Fact checking e fake news

Vi spiego le conseguenze per l’Italia dopo gli attacchi al petrolio saudita. Parla Alberto Clò

L’intervista all’economista Alberto Clò, direttore della Rivista Energia.

Gli attacchi a due maxi raffinerie saudite rivendicati dai ribelli yemeniti Houthi hanno scosso il mercato del greggio, con il prezzo del petrolio che è schizzato a livelli record in poche ore.

Gli attacchi hanno colpito il cuore nevralgico dell’economia di Riad, che dovrà fare i conti con una drastica diminuzione della produzione di petrolio almeno fino a novembre. Quali le conseguenze sui mercati? E quali le conseguenze per l’Italia? Lo abbiamo chiesto all’economista Alberto Clò, direttore della Rivista Energia.

Partiamo dai fatti di cronaca. Gli attentati in Arabia Saudita hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio, ma la corsa sembra essersi già arrestata. Quali scenari dobbiamo attenderci?

La situazione è ancora molto fluida e incerta per formulare previsioni. Resta il fatto che se i dati di riduzione della produzione saudita sono veritieri (un qualche dubbio comincia a emergere) ci troviamo ad affrontare un ammanco di greggio in termini assoluti superiore a quello che seguì la Guerra del Kippur (1973-1974), la Rivoluzione iraniana (1978-1979), e la Crisi del Golfo (1990), mentre in percentuale sui consumi è superiore o in linea alle prime due. L’attacco ha mostrato la vulnerabilità sia del sistema saudita, incapace di fronteggiare improvvisi attacchi come quelli osservati, che dell’intero sistema petrolifero mondiale. Vulnerabilità che non erano integrate come risk premium nei prezzi, “persistently mispricing” ha scritto Citibank. La loro immediata reazione (+9 doll/bbl, +15% alla riapertura dei mercati) è stata tutto sommato contenuta, ma molto dipenderà nei prossimi giorni dagli effettivi tempi del ritorno alla normalità e da come, se non saranno brevi, muoverà la finanza speculativa. Il punto dirimente, a mio avviso scarsamente avvertito, è il rischio è che la partita non sia finita qui: che la guerra in atto, perché di questo si tratta, non abbia a consolidarsi come accaduto in un crescendo da maggio in poi nella generale indifferenza.

Gli attentati in Arabia limiteranno la produzione per diversi giorni. Il mondo ha le riserve necessarie per far fronte all’emergenza?

Sulla carta vi sarebbe la possibilità di attenuare – se non compensare – il vuoto d’offerta, ma la vedo difficile per l’impossibilità ad attingere alla spare capacity prima disponibile, ma localizzata in Arabia Saudita, alla produzione iraniana o venezuelana bloccate dalla sanzioni americane. Uniche possibilità: la decisione dei paesi Opec+ di sospendere, magari temporaneamente, il calo di produzione deciso nel recente passato e attingere alle scorte, che richiedono tuttavia tempo per essere effettivamente disponibili. L’Agenzia di Parigi, nata proprio pe fronteggiare situazioni di emergenza, dovrebbe attivarsi con immediatezza per monitorare la situazione e attivare le sue procedure di allocazione delle scorte strategiche in funzione delle necessità dei singoli paesi membri. A questo momento né l’AIE né l’Opec hanno ritenuto tuttavia necessario intraprendere una qualche azione limitandosi ad osservare il corso degli eventi. Vi è da sperare che questa discutibile inerzia non ne sia travolta.

E l’Italia? potrebbero esserci conseguenze per il nostro Paese?

Non vedo come potrebbe rimanerne immune. L’impatto sui prezzi sarà immediato a recepire gli incrementi osservati sui mercati internazionali, mentre sui volumi interesserà la quasi totalità dei nostri approvvigionamenti: espressione della maggior vulnerabilità agli shocks esogeni cui siamo esposti

Professore, il nuovo Governo Conte propone lo stop alle trivelle. E’ un’occasione persa per l’Italia, anche pensando a queste emergenze in ambito internazionale?

La domanda a ben vedere andrebbe girata al Governo e alla sua intenzione programmatica di pervenire ad una legge che blocchi ancor più di quanto avvenuto ogni attività esplorativa. Se effettivamente, come si è sostenuto, all’estrazione di greggio nazionale deve preferirsi il ricorso alle rinnovabili è il momento per dimostrarlo. Si vedrebbe allora, nell’impossibilità, che l’alternativa al greggio nazionale sono unicamente le importazioni, sperando ve ne siano a sufficienza.