Atene diventa snodo vitale per l’indipendenza dal gas russo, mentre in Alaska Trump rilancia i fossili per l’IA e BYD rivoluziona i tempi di ricarica delle auto elettriche. I fatti della settimana Marco Orioles
Il panorama energetico globale sta vivendo una profonda ristrutturazione. La Grecia, spinta dal premier Mitsotakis, si è trasformata in un hub centrale per il Sudest Europa attraverso il “Vertical Gas Corridor”, rimpiazzando il gas russo con l’LNG (principalmente statunitense) e puntando a esportare energia verde verso il continente. In controtendenza rispetto alla transizione globale, negli Stati Uniti il Terra Energy Center ha investito un miliardo di dollari per costruire in Alaska la prima centrale a carbone dal 2013. Il progetto, sostenuto dalla politica pro-fossili di Trump, mira a soddisfare l’enorme domanda elettrica dei data center dedicati all’intelligenza artificiale. Sul fronte tecnologico, si profila la fine delle lunghe attese per i possessori di auto elettriche. Il colosso cinese BYD lancerà ad aprile un sistema di ricarica ultra-veloce da 1.500 kW capace di fare il pieno in nove minuti, mentre la startup inglese Nyobolt ha sviluppato batterie al niobio-tungsteno che garantiscono l’80% della carica in meno di cinque minuti, resistendo a cicli di utilizzo estremi.
GRECIA, DA PERIFERIA A CUORE ENERGETICO DEL SUDEST EUROPA
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-17/greece-pushes-lng-hub-role-in-europe-s-post-russian-gas-era
La Grecia si sta ritagliando un ruolo da protagonista nel panorama energetico europeo, soprattutto ora che l’Europa vuole liberarsi del gas russo. Lo ha spiegato con chiarezza il premier Kyriakos Mitsotakis a un evento Bloomberg ad Atene: da Paese un po’ ai margini del sistema energetico continentale, siamo diventati un attore centrale nel Sudest Europa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha scommesso forte sul gas naturale liquefatto (LNG) per rimpiazzare i gasdotti russi. Questo ha ridisegnato le rotte di approvvigionamento e ha dato nuova importanza ai paesi di transito. La posizione della Grecia, incastrata tra Balcani e Mediterraneo orientale, la rende perfetta come porta d’ingresso per l’LNG, anche se altri come Polonia, Croazia e Lituania stanno potenziando i propri terminali. Con il pieno appoggio del governo, Desfa, l’operatore della rete gas, sta spingendo il Vertical Gas Corridor: un progetto che collegherà la Grecia a Romania, Ucraina e altri paesi vicini, aumentando la capacità di trasporto. A novembre hanno acceso una nuova stazione di compressione nel nord: più LNG in entrata e più gas che può uscire verso i paesi limitrofi. Mitsotakis ha ricordato che la Grecia ha già aiutato l’Ucraina nei momenti più duri, diventando un punto di riferimento per la sicurezza energetica regionale. E ha aggiunto: questo ci lega ancora di più agli Stati Uniti. Nel 2025 gli Usa sono stati il fornitore principale di LNG per la Grecia: 26,56 terawattora, quasi il doppio dell’anno prima e oltre l’86% del totale. L’LNG cresce a ritmi sostenuti e, come dice Andreas Shiamishis di Helleniq Energy, “la Grecia è diventata un hub”. C’è pure spazio per un terzo impianto di rigassificazione: Helleniq sta sviluppando un’unità galleggiante a Salonicco, la cui decisione finale sarà presa nel 2026, oltre ai due già attivi a Revithoussa e Alexandroupoli. Ma il discorso non si ferma al gas. Diversi manager presenti all’evento hanno sottolineato che la Grecia può diventare un hub energetico a 360 gradi proprio grazie alla transizione verde. Georgios Stassis di PPC ha detto: “Siamo nel cuore della transizione regionale e possiamo avere i ritorni più alti”. Petros Tzannetakis di Motor Oil insiste: la posizione strategica va sfruttata al massimo. Negli ultimi anni la Grecia è passata da importatrice a esportatrice netta di elettricità, grazie a solare ed eolico in forte crescita. Potrebbe anche importare e veicolare energia rinnovabile verso il resto d’Europa, per esempio con il progetto Gregy che porterebbe elettricità verde dall’Egitto.
