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La Svezia rilancia il nucleare con Rolls-Royce, l’Europa rifiuta il gas USA. I fatti della settimana

Stoccolma sceglie i mini-reattori britannici per coprire i futuri picchi di domanda elettrica industriale. Negli Stati Uniti debutta il primo terminale di gas galleggiante, ma sbatte contro i nuovi dubbi della UE. Bruxelles frena sulle intese ventennali per il GNL d’oltreoceano temendo di mancare i target sul clima. I fatti della settimana di Marco Orioles.

La Svezia accelera sulla svolta atomica affidando a Rolls-Royce la costruzione di tre piccoli reattori modulari sulla costa occidentale, un progetto da 1.500 megawatt totali gestito da Vattenfall per soddisfare la crescente domanda elettrica industriale entro la metà del prossimo decennio. Parallelamente, negli Stati Uniti debutta il primo terminale di GNL galleggiante offshore in Louisiana, una tecnologia da 5 miliardi di dollari più rapida ed ecologica rispetto agli impianti tradizionali a terra, seppur fortemente osteggiata dai movimenti ambientalisti locali per i potenziali impatti sull’ecosistema. Questa nuova capacità estrattiva rischia però di non trovare sbocchi commerciali stabili in Europa; le utility europee stanno infatti rifiutando i contratti di fornitura ventennali con gli sviluppatori americani. Pesano i rigidi obiettivi di decarbonizzazione comunitari e le crescenti incertezze geopolitiche nei rapporti con Washington, dinamiche che spingono paesi come la Germania a diversificare i propri flussi verso l’Asia.

LA SVEZIA PUNTA SU ROLLS-ROYCE PER I NUOVI REATTORI NUCLEARI MODULARI

Come scrive Bloomberg, la Svezia ha deciso di affidarsi a Rolls-Royce per realizzare diversi piccoli reattori nucleari modulari, con l’obiettivo di rispondere alla domanda di energia che crescerà in modo deciso nei prossimi decenni. Lo ha spiegato Anna Borg, amministratore delegato di Vattenfall, l’azienda energetica statale, durante una conferenza stampa a Stoccolma. Secondo Borg, l’offerta britannica si è rivelata la più convincente sotto ogni punto di vista: catena di fornitura, tempi di realizzazione e ritorni attesi. Rolls-Royce sta raccogliendo consensi importanti con questa tecnologia: dopo essere stata scelta già dal Regno Unito e dalla Repubblica Ceca, ora arriva anche il sì svedese. I moduli saranno prodotti in Europa, un aspetto che ha certamente giocato a favore, ma non è stato l’unico elemento decisivo. L’ampliamento del nucleare era del resto una delle promesse centrali della coalizione di centrodestra prima delle elezioni del 2022. Con l’elettrificazione di industria pesante, trasporti e tanti altri settori, il fabbisogno energetico del Paese è destinato a salire in maniera significativa, come sta accadendo un po’ ovunque nelle economie avanzate. I nuovi reattori, che sorgeranno sulla costa occidentale, forniranno complessivamente circa 1.500 megawatt, cioè qualcosa in più rispetto al reattore più potente oggi in funzione in Svezia. L’obiettivo è che inizino a immettere energia in rete entro la metà del prossimo decennio. Il progetto prevede tre unità da 470 MW ciascuna, realizzate in parallelo: i lavori sul secondo reattore cominceranno prima ancora che il primo sia ultimato. La società creata appositamente, Videberg Kraft, è stata costituita l’anno scorso da Vattenfall, che ne detiene la maggioranza. Lo Stato deterrà il 60% delle quote, Vattenfall il 20% e Industrikraft – un consorzio di grandi consumatori di energia – il restante 20%. Il valore del contratto non è stato reso pubblico. Oggi la Svezia conta sei reattori attivi che producono circa un terzo dell’elettricità nazionale, mentre l’idroelettrico resta la fonte principale con quasi la metà del totale. Tuttavia, la quota crescente di rinnovabili intermittenti come solare ed eolico ha portato volatilità dei prezzi, squilibri sulla rete e problemi di capacità. Per il governo, la soluzione più solida passa proprio dal nucleare. Non mancano le critiche: solare ed eolico continuano a diventare più economici, e secondo alcuni lo sviluppo di sistemi di accumulo e altre innovazioni potrebbero riuscire a stabilizzare le fonti variabili senza bisogno di tanto nucleare.

