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Ue metano

Metano, sicurezza energetica e costi: perché undici Paesi chiedono modifiche all’Ue

Undici Paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, chiedono un rinvio di tre anni delle disposizioni più controverse del regolamento europeo sulle emissioni di metano. Ecco perché

Undici governi europei, tra cui quello italiano, chiedono a Bruxelles di rinviare di tre anni l’applicazione delle disposizioni più controverse del regolamento Ue sulle emissioni di metano. Al centro della richiesta ci sono gli obblighi di certificazione delle importazioni di petrolio e gas, che secondo gli Stati promotori potrebbero creare criticità per la sicurezza energetica e aumentare i costi delle forniture. Il tema è emerso alla vigilia del Consiglio europeo ed è stato ricostruito da Il Foglio.

PERCHE’ IL REGOLAMENTO SUL METANO NON PIACE ALL’ITALIA

Il regolamento (UE) 2024/1787, approvato nel 2024 nell’ambito del pacchetto europeo Fit for 55, punta a ridurre le dispersioni di metano generate da petrolio, gas e carbone, introducendo obblighi di misurazione, monitoraggio, verifica e rendicontazione delle emissioni lungo tutta la filiera, comprese le importazioni. La normativa è entrata in vigore il 4 agosto 2024.

Secondo quanto riferisce Il Foglio, «la firma del ministro Gilberto Pichetto Fratin è rimasta in bilico fino all’ultimo». Sempre secondo il quotidiano, a determinare l’adesione italiana sarebbe stata «la consapevolezza che, senza correttivi, potrebbero esserci ripercussioni sul costo dell’energia e sulla sicurezza energetica».

IL NODO DELLE IMPORTAZIONI

Il principale elemento critico riguarda le importazioni. Il Foglio cita uno studio realizzato da Wood Mackenzie per le principali associazioni europee del settore, secondo cui il 43 per cento del gas e l’87 per cento del greggio importati dall’Europa non risulterebbero conformi ai nuovi standard previsti dal regolamento.

Il quotidiano riferisce inoltre che Unem sostiene come oggi appena il 2 per cento del petrolio statunitense sarebbe compatibile con i nuovi requisiti, mentre la Libia, fornitore strategico per l’Italia, non lo sarebbe.

Dal 2027 gli importatori dovranno dimostrare che i prodotti acquistati all’estero rispettano standard equivalenti a quelli europei attraverso certificazioni aziendali o nazionali. Tuttavia, evidenzia Il Foglio, gli accordi con i Paesi produttori non sono ancora stati definiti e, in molti casi, resta complesso attribuire con precisione le emissioni alle diverse produzioni provenienti dagli stessi giacimenti.

LE PREOCCUPAZIONI DELL’INDUSTRIA

La Commissione europea avrebbe manifestato disponibilità a introdurre flessibilità e periodi di grazia nell’applicazione delle nuove disposizioni. Tuttavia, il quotidiano sottolinea che le imprese ritengono insufficienti rassicurazioni prive di certezza giuridica, anche perché il regolamento prevede sanzioni che possono arrivare fino al 20 per cento del fatturato.

Dal 2028, oltre agli obblighi di rendicontazione, entreranno progressivamente in vigore anche quelli relativi all’intensità emissiva delle forniture, cioè il rapporto tra emissioni e volumi commercializzati, con valori soglia che dovranno essere definiti attraverso gli atti attuativi previsti dalla normativa europea.

IL DIBATTITO SUGLI STANDARD EUROPEI

La richiesta avanzata dagli undici Paesi è di sospendere temporaneamente le disposizioni ritenute più difficili da applicare e avviare un confronto con i Paesi produttori e gli operatori del settore per individuare soluzioni praticabili. Tra le ipotesi richiamate da Il Foglio c’è quella di sostituire l’attuale approccio basato sulle sanzioni con un meccanismo economico: le forniture prive di adeguate garanzie sulla sostenibilità ambientale sarebbero soggette a una penalizzazione, sul modello di un dazio climatico.

Il confronto va oltre gli aspetti tecnici del regolamento e investe il ruolo dell’Unione europea nella definizione degli standard internazionali: l’Ue continua a fare leva sul cosiddetto “effetto Bruxelles”, cioè sulla capacità del mercato europeo di influenzare le regole globali. Nel settore Oil & Gas, però, l’Unione europea rappresenta poco più del 10 per cento dei consumi mondiali e rischia di avere un margine di influenza più limitato, anche alla luce delle difficoltà nel garantire gli approvvigionamenti di gas e delle qualità di greggio richieste dalle raffinerie europee.

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