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Siderurgia Taranto ex Ilva

Ex Ilva, Urso apre alla cordata italiana: piano da 2 miliardi per Taranto dopo la sentenza di Milano

Il sistema industriale valuta il rilancio degli impianti dopo l’ordine di spegnimento dell’area a caldo. Federacciai: “Atto di responsabilità per salvare occupazione e autonomia strategica”.

Svolta decisiva in arrivo per l’assetto della siderurgia nazionale? Il Governo, attraverso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), ha aperto ufficialmente alla possibilità di una cordata di imprenditori italiani per il salvataggio e il rilancio dell’ex Ilva di Taranto. L’iniziativa emerge come risposta alla recente sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha imposto lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento, rimescolando le carte di una partita industriale già complessa. Oltre all’ipotesi del consorzio nazionale, sul tavolo ci sono 17 progetti di investimento per un valore complessivo superiore ai 2 miliardi di euro, mirati a diversificare l’economia del territorio pugliese e a tutelare migliaia di lavoratori oggi minacciati da quello che il Ministro Adolfo Urso definisce un “paradosso tecnico e normativo”.

L’IMPEGNO DEL SISTEMA INDUSTRIALE ITALIANO

La reazione del mondo produttivo alla crisi di Taranto si è concretizzata in un’apertura senza precedenti. Antonio Gozzi, alla guida di Federacciai, ha confermato l’impegno del settore dopo un confronto giudicato serio e proficuo con l’esecutivo. “Abbiamo ascoltato il Governo e preso atto della nuova situazione determinata dalla sentenza della Corte d’Appello di Milano. In questo contesto, ci siamo impegnati a esaminare il dossier e a verificare se sussistano le condizioni e le possibilità per promuovere una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco disposto dalla sentenza”, ha spiegato Gozzi in una nota.

Il presidente degli industriali dell’acciaio ha poi sottolineato come questa disponibilità all’analisi rappresenti un “atto di responsabilità nei confronti delle migliaia di lavoratori il cui futuro è oggi a rischio”. L’auspicio di Federacciai è che un eventuale coinvolgimento diretto possa diventare un impegno corale dell’intero “Sistema Italia”, con l’obiettivo di “salvaguardare l’intera filiera della trasformazione dell’acciaio e di rafforzare l’autonomia strategica del Paese”.

IL CONTESTO PRODUTTIVO E LE MISURE EUROPEE

Nonostante le criticità di Taranto, il quadro generale della siderurgia italiana mostra segni di vitalità. Il Ministro Urso ha evidenziato nel corso del Question Time alla Camera di oggi come la produzione nazionale sia in netto aumento, muovendosi in controtendenza rispetto al resto del continente. Nel 2025 la crescita è stata significativa e il trend è proseguito nel primo semestre del 2026, raggiungendo gli 11,5 milioni di tonnellate. A giugno, l’incremento su base annua è stato del 6,1%. Questo slancio dovrebbe trovare ulteriore supporto nelle nuove politiche europee scattate il 1° luglio, che prevedono il raddoppio dei dazi e il dimezzamento delle quote di salvaguardia. A ciò si aggiungeranno gli effetti degli accordi di programma con Arvedi a Terni e con Metinvest e Danieli a Piombino, destinati a potenziare ulteriormente la capacità produttiva del Paese.

L’IMPATTO DELLA SENTENZA DI MILANO SU TARANTO

Il caso di Taranto rimane però il nodo più intricato. La decisione dei magistrati milanesi ha imposto ai commissari straordinari di programmare la chiusura degli altiforni entro 90 giorni, una prescrizione che Urso giudica “tecnicamente impossibile da realizzare”. La sentenza è arrivata proprio mentre il Consiglio dei Ministri deliberava uno stanziamento straordinario di 100 milioni di euro come prestito ponte e il Governo si apprestava a presentare ai sindacati una soluzione basata sull’investimento del gruppo Jindal.

“Abbiamo dovuto sospendere quel percorso perché la sentenza ha di fatto cambiato le condizioni”, ha ammesso il Ministro, precisando che Jindal sta ora aggiornando la propria proposta tenendo conto del nuovo perimetro della gara, i cui dettagli sono stati inseriti nella data room della procedura negoziale. Qualsiasi nuova manifestazione di interesse, inclusa quella della cordata italiana, dovrà essere migliorativa rispetto a quelle già in atto.

LO STANDARD AMBIENTALE E IL RISCHIO DI CHIUSURA EUROPEA

Sul fronte ambientale, Urso ha difeso con forza l’avanguardia tecnologica dello stabilimento pugliese. Secondo il Ministro, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) di Taranto è tra le più rigorose d’Europa, con standard che solo un altro impianto nel continente riesce a eguagliare. “Ne sono attivi 22 di altiforni che invece non applicano questo sistema così avanzato. In pratica, se la sentenza di Corte d’appello fosse applicata agli stabilimenti europei dovrebbero chiudere tutti”, ha ammonito Urso, aggiungendo che lo stesso parametro, se esteso alle aree industriali della Lombardia, imporrebbe la cessazione di ogni attività. Nonostante queste riserve tecniche, il Governo ha confermato che i commissari applicheranno quanto disposto dalla magistratura, cercando al contempo di disinnescare una “bomba sociale” e occupazionale.

INVESTIMENTI E RILANCIO ATTRAVERSO LA ZES UNICA

Per garantire il futuro del polo, l’esecutivo punta su una massiccia diversificazione industriale. Sono stati presentati 17 progetti di investimento che insistono sia sui 170 ettari dell’area deindustrializzata, sia su altri 700 ettari di zone marittime e demaniali. Per accelerare questi processi, si ipotizza un provvedimento urgente che conferisca poteri autorizzatori rapidi al Commissario Straordinario, sul modello del decreto “Asset strategici”.

Parallelamente, Invitalia ha confermato l’approvazione di sei contratti di sviluppo negli ultimi quattro anni, per un totale di 500 milioni di euro e 2.657 posti di lavoro previsti. Entro l’autunno verranno definiti altri tre contratti per ulteriori 150 milioni. Anche la Zes Unica sta dando frutti: in provincia di Taranto sono state rilasciate 46 autorizzazioni per 432,7 milioni di investimenti, di cui 20 concentrate nel solo Comune di Taranto, con una previsione occupazionale complessiva di oltre 2.800 unità. “Non siamo disposti a mollare”, ha concluso Urso, ribadendo la necessità di preparare il terreno affinché ogni lavoratore, compresi quelli dell’indotto, sia pienamente salvaguardato.

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