Dopo lo stop agli incentivi alle elettriche, l’America scopre l’ibrido: più pratico, più venduto, più convincente. Pannelli e batterie cinesi accendono il Sudafrica: il solare cresce mentre la rete pubblica crolla. Intanto, la Cina guida la nuova frontiera dei combustibili verdi. I fatti della settimana di Marco Orioles
Negli Stati Uniti, scrive Bloomberg, i concessionari come Scott Kunes, che gestisce una cinquantina di punti vendita nel Midwest con marchi da Mitsubishi a Mercedes, stanno vivendo un vero e proprio colpo di frusta sul mercato delle auto elettriche. Nel terzo trimestre del 2025, le EV venivano vendute come gelati d’estate, ma dopo la scadenza a fine settembre degli incentivi federali fino a 7.500 dollari, eliminati dall’amministrazione Trump, quelle stesse macchine sono rimaste ferme sui piazzali. I clienti, però, non sono tornati in massa alle auto a benzina pura. Stanno scegliendo gli ibridi, e lo fanno in tutto il Paese. Nel terzo trimestre, osserva l’agenzia di stampa, le elettriche pure hanno rappresentato il 10% delle vendite, ma gli ibridi ben il 15%. E mentre le EV rallentano – si prevede un calo del 30% nell’ultimo trimestre e una stagnazione nel 2026 – gli analisti vedono gli ibridi continuare a correre. CarGurus prevede che nel 2026 quasi una nuova auto su sei sarà ibrida, grazie a modelli sempre più numerosi e migliorati. Kunes è ancora più ottimista: pensa che presto oltre la metà delle sue vendite saranno ibride. “Abbiamo investito tanto in batterie e tecnologia elettrica”, dice, “e l’ibrido è il modo migliore per sfruttarla ora”. Per molti americani, preoccupati dai costi del carburante, gli ibridi sono la soluzione pratica: un po’ di elettricità, un po’ di benzina, meno emissioni e bollette più leggere senza dover cambiare completamente abitudini. Oggi sul mercato americano ci sono quasi 90 modelli ibridi, il 50% in più rispetto a cinque anni fa. E spesso non si capisce nemmeno che lo sono: Toyota, per esempio, nel 2026 venderà la RAV4, uno dei SUV più popolari, solo in versione ibrida, senza nemmeno sbandierarlo. “Ormai un’ibrida è una macchina normale”, spiega Scott Hardman dell’Università della California. “La puoi comprare per caso”. I clienti di Kunes non arrivano chiedendo espressamente un’ibrida, ma quando gliela propongono non dicono di no, soprattutto se costa meno mantenerla. E i vantaggi ambientali ci sono, anche se non gridati: un’ibrida classica taglia le emissioni di CO2 del 20-30%, e le plug-in, che fanno quasi 40 miglia solo in elettrico, coprono il tragitto medio giornaliero di un americano (circa 38 miglia) senza quasi accendere il motore a benzina. Le case automobilistiche, che faticano a guadagnare sulle EV pure, stanno invece spingendo forte sugli ibridi. Ford ha appena cancellato la F-150 Lightning elettrica per fare spazio a un pickup ibrido a lunga autonomia. Toyota è già al 50% di vendite elettrificate, Honda punta tutto sugli ibridi almeno fino al 2030. Alla fine, sottolinea Bloomberg, gli ibridi potrebbero rivelarsi il vero ponte verso le elettriche pure: chi ne guida una, poi apprezza la silenziosità e la fluidità dell’elettrico e, quando cambia auto, spesso passa al full electric. Tra chi ha già un’ibrida in casa, quasi il 70% considera seriamente un’EV al prossimo acquisto. Insomma, nel 2025 gli ibridi sono stati la storia di successo dell’auto americana: pratici, convenienti e, senza troppo rumore, stanno riducendo davvero consumi ed emissioni.
