Musk inaugura un maxi-hub a Gurugram per rilanciare vendite finora deludenti, ma deve guardarsi dalla locale Mahindra che lancia la sfida con nuovi SUV economici. Intanto in Europa parte il progetto Greensand: un ex giacimento petrolifero danese diventerà il primo deposito sottomarino di anidride carbonica dell’Ue. I fatti della settimana di Marco Orioles
Tesla tenta il rilancio in India inaugurando a Gurugram il suo più grande centro integrato, nonostante consegne finora marginali rispetto ai competitor e profitti globali in calo. La strategia punta a rafforzare l’ecosistema di ricarica in un mercato ostacolato da dazi elevati, dove però il gigante locale Mahindra risponde con forza lanciando l’XEV 9S, un SUV elettrico a 7 posti dal prezzo competitivo, parte di un massiccio piano d’investimento per sfidare il dominio di Tata Motors. Mentre l’India cerca di accelerare la transizione elettrica, in Europa la Danimarca guida la rivoluzione della cattura del carbonio: il progetto Greensand, guidato da INEOS, convertirà dal 2026 il giacimento petrolifero Nini in un sito di stoccaggio permanente di CO₂. L’obiettivo è immagazzinare fino a 8 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, una mossa sostenuta dall’Ue ma criticata dagli ambientalisti come possibile alibi per l’industria fossile.
TESLA APRE IL MAXI-HUB A GURUGRAM
Come riporta la BBC, Tesla ha inaugurato a Gurugram il suo più grande hub integrato di vendita, assistenza e ricarica in India, nonostante le vendite deludenti nel paese. Dallo scorso luglio, quando è iniziato l’ingresso ufficiale, l’azienda ha consegnato poco più di 100 veicoli, soprattutto Model Y, a fronte di circa 600 prenotazioni raccolte fino a metà settembre. I dati interni delle concessionarie, visionati dalla BBC, mostrano che solo una piccola parte delle prenotazioni si è trasformata in consegne effettive, mentre concorrenti premium come BMW, Mercedes-Benz e BYD hanno registrato crescite robuste grazie alla stagione festiva e agli sgravi fiscali. Le fonti interne rivelano che Tesla sta ora puntando su una strategia in tre pilastri: rafforzare l’ecosistema EV indiano, ampliare la rete di ricarica (supercharger inclusi) e migliorare l’esperienza cliente. Il responsabile India, Sharad Agarwal, sottolinea alla BBC il risparmio sul costo di gestione: fino a 2 milioni di rupie (circa 22.400 $) in 4 anni tra carburante evitato e manutenzione quasi tutta remota via OTA, con ricarica domestica che costa un decimo della benzina. Gli esperti definiscono i numeri “bassi per qualsiasi standard”, ma li considerano strategici: Tesla ha appena “messo un piede nella porta”, sottolineano gli analisti, in un mercato dove gli EV rappresentano meno del 3% delle vendite auto e le stazioni di ricarica pubbliche sono solo circa 25.000. I principali ostacoli restano i dazi doganali elevati, il prezzo d’acquisto ancora proibitivo e la lentezza dello sviluppo infrastrutturale. Nel frattempo Tesla vive una fase di rallentamento globale: nonostante ricavi record di 28 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2025 (+12%), i profitti sono calati del 37%. In India Musk continua a privilegiare le importazioni complete invece della produzione locale, nonostante gli incentivi governativi introdotti nel 2024 per attirare investimenti manifatturieri.
MAHINDRA SFIDA TATA CON L’XEV 9S
L’azienda automobilistica indiana Mahindra ha presentato il nuovo SUV elettrico a sette posti XEV 9S, con un prezzo d’attacco di circa 2 milioni di rupie (22.400 dollari). Lo riferisce Reuters, aggiungendo che la versione top costa intorno ai 33.000 dollari e offre 500 km di autonomia. Le prenotazioni partiranno il 14 gennaio, con le prime consegne previste per il successivo 23 gennaio. L’azienda destinerà altri 20 miliardi di rupie ai nuovi XEV 9S e BE 6, inserendosi in un piano d’investimento complessivo da 160 miliardi di rupie entro il 2027 per sviluppare SUV “electric origin”, cioè progettati da zero come elettrici e non derivati da modelli a combustione. L’obiettivo è ambizioso: entro il 2027 almeno il 20% delle vendite SUV dovrà essere elettrico. Nei primi sette mesi dell’anno fiscale in corso Mahindra ha già consegnato oltre 30.000 SUV a batteria, e l’80% di questi clienti è alla prima esperienza con il marchio. Il mercato indiano delle auto elettriche sta finalmente decollando: nel 2025 sono state vendute oltre 100.000 vetture a batteria, contro le appena 23.000 dell’intero anno precedente. Tuttavia gli EV rappresentano ancora solo il 2-3% delle immatricolazioni totali, penalizzati da prezzi elevati e da una rete di ricarica ancora frammentata. Il principale concorrente resta Tata Motors, che domina il segmento con sei modelli, dal compatto Tiago EV da 8.950 dollari fino al SUV Harrier da 24.000 dollari. Anche Hyundai è presente con Creta Electric e la gamma IONIQ. Secondo gli analisti, l’XEV 9S potrebbe conquistare 5-10.000 unità all’anno nel segmento sette posti, dove l’offerta è ancora scarsa. Mahindra prevede di raddoppiare la capacità produttiva elettrica a partire da aprile 2026; oggi produce 4-5.000 unità al mese di XEV 9E e BE 6. Il governo di Dehli punta a raggiungere il 30% di penetrazione EV entro il 2030.
IL GIACIMENTO NINI DIVENTA IL PRIMO HUB EUROPEO DI STOCCAGGIO CO₂
Il campo petrolifero Nini, nel Mare del Nord danese, sta vivendo una seconda vita: da sito di estrazione di idrocarburi a deposito permanente di CO₂. È l’Associated Press a parlarci del progetto Greensand che, guidato da INEOS, invertirà il processo di estrazione iniettando anidride carbonica liquefatta a 1.800 metri sotto il fondale marino. Dal 2026 Greensand diventerà il primo sito offshore di stoccaggio CO₂ completamente operativo nell’Ue. Si partirà con 400.000 tonnellate/anno di CO₂ catturato, principalmente da impianti di biogas danesi, per arrivare fino a 8 milioni di tonnellate entro il 2030. La Danimarca, grazie alla geologia favorevole, fatta di arenarie porose e strati di copertura impermeabili, potrebbe teoricamente immagazzinare centinaia di anni delle proprie emissioni e diventare un hub europeo per lo stoccaggio. Il CO₂ arriverà via nave a un terminale in costruzione nel porto di Esbjerg, per poi essere pompato nella piattaforma Siri e iniettato nel giacimento Nini dismesso. I sostenitori, tra cui IPCC e Ue, che punta a 250 Mt/anno di capacità entro il 2040, vedono il CCS come strumento indispensabile per decarbonizzare settori difficili da abbattere e mantenere l’industria europea competitiva senza delocalizzare. Le critiche degli ambientalisti di Greenpeace Danmark sono però nette: il CCS rischia di diventare un alibi per rimandare la riduzione diretta delle emissioni, soprattutto perché cattura ancora una frazione minima delle emissioni globali, pari a 8 Mt contro i 38 Gt emessi ogni anno, e spesso consuma energia fossile nel processo. Inoltre, contestano ancora gli ambientalisti, mentre sviluppa Greensand, INEOS pianifica l’apertura di un nuovo giacimento petrolifero nel Mare del Nord, giustificandolo con un minore impatto rispetto alle importazioni.


