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Mare del Nord ai minimi, nucleare USA anti-Russia e scontro Trump-Ørsted sull’eolico. I fatti della settimana

L’esplorazione britannica tocca il fondo con zero nuovi pozzi nel 2025, mentre Washington investe 2,7 miliardi nel combustibile atomico domestico per scaricare Mosca. In parallelo, scoppia la battaglia legale tra il colosso danese Ørsted e la Casa Bianca per lo stop ai grandi parchi eolici offshore. I fatti della settimana di Marco Orioles.

Il 2025 segna il punto più basso per l’oil&gas nel Mare del Nord britannico: per la prima volta dagli anni ’60, non è stato perforato alcun pozzo esplorativo a causa di un carico fiscale al 78% e di una forte incertezza normativa. Parallelamente, gli Stati Uniti accelerano sul nucleare domestico investendo 2,7 miliardi di dollari per potenziare l’arricchimento dell’uranio con Centrus, General Matter e Orano, puntando alla totale indipendenza da Mosca e al sostegno dei consumi energetici record dell’IA. Sul fronte del verde, esplode il conflitto tra l’amministrazione Trump e l’eolico offshore: Ørsted ha intentato una causa federale contro lo stop ai lavori per il parco Revolution Wind, completato all’87%. Washington giustifica il blocco con la sicurezza nazionale, mentre l’industria europea denuncia l’illegalità di un provvedimento che gela l’intero settore.

MARE DEL NORD: 2025 ANNO NERO PER L’ESPLORAZIONE OIL&GAS BRITANNICA

Come riferisce il Financial Times, il 2025 è stato l’anno peggiore di sempre per l’esplorazione petrolifera e gasifera nel Mare del Nord britannico: per la prima volta dagli anni ’60, quando vennero scoperti i giacimenti, non è stato perforato nemmeno un pozzo esplorativo. Lo rivela Wood Mackenzie, secondo cui gli investimenti sono scesi a 4,4 miliardi di sterline quest’anno e nel 2026 caleranno di oltre il 40%, arrivando a poco più di 2,5 miliardi – il livello più basso dagli anni ’70, segnati da costi alti, scioperi e inflazione galoppante. “Stiamo toccando il fondo per quanto riguarda le perforazioni”, spiega al Ft Gail Anderson, responsabile ricerca North Sea di Wood Mackenzie. Il numero di operatori continua a ridursi, anche per via del carico fiscale al 78%, che spinge verso ulteriori consolidamenti. Nonostante zero esplorazioni nuove, nel 2025 sono stati perforati 36 pozzi di valutazione e sviluppo – comunque la metà rispetto al 2020, anno della pandemia. “L’attività è stata terribile per l’incertezza assoluta”, commenta Martin Copeland, direttore finanziario di Serica, produttore nord-marino. Il settore punta il dito contro l’Energy Profits Levy (EPL), introdotto dai conservatori nel 2022: un prelievo extra del 35% sui profitti quando il petrolio supera i 76 dollari al barile o il gas va oltre i 59 pence per therm. Nel 2025 il petrolio è rimasto sotto soglia per gran parte dell’anno, ma il gas ha spesso superato i 140 pence, tenendo attivo il balzello.

Le major hanno via via abbandonato il bacino – vendendo asset o uscendo del tutto per opportunità più redditizie altrove – lasciando il campo a società indipendenti più piccole. La produzione è crollata da 2,3 milioni di barili al giorno nel 1983 a soli 530.000 oggi. Dirigenti e analisti vedono però il 2025-2026 come il punto più basso: dal 2030, quando scadrà l’EPL, il governo laburista applicherà extra-tasse solo su petrolio sopra i 90 dollari e gas oltre 90 pence per therm. “Sarà un regime pragmatico che funziona per tutti”, dice James Midgley di Cavendish, prevedendo investimenti già dal 2027 per produzioni pronte nel 2030. Non tutti sono ottimisti. Linda Cook, ceo di Harbour Energy, uno dei maggiori produttori, definisce il Regno Unito “il peggior ambiente fiscale tra i paesi in cui operiamo. Altrove ci chiedono come incentivare investimenti, qui sembra sempre il contrario. Non capisco perché, finché serve oil&gas, non si scelga di produrlo in casa”. Il governo ribatte di aver delineato un futuro sostenibile per il Mare del Nord, con investimenti record nelle rinnovabili e gestione ordinata dei giacimenti esistenti durante la transizione verde. “L’oil&gas resterà con noi per decenni – spiegano – per questo un nuovo prelievo permanente sostituirà l’EPL, dando certezze al settore per pianificare, investire e mantenere posti di lavoro”.