SUDAFRICA: LA RIVOLUZIONE SOLARE CINESE CONTRO I BLACK-OUT
In Sudafrica, racconta il New York Times in un lungo approfondimento, grazie al crollo dei prezzi di pannelli solari e batterie made in China, migliaia di persone, professionisti e aziende hanno iniziato a produrre energia direttamente dal sole. Non stiamo parlando delle vecchie lanterne solari per le zone rurali, ma di impianti veri e propri che alimentano fabbriche di automobili, miniere d’oro, centri commerciali. Il passaggio è stato rapidissimo: nel 2019 il solare contava praticamente zero, oggi rappresenta circa il 10% della capacità elettrica del Paese. Così si riduce la dipendenza dalle vecchie centrali a carbone e si mette in seria difficoltà Eskom, la compagnia elettrica statale già in crisi, che vede sfumare entrate mentre sempre più clienti installano impianti propri. È una rivoluzione che parte dal basso, da chi era stanco di black-out continui, bollette salate o corrente che semplicemente non arrivava. E non succede solo in Sudafrica: il fenomeno si sta diffondendo in tutta l’Africa, dove oltre 600 milioni di persone non hanno accesso a una rete affidabile. Le importazioni di componenti solari dalla Cina sono aumentate del 50% nei primi dieci mesi del 2025. Pechino ha giocato d’anticipo: mentre altri Paesi spingevano sui combustibili fossili, la Cina ha conquistato il mercato delle rinnovabili, abbassando i prezzi e trovando clienti enormi nel continente africano. Oggi non si limita a vendere pannelli, ma costruisce grandi impianti e punta persino a realizzare l’espansione della rete elettrica sudafricana, un progetto da miliardi di dollari. Non tutto è perfetto. Questi impianti creano pochi posti di lavoro locali – la produzione resta quasi tutta in Cina – e il commercio resta sbilanciato: tecnologia avanzata in entrata, materie prime in uscita. Qualcuno solleva anche dubbi sulla sicurezza se aziende straniere gestiscono parti della rete. Per i più poveri, poi, il solare privato rimane un sogno: non hanno i soldi per comprarlo né la possibilità di accedere a prestiti. Eskom cerca di adattarsi: ha semplificato le autorizzazioni, permette di vendere energia alla rete e sta progettando grandi impianti solari proprio sui terreni delle vecchie centrali a carbone. Intanto, chi può permetterselo ne trae grandi benefici. Una storica cantina di Stellenbosch ha installato pannelli tra i filari di vite: presto l’elettricità sarà praticamente gratis. Un dentista ha ripagato l’impianto dello studio in meno di quattro anni e quello di casa in cinque; le bollette sono crollate, e ora ha donato pannelli a una scuola che sostiene. La sera, con la luce che cala, le lampade si accendono grazie alle batterie, la piscina è calda e la famiglia si riunisce tranquilla. “Almeno in pensione non dovrò preoccuparmi delle bollette”, dice con un sorriso.
LA CINA DOMINA LA RIVOLUZIONE DEI COMBUSTIBILI GREEN
In un parco industriale di Chifeng, nella Mongolia Interna, il miliardario Zhang Lei sta portando avanti la rivoluzione verde cinese attraverso Envision, uno dei maggiori produttori mondiali di turbine eoliche. Ora l’azienda sta producendo ammoniaca verde con energia eolica, destinata a fertilizzanti, prodotti chimici e persino come carburante per il trasporto marittimo. “Non è solo un traguardo tecnologico – ha dichiarato Zhang – le alternative verdi scalabili sono già una realtà operativa”. Sebbene i combustibili puliti restino più cari di quelli fossili, la Cina – osserva il Financial Times in un report sul tema – sta sfruttando le sue abbondanti rinnovabili a basso costo per decarbonizzare l’industria pesante. Gli analisti sono convinti che, come accaduto con i pannelli solari dal 2010 a oggi, la produzione su larga scala farà calare i prezzi. “È quello che ci aspettiamo”, spiega al Ft David Fishman, analista energetico a Shanghai. L’ammoniaca è uno dei composti chimici più prodotti al mondo, circa 185 milioni di tonnellate l’anno, soprattutto per i fertilizzanti. La versione verde, ottenuta con energie rinnovabili invece di gas o carbone, è densa di energia, facile da stoccare e trasportare, e potrebbe trovare impiego come carburante pulito per navi e centrali elettriche. Envision ha investito circa 1,1 miliardi di dollari nell’impianto di Chifeng, che parte con una capacità di 320.000 tonnellate annue. Ha già clienti in Giappone, Singapore, Corea del Sud ed Europa, e prevede di arrivare a 5 milioni di tonnellate nei prossimi dieci anni. Rimangono però alcune sfide, i particolare elettrolizzatori costosi, mancanza di infrastrutture per stoccaggio e distribuzione e intermittenza delle fonti rinnovabili. “Il processo è in evoluzione – spiega Frank Yu di Envision al Ft – e fino al 2035 vedremo grandi miglioramenti tecnologici”. La Cina conta già 54 progetti industriali puliti su scala commerciale, tre volte quelli degli Stati Uniti. Altri giganti delle rinnovabili, come Longi, Goldwind e Mingyang, stanno entrando nel settore dell’ammoniaca, del metanolo e dei carburanti per l’aviazione. Un altro esempio arriva da un impianto di metanolo vicino a Jungar Banner, gestito da Towngas, utility di Hong Kong. Inizialmente basato su carbone locale, dal 2021 usa pneumatici riciclati; entro il 2026 metà della produzione proverrà da salice del deserto, piantato per contrastare la desertificazione, e l’intera capacità sarà convertita entro il 2028. Il metanolo è alla base di plastica, tessuti, farmaci e potrebbe aiutare il settore navale a ridurre le emissioni. Nonostante il rinvio delle norme IMO sulle emissioni marittime, per Tony Lin di Towngas la transizione al verde è inevitabile: “Altrimenti non sopravviveremo”, soprattutto con l’obiettivo cinese di neutralità carbonica al 2060, dichiara Lin al quotidiano finanziario. Quest’anno, 12 dei 19 progetti globali che hanno raggiunto la decisione finale di investimento sono cinesi. Come dice Faustine Delasalle, esperta di transizione industriale, la Cina considera le “molecole verdi” il nuovo petrolio e sta dominando la commercializzazione su larga scala di queste tecnologie.



