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Petrolio, attività sudamericane a rischio per tre trilioni di dollari

Biden America Latina

Tanti paesi dell’America Latina sono sull’orlo di uno shock socio-economico. L’uso ancora massivo di combustibili fossili, i ritardi nella transizione energetica e una radicale svalutazione dei traffici di petrolio e gas figurano tra i fattori più determinanti.

Ad inizio 2021, la Banca Mondiale ha nominato Iraq, Libia, Venezuela, Guinea Equatoriale, Nigeria, Iran, Guyana, Algeria, Azerbaigian e Kazakistan come nazioni produttrici di petrolio più vulnerabili a causa della loro elevata esposizione al settore e della relativa mancanza di diversificazione. Ne scrive il portale Oilprice.

Le economie dell’America Latina, però, non godono di una situazione tanto diversa. Si tratta di paesi molto legati ancora al petrolio e soprattutto ancora poco organizzati nella gestione delle fasi di transizione energetica.

LA SITUAZIONE PAESE PER PAESE

Nello specifico, il Venezuela, l’Ecuador e la Colombia dipendono dalle esportazioni e dalle entrate petrolifere. Bolivia e Trinidad dipendono fortemente dal gas naturale. La Guyana, invece, è pronta a diventare il più grande produttore di petrolio pro-capite al mondo, grazie alla serie di scoperte petrolifere fatte da ExxonMobil e dai suoi partner.

I grandi del sud del mondo, Argentina, Brasile e Messico, non sono invece molto dipendenti dai combustibili fossili. Nei loro casi, però,  il petrolio e il gas rappresentano ancora le più grandi arterie industriali nazionali per entrate fiscali, esportazioni e investimenti.

I PROGRAMMI PER IL FUTURO

Gli ormai noti aumenti dei prezzi del greggio, nonché l’urgente necessità di salvare le varie economie, costringono molti dei paesi della regione a sviluppare i loro combustibili fossili. Per questo, i passi avanti che dovrebbero esser fatti verso le energie rinnovabili tardano ad arrivare.

Alcuni gruppi petroliferi nazionali stanno migliorando la loro efficienza energetica e riducendo il gas flaring. Resta però forte il disallineamento del settore energetico della regione con gli obiettivi dell’accordo di Parigi di raggiungere emissioni nette zero entro il 2050.

Secondo le previsioni della Banca interamericana di sviluppo, la produzione petrolifera sudamericana dovrebbe ridursi sotto i 4 milioni di barili giornalieri al 2035. Questo implicherebbe la perdita di circa 3 trilioni di dollari di royalties per gli esportatori di greggio.

DANNI ED ECCEZIONI

I ritardi sulla lotta al cambiamento climatico costano, dunque. Ancora nel 2020, anche le importazioni di prodotti grezzi e raffinati dagli Usa costituivano un +88% nell’ultimo decennio.

Nel caso del Messico, ad esempio, i problemi climatici del Texas hanno costretto le autorità nazionali a investire ancora nel carbone e nell’olio combustibile.

Ci sono eccezioni incoraggianti, tuttavia. Perù e Cile, per esempio con l’impegno nel solare o il Brasile con una importante capacità idroelettrica. In Colombia,  invece, il presidente Ivan Duque ha spinto le aziende a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 espandendo al contempo le energie rinnovabili non convenzionali.

RISCHI E RIMEDI

Secondo IDB, i ritardi sul fronte energetico rischiano di determinare problemi sui mercati e danni macroeconomici. Le ripercussioni si avrebbero anche sul fronte politico, perché si verrebbe a generare una rapida perdita di ricchezza tra i proprietari di beni strumentali interessati e i lavoratori.

Se gli obiettivi di riduzione delle emissioni presenti nell’accordo di Parigi saranno raggiunti, il valore globale degli stranded asset associati a progetti che non hanno ancora recuperato il loro investimento iniziale dovrebbe essere di 304 miliardi di dollari nel 2035, di cui 180 miliardi di dollari corrispondono alle industrie petrolifere e del gas.

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