Scenari

Turchia, Grecia e Israele fra energia e geopolitica. Il Taccuino estero di Orioles

Turchia

Il Taccuino estero di Marco Orioles per Energia Oltre si concentra su alcune partite a cavallo tra energia e geopolitica

È giallo su un presunto attacco jihadista contro la pipeline Israele-Egitto

Nonostante sia passato ormai più di un giorno, è ancora avvolto nell’incertezza l’incidente che si sarebbe verificato nei pressi di Bir al-Abd, nel Sinai, alla pipeline che trasporta il gas israeliano in Egitto.

https://twitter.com/timesofisrael/status/1224090499193044993?s=11

Mantenendo l’anonimato, fonti della sicurezza egiziana hanno riferito ieri al quotidiano israeliano Hareetz di un attacco all’infrastruttura compiuto da sei militanti mascherati che avrebbero piazzato delle cariche esplosive sotto la pipeline, causando un’esplosione che, sempre secondo queste fonti, avrebbe costretto il gestore ad interrompere il flusso di gas diretto ad el-Arish, capitale provinciale del Sinai.

Nella stessa giornata di ieri, tuttavia, non solo non è giunta alcuna rivendicazione dell’attacco, ma l’ufficio del ministro israeliano dell’Energia, Yuval Steinitz, ha smentito che vi sia stata alcuna interruzione nel servizio. “Al momento”, si legge nella nota emessa dal dicastero, “il gas naturale sta fluendo da Israele verso l’Egitto attraverso la pipeline”.

Nelle stesse ore, inoltre, arrivava anche la smentita dell’israeliana Delek Drilling and Ratio e dell’americana Noble Energy, partner della joint venture che sfrutta il gas del maxi-giacimento israeliano Leviathan che rifornisce l’Egitto attraverso la pipeline EMG.

Pipeline che – hanno fatto sapere le compagnie – “non è stata danneggiata (…). Il flusso di gas da Leviathan”, si sottolinea, “sta procedendo normalmente”.

In attesa che il giallo si risolva, vale la pena ricordare che, a dispetto della sua importanza in termini sia politici che economici, la partnership energetica tra Egitto e Israele è stata  funestata sin dall’inizio dai frequenti blitz compiuti nel Sinai da varie formazioni jihadiste, l’ultima delle quali è lo Stato Islamico, che proprio nella penisola che collega Egitto ed Israele ha fondato una “provincia” del suo virtuale impero islamista.

Già in passato tali incursioni armate – che prendono volutamente di mira le infrastrutture energetiche nel quadro di una strategia volta a mettere alle corde il regime del Cairo – hanno complicato le relazioni israelo-egiziane cementate dall’accordo del 2005 che impegnava per vent’anni l’Egitto a rifornire Gerusalemme, attraverso la pipeline che transita per il Sinai, con un miliardo di metri cubi di gas naturale l’anno.

Lo stillicidio di attacchi subiti dall’infrastruttura tra il 2010 e il 2012, e in particolare nei momenti di alta tensione seguiti alla caduta del regime di Mubarak nel gennaio del 2011, determinò tuttavia  il collasso dell’accordo del 2005, e indusse persino la compagnia pubblica Israel Electric Corp a trascinare in tribunale i propri partner egiziani General Petroleum Corporation e Egyptian Natural Gas, condannati nel 2015 a pagare una multa di 1,7 miliardi di dollari poi ridotta di oltre due terzi grazie ad un compromesso raggiunto tra i litiganti.

Oggi, ad ogni modo, la partnership israelo-egiziana ha assunto tutt’altro significato e spessore grazie alla scoperta nel 2010 da parte di Gerusalemme di Leviathan, il giacimento al largo delle coste dello Stato Ebraico che contiene riserve di gas naturale stimate in ben 535 miliardi di metri cubi. Alle immense potenzialità di Leviathan, inoltre, si sono aggiunte anche quelle di Tamar, giacimento dove attendono di essere estratti 238 miliardi di metri cubi di gas.

Risale a poco più di un anno fa l’accordo tra Egitto e Israele con cui il secondo si è impegnato a rifornire il primo  com 64 miliardi di metri cubi di gas naturale in dieci anni, per un valore pari a 15 miliardi di dollari.

L’acquirente del gas, l’egiziana Dolphinus Holdings, ha tuttavia in tasca un contratto che le dovrebbe assicurare un quantitativo di gas estratto dal solo Leviathan pari a 85 miliardi di metri cubi, per un valore in dollari pari a 19,5 miliardi.

