualcuno che compri per rivendere”, ha detto una fonte dell’amministrazione Usa al giornale londinese.
TRUMP RIDISEGNA IL MERCATO PETROLIFERO
Washington controllerà gli idrocarburi del Paese sudamericano “per un tempo indefinito”, ha spiegato il segretario all’Energia Chris Wright. Sarà la statunitense Chevron con le sue navi a muovere il petrolio dai porti venezuelani: una prima tranche di 30-50 milioni di barili, ha annunciato Trump, verrà consegnata agli Usa per essere venduta. Vale 2-3 miliardi di dollari e “i proventi li gestirò io”, ha detto il tycoon. Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, la Cina, a cui in questi anni è finito il 90% del petrolio di Caracas, ha protestato:“È un atto di prepotenza, che viola il diritto internazionale”.
QUANTO VALE LA GROANLANDIA?
Il prezzo stimato dell’isola è di 2.760 miliardi, il 9% del Pil Usa e il 7% del suo debito pubblico: una cifra che tiene conto anche del ruolo della rotta artica che si aprirà con lo scioglimento dei ghiacci. Si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le terre rare. Estrarre queste riserve è tutt’altro che semplice alla luce del clima ostile, della scarsità di manodopera e della carenza di infrastrutture. L’Aaf calcola che il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola sia attorno ai 186 miliardi.
LA POSIZIONE STRATEGICA NELL’ARTICO
Trump vuole la Groenlandia anche per ragioni geopolitiche: l’isola ha una posizione strategica nell’Artico che, con lo scioglimento dei ghiacci, sta diventando terreno di confronto fra potenze. L’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.


