È la grande riserva d’acqua d’Europa, ma la siccità sta cambiando tutto. Italia e Francia chiedono più risorse, mentre Berna riduce i fondi per studiare proprio l’acqua
La Svizzera scopre che il suo scrigno d’acqua ha il fondo più basso del previsto, e i vicini se ne sono accorti. Con la siccità che si aggrava di stagione in stagione, Berna si trova a dover gestire pressioni crescenti da Italia e Francia sulle riserve idriche del Ticino e del bacino del Lemano, mentre paradossalmente la Confederazione taglia i fondi destinati proprio alla ricerca sulle acque. È quanto emerge da un’analisi della Neue Zürcher Zeitung.
I segnali della crisi sono ovunque in quest’estate elvetica. Le imbarcazioni che solcano il Reno viaggiano con un carico ridotto a un terzo del normale a causa del livello troppo basso delle acque, gli argini scuri del Lago di Costanza sono visibili persino dai satelliti, e il Lago Maggiore rischia di scendere sotto la soglia minima toccata nel luglio 1976. La scarsità trasforma l’acqua in una risorsa preziosa, e per questo contesa.
TICINO E LOMBARDIA, UNA CONVIVENZA DIFFICILE
A luglio le autorità piemontesi avevano chiesto al Ticino di rilasciare maggiori quantità d’acqua dagli invasi per sostenere l’agricoltura regionale colpita dalla siccità. La risposta ticinese è stata un netto rifiuto, giustificato dal fatto che anche le riserve cantonali risultano ormai ridotte. Non è la prima volta: già nell’estate rovente del 2022 Roma aveva sollecitato i vicini elvetici, che tuttavia avevano preferito tutelare le scorte accumulate negli invasi, indispensabili per produrre elettricità durante l’inverno.
La Svizzera custodisce circa il 6 per cento delle riserve idriche europee, una quota che nell’epoca dei cambiamenti climatici alimenta non poche attenzioni esterne. Klaus Lanz, idrologo che studia da trent’anni i corsi d’acqua elvetici e autore nel 2021 di uno studio commissionato dall’Ufficio federale dell’ambiente sull’impatto del riscaldamento globale sulla gestione idrica nazionale, ritiene che i conflitti di ripartizione con i paesi confinanti siano destinati ad acuirsi ulteriormente.
Un caso emblematico riguarda il Lago Maggiore – scrive il quotidiano di Zurigo – dove a decidere il livello dell’acqua è soprattutto l’Italia, tramite una diga risalente agli anni Quaranta e di proprietà italiana. Il deputato socialista ticinese Bruno Storni, originario della zona della Bolla di Magadino, denuncia oscillazioni sempre più marcate del livello del bacino: cali estivi drastici durante le ondate di calore ed esondazioni primaverili più frequenti, come quella che colpì Locarno due anni fa.
Secondo Storni, la responsabilità ricade sulla gestione italiana della diga, orientata a mantenere il livello alto in primavera per garantire acqua all’agricoltura lombarda e piemontese. Il politico svizzero chiede ora un accordo bilaterale negoziato direttamente tra Berna e Roma.
IL PRECEDENTE FRANCESE, DIECI ANNI DI TRATTATIVE
La Neue Zürcher Zeitung evidenzia il caso del Rodano, fiume che nasce in Vallese e attraversa il Lago Lemano prima di raggiungere la Francia meridionale, che offrirebbe un precedente istruttivo. Fino al 2011 la Svizzera regolava pressoché in autonomia il livello del lago. La svolta arrivò con una siccità severa che mise in difficoltà il raffreddamento della centrale nucleare di Bugey, nei pressi di Lione, oltre all’agricoltura della valle del Rodano.
Il politologo ginevrino Christian Bréthaut, che ha seguito da vicino il dossier, racconta di pressioni esercitate ai massimi livelli, dagli ex e attuali presidenti francesi. Le trattative, durate oltre un decennio, si sono concluse solo l’anno scorso con due accordi distinti su Rodano e Lemano, che concedono a Parigi maggiore voce in capitolo nelle fasi di siccità estrema.
TAGLI SVIZZERI IN CONTROTENDENZA
Proprio mentre la pianificazione delle risorse idriche diventa cruciale, la Confederazione ha deciso di sopprimere entro fine anno l’Atlante idrologico svizzero, piattaforma che da quarant’anni raccoglie dati su portate, precipitazioni e qualità delle acque.
Bettina Schaefli, docente di idrologia all’Università di Berna, definisce la scelta “preoccupante”, sottolineando l’importanza dello strumento per gestori di centrali e autorità locali. L’Ufficio federale dell’ambiente parla di sinergie e risparmi sui costi operativi, ma gli esperti temono una perdita di conoscenza difficilmente colmabile.

