Il settore elettrico è pronto a investire 200 miliardi entro il 2035, portando un risparmio importante in bolletta ogni anno. Ma oltre 4.000 progetti restano bloccati tra veti, cavilli e autorizzazioni. Lo studio di TEHA e Elettricità Futura
Duecento miliardi di euro nei prossimi dieci anni. È il tesoretto che il settore elettrico italiano è pronto a investire per tagliare le bollette di 20 miliardi e far crescere il Pil di 120 miliardi all’anno. Ma per trasformare la promessa in realtà servono riforme e un quadro di policy coerente. È quanto emerge dallo studio “L’elettricità per un’Italia più sicura e competitiva”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Elettricità Futura, presentato nel corso del Forum di Cernobbio.
ELETTRICO PRIMO PER INVESTIMENTI
L’elettrico è il primo settore industriale italiano per investimenti e il secondo per valore della produzione, secondo lo studio. Una filiera composta da pannelli fotovoltaici, pale eoliche, pompe di calore, gigawatt che passano nella rete, servizi digitali e colonnine per le auto che sposta circa 226 miliardi di euro. Un comparto che vale il 3% del nostro PIL, che diventa il 4,4% se consideriamo l’indotto, e dà lavoro a 570.000 persone.
I ricercatori stimano che nei prossimi 10 anni il settore potrebbe investire duecento miliardi di euro, contribuendo a un taglio delle bollette per 20 miliardi complessivi ogni dodici mesi. Al tempo stesso, l’iniezione di risorse può generare 120 miliardi di PIL aggiuntivo e 166.000 occupati aggiuntivi all’anno.
LA RICETTA DI ELETTRICITA’ FUTURA
Il disaccoppiamento forzato dei prezzi non è la soluzione per abbassare le bollette, secondo lo studio. Gli esempi di Spagna e Portogallo dimostrano infatti che sussidiare il gas per calmierare il mercato all’ingrosso rischia di caricare costi sui consumatori e drogare la produzione. Al contrario, Elettricità Futura propone una strategia che si fonda su: sbloccare i cantieri delle rinnovabili, spingere sul repowering degli impianti vecchi, puntare sui contratti di lungo termine tra privati (i PPA) e pubblici (FER X e FER Z) per blindare i prezzi a cifre contenute, fare rete con gli accumuli e l’idroelettrico per coprire i picchi e, infine, trasferire una parte degli oneri di sistema dalla bolletta al bilancio dello Stato.
IL BIVIO DEGLI INVESTIMENTI
Le aziende sono pronte a mettere a terra 200 miliardi di euro da qui al 2035 per raggiungere 159 GW di capacità rinnovabile. Tuttavia, i progetti non possono continuare a rimanere ostaggio del veto del comune e della sovrintendenza di turno. Il nostro Paese ha nel cassetto oltre 4.000 progetti fermi, 150 Gigawatt d’energia pulita pronti a essere installati e bloccati nelle sabbie mobili delle autorizzazioni. Più di un terzo di questi dossier (55 GW) è impantanato negli uffici delle Regioni tra veti incrociati, Sovrintendenze e cavilli. Un ritardo inconcepibile se si pensa che la direttiva europea RED III impone di chiudere i procedimenti entro 24 mesi.
BOLLETTE, IL NODO DELL’AUTOPRODUZIONE
Se non produciamo l’energia da soli e a costi bassi, il sistema energetico nazionale rischia di andare in blocco, secondo lo studio. Infatti, l’Italia consuma molta più corrente di quella che riesce a produrre in casa in modo efficiente. Il risultato è che il nostro Paese resta agganciato al cordone ombelicale del gas importato, con le montagne russe dei prezzi all’ingrosso (il famoso PUN) che schizzano ogni volta che nel mondo soffiano venti di crisi.
Un elemento da tenere in conto è nei prossimi anni la sete di kilowatt non farà che aumentare. Le proiezioni dicono che entro il 2035 la domanda elettrica nazionale salirà del 28%, per toccare un +41% nel 2040. Ci collegheremo sempre di più, ma soprattutto a spingere sull’acceleratore saranno i nuovi data center necessari all’Intelligenza Artificiale, voraci di corrente come intere città.
BOLLETTE TROPPO PESANTI PER LE PMI
Una famiglia media italiana spende 59 euro al mese per la luce, sostanzialmente in linea con la media Eurozona (57 euro) e decisamente meno di un nucleo familiare tedesco (73 euro), secondo lo studio. La ragione è che l’Italia vanta costi di rete molto più efficienti: 63 euro al MWh, il 37% in meno della Francia e il 65% in meno della Germania. L’aumento delle bollette colpisce con particolare forza il mondo delle imprese non energivore, secondo lo studio. Infatti, per la piccola impresa, il prezzo medio del megawattora in Italia sfiora i 254 euro, contro i 200 della Francia. Le medie imprese pagano 223 euro da noi e 163 Oltralpe. La colpa non è della rete, ma del peso sproporzionato degli oneri generali di sistema e della fiscalità, secondo lo studio.

