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Libia

Ecco come gli attacchi in Libia influenzano la sicurezza energetica dell’Italia

Cinque attacchi in appena 96 ore hanno assestato un duro colpo al cuore pulsante dell’architettura energetica della Libia, il primo pilastro del nostro approvvigionamento di petrolio

Depositi con oltre 4,5 milioni di litri di carburante e una centrale elettrica chiave per la Libia sono andati in fumo sotto i colpi di droni e d’artiglieria di milizie, contrabbandieri e altri attori locali. Un attacco che rischia di lasciare il Paese africano al buio e l’Italia a secco di petrolio. Ecco perché.

IL GOVERNO DELLA LIBIA SPEGNE LE SPERANZE DELL’ITALIA

Tripoli ha promesso una risposta “ferma”, ma dietro i proclami del Governo di Unità Nazionale (GUN) si nasconde la realtà di un’escalation militare imminente. Nel caso in cui la promessa dovesse sfociare in una nuova campagna militare nell’Ovest, il rischio di una chiusura prolungata dell’infrastruttura diventerà una certezza. Al tempo stesso, svanirà per l’Italia l’illusione di una stabilizzazione libica “a costo zero”. Una scomparsa che la Penisola rischia di pagare a caro prezzo, dopo l’importante scommessa fatta sul Paese africano con gli accordi siglati e programmati nell’ambito del Piano Mattei.

I GIGANTI DEL PETROLIO

I pilastri dell’infrastruttura libica sono tre: Zawiya, Sharara e El Feel. Il primo rappresenta il principale hub di raffinazione e un terminal marittimo centrale dell’Ovest libico. Sharara, invece, con i suoi 300.000 barili/giorno è il più grande giacimento del Paese. Il greggio estratto finisce direttamente a Zawiya. C’è poi il giacimento di El Feel (80.000–90.000 barili/giorno), centrale per l’Italia, operato da Mellitah Oil & Gas, la storica joint venture tra Eni e la National Oil Corporation (NOC).

Se la NOC dichiara la forza maggiore, il terminal di Zawiya si blocca. Di conseguenza, i tubi si saturano e i rubinetti nei giacimenti del Sud devono essere chiusi a chiave. Il collasso del sistema Zawiya-Sharara potrebbe travolgere anche il campo di El Feel. Un effetto domino che trasformerebbe un focolaio d’incendio locale in un blocco dell’upstream libico.

LIBIA, I RISCHI PER IL SISTEMA ITALIA

Roma guarda con attenzione alla situazione in Libia. Infatti, l’Italia è il primo mercato di sbocco del greggio libico. Il 45% dell’export libico di petrolio finisce nel nostro Paese, secondo come confermano i dati consolidati del primo semestre 2026. Basti pensare che nei primi 4 mesi dell’anno l’Italia ha importato 5 milioni di tonnellate di petrolio libico, un quarto del petrolio che alimenta le raffinerie italiane.

Di fatto, l’Italia ha scommesso sulla Libia nel tentativo di affrancarsi dalle forniture russe e diversificare le fonti energetiche nel Mediterraneo allargato. Tuttavia, gli attacchi di droni e armi da fuoco alle infrastrutture energetiche libiche rischiano di far aumentare i prezzi del carburante e mandare all’aria i piani italiani di sicurezza energetica.

COSA C’E’ DAVVERO IN GIOCO IN LIBIA

I recenti attacchi alle infrastrutture energetiche libiche non sono un evento casuale. Infatti, l’impianto sorge in uno snodo nevralgico dove si incrociano le rotte del contrabbando di carburante sovvenzionato verso la Tunisia, le rivalità tra i cartelli militari della Tripolitania e le pressioni politiche sulle nomine dei vertici della NOC. Il greggio libico è ostaggio di guerre per ridefinire i rapporti di forza sul territorio ma gli effetti potrebbero arrivare fino alle coste italiane.

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