I roghi alimentati dalla crisi climatica travolgono l’agricoltura e fermano i giganti dell’industria pesante. Il Financial Times fa i conti e l’Ispra lancia l’allarme per il nostro Paese: 741 chilometri quadrati distrutti in soli sette mesi.
L’estate del 2026 sta presentando un conto economico senza precedenti all’Europa, con gli incendi boschivi che hanno già polverizzato oltre 3 miliardi di euro in danni diretti. È quanto emerge da un’allarmante inchiesta condotta dal Financial Times, incrociata con le rilevazioni satellitari dell’Ispra e i dati della Commissione Europea.
Ad essere colpita è soprattutto l’area mediterranea, con l’Italia, la Francia e la Spagna in prima linea in una crisi che non è solo ambientale, ma che sta paralizzando intere filiere industriali, dal comparto aerospaziale a quello energetico. Chi sono i responsabili? I cambiamenti climatici, che hanno trasformato le ondate di calore in inneschi perenni, portando in fumo quasi mezzo milione di ettari in soli due mesi e superando già ora la stima media annua di perdite dell’intera Unione Europea, ferma a 2,5 miliardi.
L’ITALIA SOTTO ASSEDIO: IL RAPPORTO DELL’ISPRA
Nel nostro Paese la situazione è drammatica. Secondo le analisi dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), basate su dati aggiornati al 28 luglio 2026, il territorio nazionale è stato funestato da poco più di 1.070 grandi incendi. La superficie totale percorsa dal fuoco ammonta a circa 741 chilometri quadrati, un’estensione che, per dare un’idea della magnitudo, equivale all’intera provincia di Lodi.
La composizione delle aree colpite rivela un danno profondo agli ecosistemi: quasi il 14% della superficie bruciata era costituita da foreste, con 37 km² di leccete e macchia mediterranea e 24 km² di pinete e abetaie andati perduti. Tuttavia, a soffrire maggiormente sono state le aree prative permanenti, che rappresentano il 61% del totale (451 km²), seguite dalle aree agricole (119 km²), con pesanti ricadute sulla produttività del settore primario.
IL DISASTRO ECONOMICO NELL’EUROZONA
Il costo di 3,1 miliardi di euro calcolato dal Financial Times si riferisce ai cinque paesi più colpiti dell’Eurozona, tra cui figurano anche Portogallo, Grecia e Romania. Questa cifra rappresenta il cosiddetto costo di “restauro”, ovvero l’esborso necessario per riportare il suolo al suo stato precedente. Tuttavia, gli esperti avvertono che l’impatto reale sarà molto più pesante.
Sarah Meier, specialista di economia climatica presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), sostiene che il vero costo economico potrebbe essere più del triplo rispetto alla perdita di PIL stimata in precedenza. “Se gli incendi dovessero raggiungere le città, la situazione sarebbe di gran lunga più grave”, ha avvertito Meier, sottolineando che tra il 2011 e il 2018 le economie regionali del Sud Europa hanno già perso mediamente 2,1 miliardi di PIL l’anno.
FRANCIA E SPAGNA: INDUSTRIE E RACCOLTI IN PERICOLO
In Francia, il dipartimento della Gironda è diventato il simbolo della paralisi industriale. Essendo un hub strategico per la difesa e l’aerospazio, i roghi hanno costretto colossi come Safran, Dassault Aviation e ArianeGroup a evacuare il personale e sospendere le linee di produzione. La Camera di Commercio della Gironda ha riferito che 40.000 aziende sono state colpite, con 19.500 chiusure totali registrate al 30 luglio.
Il peso sociale è immenso: tra i 120.000 e i 150.000 dipendenti sono finiti in cassa integrazione. Anche l’eccellenza enogastronomica è a rischio; sebbene i vigneti di Bordeaux siano stati finora protetti dalle fiamme, il fumo denso minaccia di contaminare le uve, mentre l’allevamento di ostriche ad Arcachon è già in ginocchio. In Spagna, le fiamme sono arrivate a soli 50 km da Madrid, distruggendo pascoli per 18.500 ettari e colpendo duramente i piccoli allevatori rappresentati dall’Unión de Pequeños Agricultores y Ganaderos.
L’EFFETTO DOMINO: SICCITA E CRISI ENERGETICA
Il problema degli incendi si intreccia inestricabilmente con una siccità devastante. Il calo dei livelli dei fiumi Reno e Danubio sta bloccando il trasporto delle merci e la produzione chimica di giganti tedeschi come BASF, Covestro ed Evonik. Ma è sul fronte energetico che si rischiano le conseguenze più sistemiche. In Ungheria, la secca del Danubio minaccia la centrale nucleare nazionale, che garantisce metà dell’elettricità del Paese. In Romania, uno dei due reattori di Cernavodă è già stato spento perché l’acqua del fiume non è più sufficiente a garantirne il raffreddamento.
I COSTI INVISIBILI E IL PARADOSSO DEL PIL
Esistono poi danni che le statistiche ufficiali faticano a catturare. Ioannis Kountouris dell’Imperial College evidenzia come i costi sanitari legati all’inquinamento atmosferico causato dal fumo non vengano quasi mai monetizzati. Nel lungo periodo, si prevede un’impennata dei premi assicurativi o, peggio, la totale non assicurabilità di molti beni immobili.
Andrew Kenningham di Capital Economics ha sollevato un punto controintuitivo: i disastri possono generare “effetti positivi paradossali sul PIL” attraverso la spesa per la ricostruzione finanziata da aiuti statali e assicurazioni. Tuttavia, come ribattuto seccamente da Sarah Meier, “questa non è la crescita economica che ci piace: si tratta semplicemente di rimpiazzare il capitale distrutto”, senza generare alcun valore aggiunto reale per la società.