USA: 2,7 MILIARDI PER RILANCIARE IL COMBUSTIBILE NUCLEARE DOMESTICO E DIRE ADDIO ALL’URANIO RUSSO

Gli Stati Uniti stanno investendo in modo massiccio per rilanciare la produzione nazionale di combustibile nucleare e liberarsi dalla dipendenza dall’uranio arricchito russo. Lo riferisce Bloomberg, che sottolinea come il Dipartimento dell’Energia ha annunciato l’assegnazione di 900 milioni di dollari ciascuno a tre aziende: Centrus Energy, la startup General Matter sostenuta da Peter Thiel e un’altra controllata della francese Orano, che prevede di costruire un impianto di arricchimento in Tennessee. Per Centrus i fondi serviranno a sviluppare combustibile per reattori di nuova generazione. Le azioni della società sono salite fino al 9,2% a New York dopo la notizia. L’iniziativa rientra nella spinta dell’amministrazione Trump a espandere l’industria nucleare americana, in un momento in cui la domanda di elettricità esplode per via dei data center necessari all’intelligenza artificiale, facendo aumentare i prezzi delle bollette e mettendo pressione sulla politica.

“Come dimostrano questi finanziamenti, l’amministrazione è impegnata a collaborare con l’industria e il Congresso per creare una filiera nazionale sicura di combustibile nucleare, capace di alimentare sia i reattori attuali sia quelli avanzati del futuro”, ha dichiarato il segretario all’Energia Chris Wright. Una volta leader mondiale nell’arricchimento dell’uranio, oggi gli Usa hanno un solo grande impianto commerciale, in New Mexico, gestito dal consorzio europeo Urenco. I fondi serviranno ad acquistare uranio a basso arricchimento per i reattori tradizionali e uranio ad alto arricchimento (HALEU) per i nuovi reattori modulari piccoli. Il denaro era stato stanziato dal Congresso nel 2024, ancora sotto l’amministrazione Biden, per ridurre la dipendenza dal combustibile russo più economico; nello stesso anno è entrato in vigore il divieto di importazioni da Mosca, con possibili deroghe fino al 2028. In parallelo, il Dipartimento dell’Energia ha assegnato altri 28 milioni a Global Laser Enrichment, una joint venture tra Silex Systems e Cameco, per proseguire lo sviluppo di tecnologie di arricchimento di nuova generazione.

ØRSTED FA CAUSA A TRUMP PER SALVARE IL PARCO EOLICO REVOLUTION WIND

Ørsted, il gigante danese dell’eolico offshore, ha intentato causa contro l’amministrazione Trump per fermare la sospensione dei lavori sul suo importante progetto Revolution Wind, al largo della costa nord-orientale degli Stati Uniti. Come spiega il Financial Times, dieci giorni fa, insieme al partner Skyborn Renewables, parte del gruppo BlackRock, ha depositato il ricorso presso la corte federale di Washington, sostenendo che l’ordine del governo è illegale e rischia di provocare danni irreparabili. Il giorno dopo le azioni Ørsted a Copenaghen hanno guadagnato oltre il 4%. La decisione arriva a sole tre settimane dal blocco generale imposto dall’amministrazione Trump a tutte le concessioni per i grandi parchi eolici offshore, motivato con ragioni di sicurezza nazionale.

Trump non ha mai nascosto la sua antipatia per le turbine eoliche e continua a privilegiare i combustibili fossili americani, mettendo in seria difficoltà un settore ancora dominato da aziende europee. Come spiega il quotidiano della City, Revolution Wind, un investimento da 1,5 miliardi di dollari al largo del Rhode Island, è già completato all’87%: su 65 turbine previste, 58 sono già montate. A dicembre il governo aveva imposto uno stop di 90 giorni a tutte le attività, dopo un precedente ordine di fermo che Ørsted era però riuscita a far revocare da un giudice. Non è la prima volta che l’azienda incontra ostacoli negli Usa; nel 2023 aveva dovuto abbandonare due grandi progetti per l’esplosione dei costi, un problema comune al settore. A ottobre ha raccolto 9 miliardi con un aumento di capitale, intimorita dagli attacchi di Trump a un concorrente; a novembre ha ceduto metà del parco eolico più grande del mondo ad Apollo per 6,5 miliardi. La Casa Bianca si difende: “Per anni gli americani hanno pagato miliardi in più per la fonte energetica meno affidabile. Abbiamo fermato i grandi progetti offshore perché la priorità è mettere l’America al primo posto e tutelare la sicurezza nazionale”, ha dichiarato il portavoce Taylor Rogers. È l’ennesima battaglia tra il governo statunitense e l’industria eolica europea, con Ørsted che cerca di salvare in tribunale un progetto chiave.

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