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Perché i paesi petroliferi sono sotto pressione per diventare ‘green’

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Uno dei modi attraverso cui vediamo i governi rispondere alle pressioni da entrambe le parti è nello sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio

I governi dei paesi ricchi di petrolio di tutto il mondo sono sotto accusa per le loro decisioni di proseguire con l’estrazione di greggio e gas invece di affidarsi alle alternative rinnovabili. La domanda è come se la caverà l’industria petrolifera nei prossimi decenni di fronte a un atteggiamento da parte dei governi che si stanno sforzando a portare avanti politiche ‘green’. Se un tempo una forte industria petrolifera garantiva ai paesi opportunità di lavoro, forti entrate e potere geopolitico, la recente spinta per frenare l’esplorazione di petrolio e gas ha trasformato questo privilegio in un peso.

Questo aspetto si è ulteriormente esacerbato durante la pandemia di Covid-19, che ha ridotto la domanda globale di petrolio e gas e ha fatto sorgere molti dubbi sul fatto che la dipendenza dai combustibili fossili dovesse tornare ai livelli pre-pandemia. Nel 2021, organizzazioni internazionali come l’Aie e l’Ipcc hanno promosso l’idea della decarbonizzazione e la necessità di frenare l’uso di combustibili fossili, vedendo la stasi della domanda dal 2020 come un utile trampolino di lancio verso la transizione verso le rinnovabili.

Ma mentre i governi di molti paesi nordamericani ed europei stanno rispondendo a questa pressione, c’è da affrontare la sfida continua della crescente domanda di petrolio e gas che sta rialzando la testa grazie alla revoca delle restrizioni legate al Covid, comparata alla significativa impreparazione del settore delle energie rinnovabili. Con un’offerta limitata e prezzi in aumento, i governi sono nel mirino sia per aver fatto troppo poco per rispondere ai cambiamenti climatici sia per non aver fornito abbastanza energia a basso prezzo al mercato in un momento di difficoltà economiche.

COSA STA SUCCEDENDO NEGLI USA

Negli Stati Uniti, il presidente Biden ha fatto una giravolta a 180 gradi sulle scelte energetiche del suo predecessore aderendo all’accordo di Parigi, annullando lo sviluppo di un oleodotto chiave e interrompendo le aste di trivellazione nei suoi primi sei mesi di governo. Tutto questo nell’ambito della sua promessa politica elettorale di prendere più sul serio il cambiamento climatico.

Ma ora Biden è stato accusato di rivolgersi a Opec+ per le forniture di petrolio, dopo aver ridotto gli sviluppi nazionali e l’ulteriore espansione del petrolio nordamericano.

LA POSIZIONE DEL REGNO UNITO

Allo stesso modo, il governo del Regno Unito ha annunciato l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di carbonio entro il 2050, rispondendo alle richieste internazionali di decarbonizzazione. Tuttavia, il governo conservatore sta continuando a sviluppare progetti per il Mare del Nord, con molti che sottolineano la natura ipocrita di queste azioni.

Il potenziale allontanamento dai combustibili fossili è di particolare importanza per la Scozia, poiché le domande indipendentiste dopo la Brexit stanno tornando in superficie, ma con quale sostegno finanziario? Il petrolio del Mare del Nord ha alimentato il movimento per l’indipendenza scozzese dagli anni ’70, ma un allontanamento dai combustibili fossili potrebbe annullare questa opportunità.

Non solo. Mentre gran parte dell’opinione pubblica britannica chiede una maggiore azione sui cambiamenti climatici, molti scozzesi mettono in dubbio la preparazione del Regno Unito a vivere senza combustibili fossili. Al momento, le energie rinnovabili forniscono in media solo il 30% dell’attuale domanda di elettricità, il che significa che se il paese dovesse passare a un’energia puramente rinnovabile, le famiglie dovrebbero ridurre il loro consumo di elettricità del 70%, come si legge su scotsman.

COME SE LA STA GIOCANDO LA NORVEGIA

La Norvegia, dal canto suo, continua a sostenere il forte settore petrolifero del paese sviluppando al contempo anche un programma di energie rinnovabili. Il paese scandinavo produce alcuni dei più alti livelli di emissioni di carbonio al mondo attraverso le sue operazioni petrolifere e di gas all’estero, mentre a livello nazionale, la Norvegia funziona quasi interamente con energia rinnovabile, come si legge su Oilprice.

LA SOLUZIONE? IL CCS

Uno dei modi attraverso cui vediamo i governi rispondere alle pressioni da entrambe le parti è nello sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, nel tentativo di ridurre le emissioni di carbonio dall’industria petrolifera e del gas e incoraggiare l’uso del Ccs per lo sviluppo di progetti di idrogeno. Lo sviluppo di processi Ccs sta avvenendo proprio in Norvegia ma anche nel Regno Unito dove collabora Eni che vorrebbe replicare il discorso nell’Adriatico e precisamente a Ravenna.

Ma con l’aumentare delle sfide, i governi dovranno collaborare con Big Oil per incoraggiare la decarbonizzazione attraverso maggiori investimenti in Ccs e altre tecnologie, continuando a produrre combustibili fossili anche nei prossimi decenni. O farla finita e spingere i loro investimenti verso alternative rinnovabili.

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