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L’Ue è passata dalla padella alla brace con il GNL Usa?

Dopo il gas russo, l’UE scopre la nuova dipendenza dal GNL americano. L’Unione Europea è passata dalla padella alla brace?

Nel tentativo di fuggire dal ricatto energetico del Cremlino, l’Unione Europea è scivolata in una dipendenza simmetrica, e forse più costosa, verso Washington. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, l’Europa ha progressivamente sostituito il gas via tubo russo, storicamente economico, con il GNL americano. Tuttavia, la fonte energetica scelta per sopperire alla chiusura dei rubinetti russi si è trasformata in uno strumento di pressione esplicito.

GNL USA, L’UE E’ PASSATA DALLA PADELLA ALLA BRACE?

I numeri mostrano che l’Unione Europea è sempre più pericolosamente dipendente dal GNL Usa. Infatti, da quando il tycoon siede alla Casa Bianca la fornitura di gas naturale liquefatto a stelle e strisce è salita fino al 60% delle importazioni europee, contro il 40% di fine fine 2024. Una dipendenza che ha trasformato il GNL in “merce di scambio” per ottenere concessioni commerciali e politiche dall’Unione Europea, influenzando le decisioni europee su dossier critici, come le restrizioni tecnologiche verso la Cina o le spese per la difesa NATO.

La Russia utilizzava il gas per influenzare la sicurezza territoriale. Gli USA, invece, lo usano come leva per la bilancia commerciale. Un obiettivo che Trump sembra intenzionato a raggiungere a tutti i costi. L’approccio verso il Venezuela (con il sequestro o il controllo indiretto delle riserve di greggio per stabilizzare i prezzi interni USA e finanziare la ricostruzione pro-americana) rappresenta un monito per l’UE. Infatti, Washington ha dimostrato di non esitare a “nazionalizzare” o reindirizzare i flussi energetici per fini di politica interna o punizione diplomatica. Tra il 2025 e il 2026, l’amministrazione Trump ha apertamente legato la continuità delle forniture di GNL Usa alla rinuncia, da parte dell’UE, a tasse sui colossi digitali americani e all’accettazione di dazi doganali sui prodotti industriali europei.

IL COSTO DELLA DIPENDENZA DELL’UE DAL GNL USA

La scelta di puntare sul GNL Usa per sostituire il gas via tubo russo è una scelta economica punitiva per l’industria europea. Infatti, importare gas dagli USA costa strutturalmente di più rispetto al gas siberiano a causa dei costi fissi enormi legati alla filiera. Infatti, nel 2025-2026 il prezzo del GNL USA si è attestato intorno a una media di 30-35 €/MW, contro i 15-20 €/MWh del gas russo prima dello scoppio del conflitto in Ucraina.

A questo si aggiunge anche il costo dei contratti a lungo termine (SPA) che Trump sta forzando l’UE a firmare. Queste intese impediscono all’Europa di approfittare di cali temporanei dei prezzi spot, vincolandola a prezzi minimi garantiti che sovvenzionano l’industria dello shale gas americano.

COSA POTREBBE SUCCEDERE DAL 2027?

Con l’entrata in vigore del bando totale al gas russo (via tubo residuo e GNL) entro la fine del 2027, l’UE rischia di trovarsi in un angolo cieco. In primo luogo, l’economia europea potrebbe perdere competitività. In particolare, l’industria energivora (chimica, acciaio, vetro) in Germania e Italia soffrono già di un gap di prezzo energetico rispetto agli USA di circa 3 a 1. L’addio definitivo al gas russo rischia di trasformare il GNL americano nell’unico price maker, facendo salire l’asticella dei prezzi. Inoltre, il passaggio definitivo al GNL nel 2027, in un regime di tariffe doganali aggressive da parte di Trump, rischia di innescare una spirale di costi di produzione alti e crescita anemica. In altre parole, stagflazione.

Infine, esiste anche una vulnerabilità logistica da non sottovalutare. Infatti, al contrario del gas via tubo, il GNL può essere dirottato verso l’Asia in 48 ore se Pechino offre un prezzo migliore dell’Unione Europea. Per non parlare poi delle conseguenze politiche. Se nel 2027 la dipendenza dal GNL USA raggiungerà il previsto 70% dell’import totale, l’UE rischia di non avere più una politica estera autonoma verso Washington, poiché ogni dissenso potrebbe essere punito con un “rallentamento tecnico” delle esportazioni dai terminali del Golfo del Messico.

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