PRIMO NUOVO IMPIANTO A CARBONE USA DOPO 10 ANNI: 1 MILIARDO IN ALASKA
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-16/us-plans-first-new-coal-fired-power-plant-since-2013-in-alaska
Terra Energy Center sta buttando sul tavolo un miliardo di dollari per una nuova centrale a carbone in Alaska. Lo riferisce Bloomberg, che ricorda come questa sia la prima volta in più di dieci anni che qualcuno investe davvero in un progetto del genere negli Stati Uniti. L’accordo è con Hyundai Heavy Industries per le caldaie e l’ha tirato fuori il Dipartimento degli Interni in un fact sheet, proprio mentre a Tokyo si parlava di energia e sicurezza nell’Indo-Pacifico. Per il carbone americano è una specie di miracolo al contrario. Una volta copriva più della metà dell’elettricità degli Usa, oggi siamo al 16% scarso. Tutti sono passati a gas e rinnovabili perché costano meno e inquinano meno, e gli ambientalisti vorrebbero cancellarlo del tutto. Dicono pure che economicamente non ha senso costruire ora. Trump però la vede diversamente. Da quando è tornato alla Casa Bianca spinge per bruciare più carbone, soprattutto adesso che i data center per l’AI fanno volare la domanda di energia. Vuole ridare fiato ai fossili e ridimensionare le rinnovabili “a intermittenza”. Nel primo mandato non era riuscito a combinare molto, stavolta invece qualcosa si muove: hanno già obbligato cinque centrali pronte a chiudere a restare aperte, e altre potrebbero seguire. Gli esperti però storcono il naso. “Il mercato non vuole nuove centrali a carbone”, dice a Bloomberg Dennis Wamsted, analista del settore. “I soldi li trovi, ma li rivedi indietro?”. La domanda di carbone continua a scendere e nessuno sa cosa succederà con la prossima amministrazione. L’ultima centrale vera costruita negli Usa è del 2013 (Sandy Creek, Texas, 932 MW). Questa di Terra dovrebbe arrivare a 1,25 GW. Oltre al miliardo di Terra Energy Center, c’è anche un fondo sudcoreano, Koreit, zche ci mette 500 milioni.
ADDIO CODE ALLE COLONNINE: BYD E NYOBOLT CAMBIANO LE REGOLE
https://www.economist.com/science-and-technology/2026/03/16/rapid-charging-ev-batteries-are-on-the-way
Ormai, sottolinea l’Economist, le code alle colonnine con le elettriche in carica sono all’ordine del giorno nelle aree di servizio. Certo, le auto più recenti fanno il pieno in una ventina di minuti, ma per tante altre ci vuole ancora un bel pezzo. Le cose però stanno cambiando in fretta: stanno arrivando caricatori ultra-veloci che promettono di ricaricare quasi come si fa con la benzina. L’8 aprile a Parigi BYD – che ormai è il produttore numero uno al mondo di auto elettriche – tirerà fuori un sistema da 1.500 kW altamente innovativo. È una specie di grande arco sospeso da cui scendono i cavi: se attacchi una Denza Z9GT, il loro modello top di gamma nuovo, con batteria Blade da 122 kWh, in cinque minuti passi dal 10% al 70%. Ricarica completa in nove minuti tondi. Il collo di bottiglia delle batterie al litio è sempre lo stesso: più spingi sulla velocità e più gli ioni fanno fatica a infilarsi nell’anodo, si crea resistenza e si scalda tutto. BYD ha lavorato sui materiali a livello microscopico, rendendo elettrodi più sottili e permeabili. Però per sfruttarle davvero servono colonnine speciali, molto oltre le 350 kW di oggi. L’azienda vuole metterle ovunque e in Cina punta a 20.000 pezzi attivi entro fine anno. Una startup inglese, Nyobolt, nata a Cambridge, ha preso un’altra strada. Ha montato su una sportiva leggera una batteria da 35 kWh che, con una colonnina “normale” da 350 kW, va dal 10% all’80% in meno di cinque minuti. Autonomia 250 km circa, ma pesa poco e consuma meno. Il trucco sta in un anodo speciale a base di niobio-tungsteno che fa scorrere gli ioni a una velocità assurda. Già le usano per data center e robot da magazzino (hanno un accordo con Symbotic), e stanno parlando con varie case auto. Il rovescio? La ricarica veloce stressa di più le batterie. Però Nyobolt ha fatto test su oltre 4.000 cicli rapidi – l’equivalente di un milione di km – e tiene ancora l’80% della capacità. Anche BYD dice che le sue durano parecchio.


