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Germania

Germania, l’uscita dal carbone spacca la Sassonia-Anhalt tra timori occupazionali e spinta dell’AfD

Nel bacino minerario della Mitteldeutsches Revier la riconversione industriale procede a rilento. La dismissione della lignite riapre la ferita della deindustrializzazione.

Nella “Mitteldeutsches Revier”, il bacino minerario che si estende nel sud della Sassonia-Anhalt, l’uscita dal carbone è molto più di una questione ambientale. È il tema che attraversa il dibattito politico regionale e condiziona le prospettive economiche di un territorio che per oltre un secolo ha costruito la propria identità intorno alla lignite.

Se a Berlino il Kohleausstieg viene presentato come un passaggio inevitabile della strategia climatica tedesca, nei comuni minerari assume il volto di una trasformazione che coinvolge memoria storica, posti di lavoro, bilanci pubblici e prospettive industriali.

UN’ECONOMIA ANCORA LEGATA ALLA LIGNITE

Nel circondario del Burgenland, attorno alla città di Halle, la filiera del carbone continua a rappresentare uno dei principali motori dell’economia locale. Le attività estrattive della Mitteldeutsche Braunkohlengesellschaft (Mibrag), insieme agli impianti di produzione elettrica collegati, garantiscono migliaia di occupati diretti e alimentano una rete di imprese fornitrici che sostiene gran parte del tessuto economico dell’area. In territori lontani dai grandi centri urbani, questi impieghi continuano a offrire salari superiori alla media del Land e una stabilità occupazionale difficile da replicare in altri settori.

È su questo terreno che si concentra lo scontro politico. Da una parte il governo federale, che nel contratto di coalizione ha indicato il 2030 come l’obiettivo da raggiungere, laddove possibile, per completare l’uscita dal carbone. Dall’altra il governo del Sassonia-Anhalt, guidato ugualmente dalla Cdu, che continua a difendere il calendario fissato dalla normativa federale sul rafforzamento strutturale, la quale prevede il completamento della dismissione nel 2038.

Per l’esecutivo regionale anticipare la chiusura significherebbe comprimere ulteriormente i tempi della riconversione, con il rischio di lasciare senza sbocchi occupazionali una parte consistente della forza lavoro specializzata.

LA PARTITA DEI FONDI DIVIDE ISTITUZIONI E TERRITORI

Anche la gestione delle risorse destinate alla transizione è diventata terreno di confronto. Alla Sassonia-Anhalt spettano circa 4,8 miliardi di euro di finanziamenti federali destinati ad accompagnare l’uscita dal carbone entro il 2038, ma il modo in cui queste risorse vengono impiegate continua ad alimentare discussioni.

La strategia del governo regionale punta soprattutto su grandi interventi capaci di attrarre nuovi investimenti industriali e tecnologici. Fra questi rientra anche il progetto di sviluppo dell’area industriale intercomunale sviluppata lungo il corridoio logistico tra l’autostrada A9 (Berlino-Monaco) e la strada statale B91, sostenuto con uno stanziamento di circa 124,4 milioni di euro. L’obiettivo è creare un nuovo polo produttivo in grado di sostituire progressivamente il peso economico della lignite.

Nei comuni minerari, tuttavia, il giudizio è più prudente. Sindaci e amministratori locali di centri come Deuben e Hohenmölsen osservano che i cosiddetti “progetti faro” rischiano di produrre benefici solo nel medio periodo, mentre le preoccupazioni dei lavoratori riguardano soprattutto il presente. La convinzione diffusa, anche sulla base di precedenti esperienze in aree industrializzate dell’ovest, è che centri di ricerca, laboratori e poli dell’innovazione non possano assorbire automaticamente la manodopera proveniente dalle miniere e dalle attività collegate.

LA RICONVERSIONE INDUSTRIALE CERCA DI PRENDERE FORMA

Anche Mibrag ha avviato una strategia per accompagnare il cambiamento. Il progetto più significativo riguarda Profen, sempre nel circondario del Burgenland, dove la società prevede di investire oltre 218 milioni di euro nella realizzazione di un elettrolizzatore da 90 megawatt destinato alla produzione di idrogeno verde. L’impianto dovrebbe diventare uno dei tasselli della futura rete nazionale dedicata al trasporto dell’idrogeno e rappresenta uno dei principali investimenti industriali previsti nell’area.

L’entità degli investimenti, però, non elimina le criticità. L’iter autorizzativo procede con lentezza e molti enti locali faticano a sostenere la quota di cofinanziamento richiesta per partecipare ai programmi di sviluppo.

Il Burgenland continua inoltre a fare i conti con un disavanzo strutturale di bilancio che riduce i margini d’intervento delle amministrazioni. È uno scarto che alimenta la distanza tra gli annunci della politica e la percezione dei cittadini, convinti che la riconversione proceda con tempi troppo lunghi rispetto alle difficoltà già visibili sul territorio.

IL PESO DELLA MEMORIA NELLA COMPETIZIONE POLITICA

Su questo sfondo si inserisce anche la crescente polarizzazione del confronto politico ed elettorale. In molte comunità minerarie la transizione viene percepita come un processo deciso altrove, nel quale le garanzie occupazionali appaiono ancora insufficienti. È un sentimento che trova terreno fertile soprattutto dove è ancora vivo il ricordo della brusca deindustrializzazione seguita alla riunificazione tedesca.

In questo scenario l’AfD continua a raccogliere consenso proponendo di sospendere il calendario di chiusura delle centrali e di prolungare l’utilizzo della lignite nazionale senza fissare nuove scadenze. Al di là della concreta praticabilità di questa proposta, il messaggio intercetta un disagio reale: la convinzione, diffusa in una parte dell’elettorato, che la velocità della transizione rischi di superare quella con cui vengono create nuove opportunità di lavoro.
È anche su questa frattura, più che sul dibattito climatico in senso stretto, che si gioca una parte importante della competizione elettorale del 6 settembre. (2. continua)

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