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Iran, Usa, Trump e il problema dei prezzi del petrolio

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Trump sta facendo di tutto per mantenere i prezzi del petrolio sul livello dei 70-75 dollari al barile, ne va della sua rielezione. I precedenti

C’è un dato da considerare in questo momento quando si parla di prezzi del petrolio. E per capirlo basta vedere la correlazione fra alcuni fatti recenti e il livello raggiunto in questi ultimi mesi: due dei principali siti petroliferi dell’Arabia Saudita vengono attaccati con una produzione petrolifera più che dimezzata, ma il Brent è rimasto tra i 70 e i 75 dollari al barili. Gli Stati Uniti hanno assassinato l’uomo più importante del regime iraniano senza portare ripercussioni al livello dei prezzi. L’Iran ha reagito con attacchi missilistici contro la base statunitense di Ain al-Assad in Iraq, ma il tetto è rimasto invariato.
In sostanza, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per mettere un tetto al livello dei 70-75 dollari al barile per il Brent ma le manovre di ritorsione pianificate dall’Iran per “vendicare” l’uccisione del generale Qassem Soleimani potrebbero far saltare il tappo e far veleggiare il livello del barile oltre i 100 dollari.

LA BARRIERA PSICOLOGICA DEI 70-75 DOLLARI AL BARILE

Secondo Simon Watkins ex trader in Forex, giornalista finanziario e autore di best seller, l’importanza del livello di 70-75 dollari al barile è data dal fatto che “rappresenta una barriera fortemente protetta (…) una resistenza psicologica e tecnica fondamentale per il prezzo del petrolio”, scrive su Oilprice.com. Secondo il suo giudizio se si dovessero verificare dei movimenti rialzisti con “posizioni stop loss short a lungo termine”, il petrolio potrebbe tranquillamente arrivare “al livello di 90” o “100 dollari al barile”.

IL NODO DELLA RIELEZIONE DI TRUMP

Non solo: “Possono accadere due cose molto brutte per i presidenti statunitensi quando si verifica questo tipo di slancio verso l’alto specialmente per i presidenti statunitensi che cercano di essere rieletti – ha sottolineato Watkins -. In primis secondo le statistiche, dalla prima guerra mondiale a oggi, il presidente americano in carica ha vinto la rielezione 11 volte su 11 quando l’economia non era in recessione nei 24 mesi prima di un’elezione. Al contrario, i presidenti che sono andati in campagna elettorale con l’economia in recessione hanno perso cinque volte su sette. Fino a poco tempo fa, molte delle società di investimento più intelligenti prevedevano una probabilità del cinquanta per cento” che si verificasse una recessione degli Stati Uniti entro 12 mesi e, anche se questa percentuale è sostanzialmente diminuita – “la maggior parte ora vede solo una probabilità del 10-15 per cento che si verifichi un tale evento – il punto è che un aumento del prezzo del petrolio potrebbe cambiare questa probabilità molto rapidamente, e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo sa”.

DI QUANTO AUMENTA LA BENZINA IN USA

In questo contesto, secondo l’American Automobile Association di Washington, ha stimato che per ogni centesimo di aumento del prezzo medio nazionale della benzina, “vada perso più di un miliardo di dollari all’anno in spese aggiuntive per i consumatori”. Al momento, il prezzo al gallone di benzina alle pompe negli Stati Uniti è di circa 2,66 dollari, mentre la “zona pericolosa” per i presidenti degli Stati Uniti inizia a circa 3 dollari al gallone “A 4 dollari al gallone, viene loro consigliato loro di fare i bagagli o di iniziare una guerra per distogliere l’attenzione del pubblico. Il punto è stato sottolineato da Bob McNally, ex consigliere energetico dell’ex presidente George W. Bush secondo cui ‘poche cose terrorizzano un presidente americano più di un picco dei prezzi del carburante’”.
Come regola generale, si stima che ogni variazione di 10 dollari al barile nel prezzo del greggio comporti una variazione di 25 centesimi nel prezzo di un gallone di benzina. “Questo è il motivo principale per cui ogni volta che c’è un picco nel prezzo globale del petrolio entra in gioco un commento di Trump sul price cap – ha spiegato Watkins -. Il pieno effetto di ciò è stato illustrato lo scorso maggio, quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a salire in modo decisivo alla notizia che gli Stati Uniti avrebbero dovuto ritirarsi dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran e reintrodurre sanzioni. In quell’occasione il WTI stava raggiungendo i 65 dollari al barile e il Brent fino i 70 dollari, quando Trump ha twittato: ‘È molto importante che l’Opec aumenti il flusso di petrolio. I mercati mondiali sono fragili, il prezzo del petrolio sta diventando troppo alto. Grazie!’”.

LA CORRELAZIONE TRA I TWEET DI TRUMP E L’AUMENTO DEI PREZZI DEL PETROLIO

“Da allora, ogni volta che c’è stato un picco vicino o addirittura temporaneo del Brent sui 70 dollari al barile, Trump ha twittato, scritto e telefonato con incentivi o minacce a varie entità con un interesse nel prezzo del petrolio. Questi includono produttori di shale statunitensi, Norvegia, Brasile e Canada, le principali banche di investimento statunitensi che fanno anche parte del gruppo di controllo del mercato dei tassi di interesse degli Stati Uniti e Saudita”, ha sottolineato Watkins.

L’ALLEATO RUSSIA

In tale contesto un alleato inaspettato è rappresentato dalla Russia il cui punto di pareggio per il bilancio interno è fissato in 40 dollari al barile. “Ma i capi dei grandi produttori di petrolio – in particolare l’amico del presidente Vladimir Putin, Igor Sechin di Rosneft – pensano sempre al prezzo ottimale al quale possono produrre praticamente i livelli che desiderano senza innescare un calo dei prezzi di effetto domino è tale livello è di 60-65 dollari al barile per il Brent”, ha ammesso Watkins.

L’IRAN PREPARA ANCORA LA VENDETTA

In realtà, ha poi ammesso Watkins citando una fonte iraniana che lavora a stretto contatto con il Ministero del petrolio iraniano a OilPrice.com, “l’Iran non ha nemmeno veramente iniziato la propria vendetta per l’uccisione di Soleimani”. In questo caso le strategie sarebbero due “entro i prossimi due mesi circa”, in primo luogo, “lanciare ulteriori attacchi missilistici contro i sauditi e, secondo, interrompere il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz”. Basti pensare agli attacchi di settembre che hanno tagliato la produzione di petrolio del regno di circa 5,7 milioni di barili al giorno.
“Contrariamente a quanto sostiene l’Arabia Saudita, la produzione non è ancora tornata a quello che era il livello prima degli attacchi, quindi ogni ulteriore attacco potrebbe avere un effetto molto più grande sui prezzi del petrolio”. L’interruzione dei flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz è invece “un metodo collaudato dell’Iran per affermare la sua influenza nel mondo. È opportuno notare a questo punto – con riferimento alla barriera del Brent da 70-75 dollari al barile – che l’ultima volta che l’Iran ha seriamente minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz nel 2011/2012, i prezzi del petrolio hanno raggiunto i 128 dollari al barile e il prezzo della benzina nelle pompe negli Stati Uniti ha toccato i 3,9970 e sono rimasti elevati per molte settimane”, ha concluso Watkins.