Rheinmetall corre sulla Difesa mentre la divisione automotive finisce ad Aequita. A Livorno e Lanciano si teme per il futuro degli stabilimenti, mentre in Germania si brinda
Rheinmetall vende la divisione automotive per puntare tutto sulla difesa, una partita che vale oltre 23 miliardi di euro in Italia. Ma 360 lavoratori rischiano di finire in mezzo a una strada. I sindacati pretendono chiarezza dopo le promesse di Rheinmetall Italia cadute nel vuoto e chiamano in causa il Governo e il Mimit, come recentemente ricostruito da Policy Maker. Come si può permettere a un gruppo straniero di incassare miliardi di denaro pubblico italiano per i contratti della Difesa e, contemporaneamente, di disimpegnarsi dal comparto civile scaricando i costi sociali e occupazionali sulle comunità locali? Sono le domande poste dai segretari generali di Fiom e Cgil Livorno.
LA SVOLTA MILITARE E LE PROMESSE DI RHEINMETALL ITALIA
Rheinmetall sta per finalizzare la cessione di Power Systems a Aequita per 350 milioni di euro. Il fondo metterà così le mani su un business che, secondo i dati comunicati dal gruppo, vale circa 2 miliardi di fatturato. I circa 360 lavoratori italiani di Pierburg, invece, rischiano di finire stritolati nell’ingranaggio di una cessione societaria decisa a centinaia di chilometri di distanza, senza garanzie e nell’indifferenza di chi firma i contratti che contano.
Il copione inizia a delinearsi a novembre del 2025. Negli uffici del Mimit è andato in scena il primo tavolo istituzionale, dove Rheinmetall Italia ha annunciato una svolta strategica radicale. La casa madre di Düsseldorf vuole abbandonare progressivamente il settore civile per convertire l’intero business sulla difesa e sul mercato militare. Inizialmente, la filiale italiana ha rassicurato i lavoratori sul futuro dei siti italiani di Power Systems – la divisione automotive civile del gruppo – promettendo un percorso condiviso con le istituzioni per blindare occupazione e prospettive industriali.
IL BLITZ DI AEQUITA
Poi, a giugno 2026 è arrivata la doccia fredda. L’intera divisione Power Systems, un colosso da 2 miliardi di fatturato, è stata venduta al fondo d’investimento Aequita per la cifra, apparentemente stracciata, di 350 milioni di euro. L’operazione si chiuderà entro il quarto trimestre del 2026, ma il problema vero è il “come”.
Le garanzie promesseda Rheinmetall Italia nei tavoli italiani si sono rivelate carta straccia, superate dalle decisioni della capogruppo tedesca. Nel comunicato ufficiale firmato a Düsseldorf spuntano tutele specifiche per i lavoratori del sito spagnolo di Abadiano e accordi blindati di salvaguardia per i dipendenti in Germania. Ma per l’Italia non ci sono riscontri specifici, salvo le generiche rassicurazioni del fondo Aequita di voler “mantenere i 6.250 dipendenti globali”. Persino nella lettera di commiato inviata ai lavoratori lo scorso 25 settembre dal numero uno di Rheinmetall, Armin Papperger, i siti italiani non sono stati nemmeno menzionati.
IL NODO DEL COMANDO
Chi muove davvero i fili? È la domanda centrale intorno a cui ruota la vertenza dei sindacati e le richieste di chiarimenti del Comune di Livorno. Trattare con la filiale italiana si è rivelato un esercizio di stile del tutto sterile. La cessione della divisione italiana che opera nell’automotive dimostra che il potere decisionale sta unicamente ai vertici tedeschi e al fondo acquirente.
Dopo gli appelli del sindaco e delle sigle territoriali, lo scorso 25 settembre c’è stato un piccolissimo passo avanti. La delegazione tecnica arrivata dalla Germania ha finalmente accettato di sedersi al tavolo ministeriale. Il risultato, però, è stato un buco nell’acqua: nessuna risposta sui piani di investimento, zero certezze sulle strategie di rilancio, buio pesto sul futuro produttivo degli stabilimenti.
LA LEVA DEI 23 MILIARDI
Mentre i lavoratori Pierburg vivono nell’incertezza, Rheinmetall in Italia sta facendo affari d’oro. Il colosso della difesa ha infatti messo il turbo grazie alla joint venture LRMV siglata con Leonardo, puntando ai programmi di ammodernamento dell’Esercito Italiano. Parliamo di una partita da oltre 23 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, comprensiva della prima maxicommessa da oltre 5 miliardi destinata alla fornitura dei nuovi carri armati.
Ed è qui che si gioca il vero cortocircuito politico e industriale, denunciato con forza dai segretari generali di Fiom e Cgil Livorno. Come si può permettere a un gruppo straniero di incassare miliardi di denaro pubblico italiano per i contratti della Difesa e, contemporaneamente, di disimpegnarsi dal comparto civile scaricando i costi sociali e occupazionali sulle comunità locali? Le associazioni dei lavoratori hanno inviato al Mimit e all’esecutivo un aut-aut chiaro: Roma faccia valere il peso economico delle sue commesse militari. I contratti per i carri armati diventino la leva negoziale per imporre a Rheinmetall e ad Aequita impegni vincolanti, rigidi e sanzionabili sul futuro di Livorno e Lanciano.

