L’offerta mondiale crolla di oltre 10 milioni di barili al giorno nel più grave deficit della storia moderna. Il prezzo del greggio fisico vola verso i 150 dollari mentre i consumi subiscono una contrazione record.
Il mercato petrolifero globale è entrato in una spirale di crisi senza precedenti. Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), il conflitto tra Stati Uniti e Iran sta ridisegnando gli equilibri energetici mondiali, provocando uno shock dell’offerta di proporzioni storiche. Nel mese di marzo, la produzione globale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno, attestandosi a 97 milioni, a causa dei continui attacchi alle infrastrutture in Medio Oriente e della paralisi dello Stretto di Hormuz.
Questo scenario ha costretto l’agenzia parigina a rivedere drasticamente le stime per il 2026: la domanda mondiale è ora prevista in contrazione di 80.000 barili al giorno, con un calo nel secondo trimestre di ben 1,5 milioni di barili, un dato che per gravità ricorda solo i mesi più bui della pandemia di Covid-19.
CROLLO DELL’OFFERTA E PARALISI DI HORMUZ
Il cuore della crisi risiede nel blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, snodo vitale attraverso il quale i flussi sono passati dai 20 milioni di barili al giorno di febbraio ai soli 3,8 milioni di inizio aprile. L’AIE rileva che l’OPEC+ ha subito il colpo più duro, con una produzione scesa di 9,4 milioni di barili al giorno. Anche i produttori non-OPEC+ hanno registrato flessioni, dove il calo dell’output qatariota ha annullato i guadagni produttivi di Stati Uniti e Brasile.
A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunto l’annuncio del blocco navale statunitense sui porti iraniani, una misura destinata a rimuovere dal mercato altri due milioni di barili giornalieri, aggravando una carenza di esportazioni complessiva che supera già i 13 milioni di barili al giorno.
DISCONNESSIONE DEI PREZZI E CORSA AI BARILI FISICI
Sul fronte dei mercati finanziari, marzo ha segnato il più grande incremento mensile dei prezzi mai registrato. Tuttavia, il dato più allarmante è la crescente disconnessione tra i mercati dei futures e quelli del petrolio fisico. Mentre i contratti cartacei scambiano su livelli elevati, il greggio reale, quello necessario alle raffinerie per l’immediata lavorazione, ha raggiunto picchi prossimi ai 150 dollari al barile.
“La disconnessione tra fisico e futures sta diventando sempre più acuta”, sottolinea l’AIE, evidenziando come i benchmark del Mare del Nord (Dated Brent) siano scambiati a circa 60 dollari sopra i livelli pre-conflitto. Ancora più drammatica è la situazione dei prodotti raffinati: a Singapore, i prezzi dei distillati medi hanno polverizzato ogni record, superando i 290 dollari al barile.
LA DISTRUZIONE DELLA DOMANDA E I SETTORI COLPITI
La scarsità di prodotto e i prezzi insostenibili stanno provocando una “distruzione della domanda” che parte dal Medio Oriente e dall’Asia Pacifico per estendersi rapidamente al resto del mondo. L’industria petrolchimica asiatica ha già ridotto le attività a causa della mancanza di materia prima. Il settore del trasporto aereo è in forte sofferenza: le cancellazioni dei voli tra Europa e Asia hanno causato un crollo nel consumo di jet fuel.
Anche le utenze domestiche e commerciali che dipendono dal GPL risentono pesantemente dei rincari. L’AIE stima che la domanda globale si contrarrà di 2,3 milioni di barili al giorno solo nel mese di aprile, costringendo molti governi a implementare politiche di emergenza per proteggere i consumatori o ridurre forzatamente i consumi.
SCORTE STRATEGICHE E ROTTE ALTERNATIVE
Per tentare di arginare l’emergenza, i paesi consumatori e le raffinerie stanno attingendo massicciamente alle scorte. Le riserve globali osservate sono diminuite di 85 milioni di barili a marzo, ma il dato nasconde una realtà più complessa: al di fuori del Golfo Persico, le scorte sono state drenate per ben 205 milioni di barili. Parallelamente, si registra un accumulo di 100 milioni di barili in “stoccaggio galleggiante” all’interno del Golfo, intrappolati a causa dell’impossibilità di transitare per Hormuz.
L’unica valvola di sfogo è rappresentata dalle rotte alternative – come la costa occidentale saudita, il porto di Fujairah negli Emirati e l’oleodotto iracheno verso la Turchia – che hanno quasi raddoppiato i flussi, portandoli a 7,2 milioni di barili al giorno, volume comunque insufficiente a colmare il vuoto lasciato dalla rotta principale.
PROSPETTIVE E SCENARI D’INCERTEZZA
Sebbene il recente annuncio di un cessate il fuoco di due settimane abbia offerto una boccata d’ossigeno ai mercati, l’AIE resta estremamente cauta. Non è chiaro se la tregua porterà a una pace duratura o al ripristino della navigazione sicura. Le previsioni dell’Agenzia ipotizzano una ripresa dei flussi regolari entro metà anno, pur ammettendo che si tratta di uno scenario potenzialmente ottimistico.
Esiste infatti un’ipotesi alternativa, molto più cupa, in cui il conflitto prolungato manterrebbe altissimi i rischi per la produzione e il commercio. In questo caso, avverte il rapporto, le economie mondiali dovranno prepararsi a interruzioni sistemiche e a una pressione sui prezzi destinata a durare per tutto il 2026.



