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Emissioni CO2

Riforma ETS, i sindaci del distretto ceramico scrivono a Schlein e Meloni per difendere la manifattura

I primi cittadini di Sassuolo, Fiorano e Castellarano chiedono al centrosinistra e al Governo una risposta di sistema per evitare la delocalizzazione, mentre gli esperti avvertono sui rischi dell’estensione del mercato della CO2 ai termovalorizzatori.

L’Europa e l’Italia si trovano a un bivio cruciale per il futuro della manifattura e della gestione dei rifiuti, strette tra la necessità della transizione ecologica e la sostenibilità economica dei distretti industriali. La notizia principale riguarda l’iniziativa di tre sindaci del Partito Democratico — Matteo Mesini (Sassuolo), Marco Biagini (Fiorano Modenese) e Giorgio Zanni (Castellarano e presidente della Provincia di Reggio Emilia) — che hanno inviato una lettera congiunta alla segretaria del PD Elly Schlein e alla premier Giorgia Meloni. Come riportato dal quotidiano “Il Foglio“, i sindaci chiedono una revisione profonda del sistema ETS (Emissions Trading System), il mercato delle quote di emissione di CO2, per evitare che si trasformi in una tassa insostenibile capace di spingere le imprese a delocalizzare.

IL GRIDO D’ALLARME DEL DISTRETTO CERAMICO

Il distretto ceramico di Sassuolo non è solo un’eccellenza locale, ma un pilastro dell’economia nazionale. Rappresenta l’87% della produzione italiana del settore, dà lavoro a 14.000 addetti diretti e coinvolge circa 40.000 persone considerando l’intera filiera della logistica e dei servizi. Nella loro missiva, i sindaci Mesini, Biagini e Zanni sottolineano che “l’Europa non può perdere la sua manifattura” e che le nuove regole ambientali devono partire dall’ascolto del territorio. Il timore è che l’attuale configurazione dell’ETS, sommandosi alla crisi energetica e all’aumento dei costi delle materie prime, crei un “cortocircuito” fatale.

“Non discutiamo la bontà del principio a monte”, spiegano i sindaci, “ma senza un cambiamento di marcia si rischia che gli imprenditori delocalizzino in altre aree”. L’iniziativa si allinea all’allarme lanciato dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sulla perdita di competitività del sistema industriale europeo a causa di oneri ambientali non più sostenibili. Per Zanni, è fondamentale che il centrosinistra imposti il rapporto con l’imprenditoria su “paradigmi nuovi, con un reciproco e proficuo confronto”, ricordando che è il mondo produttivo a generare lavoro e innovazione.

L’ESTENSIONE DELL’ETS AL SETTORE DEI RIFIUTI

Mentre i distretti industriali tremano, la Commissione Europea ha presentato una proposta di revisione dell’ETS che include anche gli impianti di termovalorizzazione dei rifiuti urbani. L’obiettivo, come analizzato da Antonio Massarutto su “La Voce.info“, è far sì che il carbonio fossile contenuto nei rifiuti (plastiche, gomme e sintetici) contribuisca ai costi della transizione. Tuttavia, l’impostazione originaria nascondeva un paradosso: tassare i termovalorizzatori lasciando escluse le discariche.

Queste ultime, secondo i dati Ispra, sono responsabili del 77% delle emissioni climalteranti del settore (principalmente metano), mentre la termovalorizzazione incide solo per l’1%. Senza un’applicazione omogenea del prezzo del carbonio, il rischio economico è che la discarica diventi artificialmente più conveniente, incentivando pratiche di smaltimento meno sostenibili o l’esportazione di rifiuti verso paesi non soggetti ai vincoli UE. L’impatto stimato sulle tariffe di conferimento agli impianti potrebbe oscillare tra il 30% e il 50%, traducendosi in un aggravio per i cittadini di circa 5 euro l’anno per abitante.

CORRETTIVI E NUOVE TECNOLOGIE DI CATTURA

Per mitigare questi effetti, la proposta europea ha introdotto alcuni correttivi significativi. Il primo riguarda l’assegnazione di quote gratuite di emissione per gli impianti che recuperano calore utile, riconoscendo il loro ruolo nella decarbonizzazione delle reti di teleriscaldamento attraverso la sostituzione di caldaie a combustibili fossili. Un secondo aspetto riguarda la cattura della CO2: se il carbonio viene stoccato permanentemente (CCS) è considerato non emesso, mentre se viene riutilizzato come materia prima (CCU) l’obbligo di pagamento viene rinviato.

Resta tuttavia aperto il tema della convenienza economica del riutilizzo del carbonio, che potrebbe richiedere ulteriori incentivi. La proposta include inoltre una clausola di opt-out che permette agli Stati membri di rinviare l’applicazione dell’ETS al 2036, a patto di rispettare rigorosi target di riciclo (65%) e di riduzione del conferimento in discarica (massimo 10%) entro il 2035. Per l’Italia la sfida è aperta: attualmente il tasso di riciclo nazionale è al 52,3% e quello dei conferimenti in discarica al 14,8%.

SPOSTARE IL PREZZO DEL CARBONIO A MONTE: L’IPOTESI PLASTIC TAX

Nonostante i passi avanti, gli analisti ritengono che l’ETS agisca troppo tardi, quando il rifiuto è già stato prodotto. Per modificare realmente i comportamenti di consumo e produzione, l’impostazione più efficace sarebbe quella di applicare il principio “chi inquina paga” all’inizio del ciclo di vita dei materiali. L’idea è quella di spostare il prezzo del carbonio a monte, al momento dell’immissione sul mercato, specialmente per la plastica vergine. I produttori potrebbero essere chiamati a restituire quote di emissione proporzionali alla frazione di prodotto destinata a diventare rifiuto residuo non riciclabile.

Questo approccio renderebbe conveniente investire nell’ecodesign e ridurre l’uso di materie prime fossili. Una simile strategia potrebbe essere attuata riprendendo il concetto della plastic tax, modulandola in base alla composizione dei flussi conferiti ai termovalorizzatori, seguendo modelli già sperimentati con successo in altri paesi come la Repubblica Ceca. In definitiva, se l’estensione dell’ETS è un passo avanti, la vera efficacia climalterante si otterrà solo agendo sul momento in cui il carbonio entra nel sistema economico, garantendo così la sopravvivenza dei distretti manifatturieri e la pulizia della filiera energetica.

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