È sempre del 2018 l’intesa con cui l’israeliana Delek Drilling, l’egiziana Egyptian East Gas Co. e l’americana Noble Energy hanno dato vita ad EMED, una joint venture che, con una somma pari a 518 milioni di dollari, ha rilevato il 39% delle quote della pipeline EMG con cui si punta a far arrivare ogni anno in Egitto 7 miliardi di metri cubi di gas israeliano, con la possibilità di aumentare il flusso di altri due miliardi di metri cubi una volta realizzate le necessarie infrastrutture aggiuntive.

Ma i piani del Cairo di diventare un grande player dell’energia, esportando nuovamente in forma liquefatta il gas israeliano, devono fare i conti con le turbolenze politiche e, in particolare, con un’insorgenza jihadista che ha le idee molto chiare su come mettere in difficoltà il regime di al-Sisi.

 

Cina terzo produttore di armi al mondo: report SIPRI

La trasparenza non è una virtù propria dell’industria cinese degli armamenti. Questo, allo Stockholm International Peace Research Institute, lo sanno molto bene, al punto che il report dettagliato che l’istituto realizza annualmente per documentare il volume globale di affari dell’industria delle armi, e stilare contestualmente la classifica dei maggiori produttori, non ha mai potuto includervi – causa assenza di dati attendibili – la Repubblica Popolare.

È una lacuna che il SIPRI ha però potuto finalmente colmare almeno in parte dopo essere venuta in possesso di informazioni finanziarie attendibili sui quattro principali produttori di armi made in China.

Come scrivono i curatori del report “New SIPRI data reveals scale of Chinese arms industry” apparso il 27 gennaio sul sito del SIPRI, grazie “all’aumento dei dati disponibili su queste compagnie, è ora possibile sviluppare stime ragionevolmente attendibili sulla scala dell’industria cinese degli armamenti”.

Sulla base delle informazioni ottenute, SIPRI è nelle condizioni di affermare quel che molti già sospettavano. Ossia, anzitutto, che grazie agli affari conclusi nel 2017 da quei soli quattro produttori, che hanno portato nelle loro casse circa 54 miliardi di dollari, la Cina è di fatto il secondo produttore di armi al mondo: abbondantemente dietro la superpotenza Usa (che nello stesso anno ha rifornito di armi mezzo mondo per un valore pari a ben 226 miliardi di dollari) ma davanti ad un impero marziale come la Russia.

Il secondo elemento che emerge dal lavoro del SIPRI non è però meno interessante ed è che, proprio grazie al boom delle loro vendite, quei quattro produttori cinesi si piazzano addirittura nella Top 20 dei maggiori produttori globali.

Tre di esse, per la precisione, si ritrovano addirittura nella Top 10. Si tratta di Aviation Industry Corporation of China (AVIC), che con 20,1 miliardi di dollari di vendite effettuate nel 2017 guadagna addirittura la sesta posizione nel ranking globale.

Alle sue spalle troviamo China North Industries Group Corporation (NORINCO), il cui fatturato – stimato dal SIPRI in 17,2 miliardi di euro – le garantisce non solo l’ottava posizione nel ranking, ma anche la palma di maggior produttore al mondo di sistemi d’arma terrestri.

Di entità inferiore, ma niente affatto trascurabile, sono infine i contratti siglati, sempre nel 2017, da China Electronics Technology Group Corporation (CETC) e China South Industries Group Corporation (CSGC), per un valore in dollari pari rispettivamente a 12,2 e 4.6 miliardi.

La conclusione è presto detta ed è che i produttori cinesi sono ormai entrati a pieno titolo in un club esclusivo dove, almeno per il momento, a farla da padrone sono gli Usa (dove si trovano 11 dei principali 20 produttori globali), seguiti da Europa Occidentale e Russia.

Non resta che attendere i prossimi report SIPRI per sapere se questa tendenza proseguirà negli anni venire e se le ottime performance delle armi made in China proseguiranno.

L’istituto, peraltro, ha già fornito qualche indicazione al riguardo evidenziando come il poderoso aumento sperimentato nel 2018 dalla spesa militare globale – che ha toccato la cifra record di 1,8 trilioni di dollari, la più alta dalla fine della Guerra Fredda – si debba in gran parte all’esplosione del budget della Difesa della superpotenza n. 1 e 2.

 

Le mosse di Parigi in chiave anti-turca nel grande gioco del Mediterraneo Orientale

La Francia, riferisce il Guardian, invierà navi militari a pattugliare il Mediterraneo Orientale e, in particolare, le acque nei pressi di Cipro.

È quanto ha deciso il presidente Emmanuel Macron dopo aver ricevuto a Parigi il primo ministro greco  Kyriakos Mitsotakis, precipitatosi in Europa per ottenerne il sostegno di fronte ai reiterati atti ostili del rais turco Recep Tayyip Erdogan.

