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NORD STREAM

Energia, studio su Nord Stream 2: “Così Berlino ha sacrificato la geopolitca all’illusione del mercato”

L’analisi dell’esperto Farid Karimi ricostruisce la parabola dei gasdotti baltici, evidenziando gli errori di calcolo della Germania, le spaccature create tra i partner dell’Ue e le lezioni cruciali per la futura sicurezza energetica europea.

Quando nel settembre 2022 le esplosioni sottomarine nel Mar Baltico squarciarono i tubi del Nord Stream, non distrussero soltanto infrastrutture d’acciaio: affondarono anche anni di certezze strategiche tedesche.

A ricostruire quella parabola, dalle origini alla debacle, è Farid Karimi, Associate Fellow dell’Academy of International Affairs NRW (AIA) Renania Settentrionale-Vestfalia) e docente di Scienze Sociali e Filosofia all’Università di Jyväskylä, in Finlandia. Karimi, esperto di sicurezza energetica, ha firmato un discussion paper intitolato “The Postmortem of the Nord Stream Projects”, pubblicato un po’ di tempo fa proprio dall’AIA, che è un centro di ricerca politica tedesco con sede a Bonn.

Un lavoro che, con il rigore dell’analisi accademica, tenta di rispondere a una domanda scomoda: come ha potuto Berlino scommettere così tanto su un progetto che molti, in Europa, avevano già bollato come pericoloso?

LA NARRATIVA DI UN PROGETTO NECESSARIO

Nord Stream 2 nacque, almeno nelle intenzioni ufficiali tedesche, sotto l’insegna della transizione energetica. Il raddoppio della capacità di trasporto del gas russo verso l’Europa occidentale veniva presentato come un tassello indispensabile per accompagnare l’uscita dal carbone e dal nucleare. Ma Karimi smonta questa narrazione con precisione: dietro la retorica della sostenibilità si celavano pressioni industriali potenti e una visione che separava, artificialmente, la sfera economica da quella geopolitica.

La convinzione che i flussi commerciali potessero procedere indipendentemente dai rapporti di forza tra Stati si è rivelata, con il senno di poi, una delle più costose illusioni della politica europea del dopoguerra. Eppure gli avvertimenti non mancavano: i paesi dell’Europa centro-orientale, Polonia e Stati baltici in testa, li avevano formulati con chiarezza, e anche le agenzie di intelligence avevano segnalato il rischio che Mosca potesse usare l’energia come leva coercitiva. Ma Berlino scelse di non ascoltare.

IL NODO DELLE TENSIONI INTRA-EUROPEE

Il caso del Nord Stream 2 non è però soltanto una storia tedesca: è anche la storia di una frattura interna all’Unione Europea che il progetto ha allargato anziché sanare. Il paper di Karimi dedica ampio spazio all’analisi delle frizioni generate dalla controversia sul gasdotto all’interno del blocco comunitario, mostrando come la mancanza di un dialogo autentico, in special modo tra Berlino e i suoi partner orientali, abbia prodotto un deficit di fiducia difficile da colmare. Ed è paradossale che tutto questo sia avvenuto negli anni di Angela Merkel, la cancelliera che veniva dall’Est e che avrebbe dovuto meglio capire le sensibilità dei paesi sfuggiti (come la Ddr) solo pochi decenni fa dal giogo di Mosca in versione sovietica.

Eppure proprio il Land tedesco-orientale del Mecklenburg-Pomerania Anteriore – con il porto di Mukran e la città di Greifswald divenuti poli economici dell’infrastruttura – incarnava in miniatura questo intreccio tra interessi locali, calcoli nazionali e dinamiche internazionali. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti non hanno fatto che rendere visibile quanto fosse già profonda la contraddizione: un progetto che si voleva europeo era, nei fatti, oggetto di contese tra potenze globali.

LA ROTTURA TRAUMATICA DELL’INVASIONE RUSSA

L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha imposto una rottura traumatica. La sospensione del gasdotto è arrivata in poche ore, ma le risposte politiche di medio termine sono rimaste frammentate, incapaci di tradursi in una strategia energetica coerente a livello nazionale ed europeo.

Karimi non si ferma alla diagnosi e avanza un’articolata serie di raccomandazioni. La sicurezza energetica deve essere elevata a priorità strategica esplicita, non subordinata a logiche di mercato di breve periodo. La comunicazione pubblica sui grandi progetti infrastrutturali deve diventare trasparente e inclusiva. Le fondazioni energetiche e le entità miste pubblico-private richiedono una riforma della governance. Infine, la ricostruzione della fiducia con i partner europei passa necessariamente da partenariati bilaterali concreti e da un approccio che integri la resilienza infrastrutturale sin dalla fase di progettazione.

Nord Stream 2 non è una vicenda chiusa. Le ferite apportate alle relazioni della Germania con i suoi vicini orientali sono lungi dall’essere rimarginate. Secondo Karimi, è piuttosto una lezione che l’Europa può non deve mai dimenticare: per riconoscere le proprie vulnerabilità strutturali, prima che si ripresentino sotto altra forma.

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