IL PRIMO FLNG AMERICANO: DELFIN RIVOLUZIONA LE ESPORTAZIONI DI GAS

Come sottolinea OilPrice.com, negli ultimi anni gli Stati Uniti si sono affermati come il principale esportatore mondiale di GNL, con una capacità di liquefazione di circa 15,4 miliardi di piedi cubi al giorno, nove grandi terminal onshore e oltre 170 impianti più piccoli. Fino a oggi il modello dominante era quello dei grandi impianti fissi a terra, che sfruttano reti di gasdotti consolidate e coste sicure. Ora però sta arrivando un cambiamento importante. La Maritime Administration ha concesso la licenza a Delfin Midstream per costruire il primo terminale galleggiante di liquefazione (FLNG) in acque federali americane, a circa 40 miglia nautiche dalla costa della Louisiana, vicino a Cameron Parish. Il progetto da 5 miliardi di dollari era in discussione dal 2017, ma ha incontrato ritardi e ostacoli regolatori, compresa una pausa temporanea decisa dall’amministrazione Biden all’inizio del 2024. Una volta completato, Delfin collegherà quattro unità galleggianti alla rete di gasdotti offshore esistente, in particolare riutilizzando la grande pipeline UTOS. La prima nave, la più grande FLNG al mondo, sarà costruita da Samsung Heavy Industries per 2,9 miliardi di dollari. La produzione dovrebbe partire tra il 2029 e il 2030, con una capacità iniziale di 4,4 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Quasi il 90% della capacità è già coperto da contratti a lungo termine con grandi player energetici internazionali. Il progetto gode del sostegno di Global Infrastructure Partners di BlackRock, Mitsui O.S.K. Lines e Vitol, con un finanziamento da 3,6 miliardi di dollari guidato da MUFG. I terminali galleggianti offrono vantaggi evidenti rispetto a quelli tradizionali: si realizzano in 1-3 anni invece di 4-6, costano meno e possono essere posizionati in modo flessibile, anche su giacimenti remoti. Inoltre hanno un’impronta ambientale ridotta, soprattutto quando si riconvertono navi esistenti, con un risparmio di circa il 30% delle emissioni rispetto a un impianto nuovo. Nonostante questi aspetti positivi, il progetto ha incontrato forte opposizione da parte di gruppi ambientalisti e comunità locali. Louisiana Bucket Brigade e Healthy Gulf criticano l’approvazione accelerata sotto l’amministrazione Trump, senza un aggiornamento completo della domanda, audizioni pubbliche adeguate e revisioni ambientali approfondite. Preoccupano i rischi per la pesca locale, le emissioni climalteranti e la sicurezza.

L’EUROPA VOLTA LE SPALLE AI CONTRATTI A LUNGO TERMINE SUL GNL AMERICANO

Come osserva Bloomberg, negli ultimi mesi gli sviluppatori americani di GNL tornano a casa dalle grandi conferenze di settore senza aver concluso granché. Quello che sembrava destinato a diventare il mercato principale per la nuova generazione di progetti di esportazione – l’Europa – si sta tirando indietro proprio sui contratti ventennali indispensabili per far partire gli impianti. I colloqui ci sono, l’interesse anche, ma le firme latitano. Eppure le interruzioni delle forniture qatarine legate al conflitto con l’Iran hanno rinviato di almeno due anni l’arrivo del tanto atteso eccesso di offerta globale, e il quadro di lungo periodo resta lo stesso: sta per arrivare tantissima nuova capacità, soprattutto dagli Stati Uniti. Servono dunque acquirenti pronti a impegnarsi. L’Europa, che si prepara a chiudere definitivamente le importazioni di gas russo entro la fine dell’anno, rimane però prudente. Finora è stato firmato un solo nuovo contratto a lungo termine tra Stati Uniti e Grecia. Germania, Italia e Francia per il momento stanno alla finestra. Nel 2025 i contratti erano stati sei: un brusco rallentamento rispetto alla frenetica corsa seguita all’invasione dell’Ucraina, quando le utility europee si erano precipitate sul mercato globale del GNL per sostituire il gas russo arrivato via gasdotto. Il rischio è duplice. Da un lato si frenano gli investimenti nelle infrastrutture di esportazione americane: basti pensare che Energy Transfer ha già bloccato lo sviluppo del terminale Lake Charles in Louisiana per ragioni economiche. Dall’altro l’Europa si espone di più alle oscillazioni dei prezzi, affidandosi sempre più al mercato spot e a contratti di breve durata. Il contesto geopolitico complica tutto. I rapporti con Washington sono diventati meno prevedibili, tra dazi, dubbi sulla Nato e le uscite di Trump. La Germania, che oggi riceve il 94% del suo GNL dagli Stati Uniti, sta cercando in tutti i modi di diversificare: il cancelliere Merz è volato in Medio Oriente e le aziende tedesche guardano anche al Canada per le forniture future. Molti compratori europei si sentono già sazi di volumi americani e eventuali nuovi accordi toccherebbero a società più piccole e con rating meno solidi. Nel frattempo l’Asia si sta muovendo con decisione: Taiwan discute forniture a lungo termine e l’India ha raggiunto livelli record di consegne per affrontare le temperature estive e compensare la mancanza di gas qatarino. L’Europa, intanto, deve fare i conti con i propri obiettivi di decarbonizzazione: firmare contratti che arrivano fino agli anni Quaranta diventa sempre più difficile da giustificare.

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