Mitsotakis ha espresso profonda gratitudine nei confronti del capo dell’Eliseo, sottolineando durante la conferenza stampa congiunta come le navi francesi in partenza per il Mediterraneo rappresentino i “garanti della pace”.

Una pace che Mitsotakis preferirebbe perseguire attraverso “la giustizia internazionale”, da lui definita “l’unico modo per risolvere le differenze nel Mediterraneo Orientale”. Ma giacché è proprio la giustizia ad essere messa a repentaglio dalle mosse turche, ecco che Francia e Grecia si ripromettono – per dirla con le parole del premier greco – di cementare “una nuova cornice di difesa strategica”.

L’intervento di Parigi al fianco dei greci in difficoltà è stato apertamente rivendicato da Macron, che parlando al fianco del premier greco ha espresso la sua “preoccupazione per l’attuale comportamento della Turchia” ben esemplificato, tra le altre cose, “dall’arrivo di mercenari siriani sul suolo libico” in aperta violazione degli accordi presi durante la conferenza di Berlino.

Ma più che le ingerenze turche nella lontana Libia, sono quelle che Ankara fa in casa greca a inquietare Atene (e Parigi). Non è passato molto tempo da quando il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha preteso dalla Grecia, che ha respinto la richiesta al mittente, la demilitarizzazione di 16 isole del mar Egeo. E sono in continuo aumento i casi di violazione dello spazio aereo greco da parte di jet militari turchi.

Sono tutte provocazioni che fanno salire la tensione tra i due alleati Nato, al punto da spingere il il ministro greco della Difesa, Nikos Panagiotopoulos, a dichiarare che le forze armate da lui guidate “stanno valutando tutti gli scenari, incluso quello di un impegno militare”.

Tra i motivi di attrito tra i due Paesi vicini, spicca in questo periodo la disputa sui diritti di esplorazione nelle acque di Cipro e quelli sullo sfruttamento dei giacimenti di gas rinvenuti non lontano dall’isola che dal lontano 1974 è occupata per metà dalla Turchia.

Rigettando le pretese turche, il governo di Nicosia ha deciso di tirare diritto con i suoi progetti che lo vedono in partnership con varie compagnie energetiche, tra cui Total ed Eni. Erdogan, dal canto suo, ha risposto minacciando di inviare nelle acque cipriote nuove navi a effettuare prospezioni indipendenti, e passando più di una volta dalle parole ai fatti – cosa che ha fatto anche in questi giorni, come illustrano i tweet di Marco Florian, co-fondatore di MED 2025.

https://twitter.com/marcoflorianmed/status/1223321933888008194?s=11

https://twitter.com/marcoflorianmed/status/1223604849155153922?s=11

Per inciso, i comportamenti della Turchia le hanno recentemente attirato anche la condanna del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che in un colloquio con il suo omologo turco, Mevlut Cavusoglu, gli avrebbe espresso “la preoccupazione dell’Italia per la presenza di navi turche impegnate in attività di perforazioni non autorizzate a sud della Zona economica esclusiva di Cipro”.

Ad esacerbare una situazione già pesante ci ha pensato poi l’intesa raggiunta a fine novembre tra Turchia e Governo di Tripoli per la nuova delimitazione delle rispettive zone economiche di interesse esclusivo nel Mediterraneo orientale.

Una mossa che Macron, ricevendo a Parigi Mitsotakis, ha deplorato “nei termini più chiari”, visto e considerato che si tratta – come molti hanno correttamente osservato – di un attacco frontale agli interessi energetici di Grecia e Cipro, ma anche di Egitto, Israele. E dell’Italia.

Nel mirino di Erdogan, in effetti, c’è un progetto faraonico come Eastmed – il gasdotto che di qui a tre anni dovrebbe collegare i giacimenti di gas nei mari di Israele e di Cipro con l’Italia, passando per la Grecia – dal quale Ankara è esclusa. Un progetto che l’intesa turco-libica mette a repentaglio in quanto, come ha sottolineato Giusy Caretto su Start Magazine, fa diventare la Turchia “il Paese a cui proprio Cipro, Israele e Grecia dovrebbero chiedere il nullaosta per far approdare il gasdotto Eastmed (…) sulle coste greche”.

Resta da vedere ora se la contromossa di Atene e Parigi sortirà gli effetti sperati sul Sultano di Ankara. Vi è tuttavia già qualcuno che nutre dei dubbi, ed è proprio Florian, che con un puntuto thread Twitter ieri ha messo in evidenza tutte le ambiguità di Parigi.

https://mobile.twitter.com/MarcoFlorianMED/status/1223895231361363970