Le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia non saranno smantellate ma utilizzate come riserva in caso di emergenza
Le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia diventeranno una “riserva fredda”, nonostante la scadenza del 31 dicembre 2025 per l’uscita definitiva dal carbone. Prima, però, serve il via libera dall’Europa e un nuovo quadro normativo. La spesa di gestione sarebbe intorno ai 70 milioni di euro l’anno.
PREVENIRE LE EMERGENZE ENERGETICHE CON IL CARBONE
Gli impianti di carbone di Civitavecchia e Brindisi non verranno smantellati. «Mantenere le centrali ferme in sicurezza vuol dire prevenire emergenze energetiche future. L’Italia non produce tutto ciò che consuma, dobbiamo stare all’erta», lo ribadisce il ministro Pichetto Fratin. Come scrive Il Sole 24 Ore, il governo ritiene le centrali di Civitavecchia e Brindisi una riserva cruciale in caso di crisi energetiche, almeno finché l’Italia è così dipendente dalla generazione di energia elettrica con il gas e finché deve importare questa commodity dall’estero.
CARBONE RISERVA A FREDDO
Entrambi gli stabilimenti sono gestiti dall’Enel e hanno una capacità complessiva di tre gruppi da circa 600 megawatt l’uno. La proposta, come riporta Repubblica, è di tenerli nel limbo: spenti, ma pronti a essere rimessi in moto per tornare a produrre elettricità da mettere in rete in caso di emergenza. La strada imboccata è quella della “riserva a freddo”, considerando che negli ultimi due anni le centrali sono rimaste sempre ferme. Solo tra il 2022 e il 2023, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’interruttore è stato girato su on per dodici mesi. Poi di nuovo stop.
NUOVE REGOLE CON L’UE
Si prospetta un nuovo regime che dovrebbe passare attraverso una nuova cornice normativa anche in termini di nuova autorizzazione che dovrebbe essere rilasciata. Lo stesso personale, 350 addetti diretti che salgono a mille con l’indotto e che tuttora lavora alla gestione e manutenzione degli impianti dovrebbe cambiare status: da risorse dedicate a queste centrali, diventerebbero risorse riallocate ad altre funzioni. Sarebbero impiegate negli impianti a carbone solo in caso di necessità. Vanno anche ridefiniti i rapporti con Enel, che «informalmente ha rappresentato una sua generale indisponibilità al mantenimento all’interno del suo perimetro aziendale delle due centrali senza un adeguato riconoscimento dei costi sopportati» come ha spiegato Pichetto in Cdm. Sarà lo stesso ministro a sciogliere i nodi già a gennaio forse nel testo del decreto energia.
CARBONE, LE SPESE DI GESTIONE
La spesa di gestione degli impianti si aggira intorno ai 70 milioni di euro l’anno. Soldi che deve mettere il governo o, in alternativa, essere ripartiti sui cittadini attraverso gli oneri di sistema in bolletta. Un indennizzo del genere per la Commissione europea avrebbe il sapore di un aiuto di Stato.Tra le opzioni al vaglio dell’Esecutivo c’è anche la possibilità di passare la proprietà degli impianti allo Stato. In questo caso, il personale Enel fornirebbe le prestazioni al momento della necessità attraverso un contratto di servizio.
PARADOSSO ENEL
Bisognerà trovare anche una soluzione con Bruxelles ed Enel. Enel, infatti deve rispettare i target previsti dai bond Esg (tra i quali c’era la chiusura di questi impianti) altrimenti rischia di pagare penali sui tassi di interesse riconosciuti. Se un domani la soluzione individuata dal governo fosse lo spostamento della proprietà degli impianti destinati a diventare riserva fredda verso lo Stato, le obbligazioni verso gli investitori sarebbero rispettate. Se invece fosse deciso di lasciare la proprietà ad Enel nel nuovo regime di riserve fredda, sarebbe necessario ridiscutere le condizioni dei bond con gli investitori.


