Secondo un’analisi dell’ISPI, se lo Stretto restasse chiuso per tre mesi, l’effetto sui prezzi sarebbe non solo immediato, ma ancora più marcato di quello attuale
Dallo Stretto di Hormuz transita il 17% del petrolio e il 20% del GNL globale. Ecco perché la sua chiusura sta mettendo sotto pressione l’economia globale. In questo scenario, però, c’è chi ne trarrà un sicuro vantaggio: la Russia.
Come scrivono Matteo Villa, Giovanni Maria Della Gatta e Giuliana Sarcina dell’ISPI, seppur dopo anni, l’effetto combinato delle sanzioni occidentali e della lenta ma costante discesa dei prezzi di petrolio e gas aveva iniziato a comprimere le entrate russe.
Nel 2022, le entrate derivanti dalla vendita di idrocarburi avevano fatto registrare il record storico di 400 miliardi di euro ai valori odierni. Nel 2026, se le cose fossero andate come nei primi due mesi dell’anno, nelle casse di Mosca sarebbero entrati “solo” 170 miliardi di euro (di cui 115 da petrolio e derivati, 40 da gas naturale e 15 da carbone), poco più di quanto incassato ogni anno nel decennio precedente l’invasione dell’Ucraina.
LA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ FARÀ AUMENTARE LE ENTRATE RUSSE
Adesso, invece, la chiusura dello Stretto di Hormuz riporterà verso l’alto le entrate di Mosca. Se lo Stretto restasse chiuso per tre mesi, l’effetto sui prezzi sarebbe non solo immediato, ma ancora più marcato di quello attuale.
Il greggio russo Urals – che prima della guerra si muoveva attorno ai 55 dollari al barile (con uno sconto di 10-15 dollari rispetto al Brent) – potrebbe toccare i 120 dollari nel corso di quei tre mesi, per poi ridiscendere verso i 70 dollari nel resto dell’anno.
Nel frattempo, anche il gas seguirebbe una dinamica simile, ma ancora più drastica, considerato il ruolo che il Qatar svolge per le forniture mondiali di GNL. Nei mercati europeo e asiatico, principali destinazioni del gas russo, i prezzi potrebbero triplicare, passando da 30 a circa 90 €/MWh. Il risultato sarebbe un aumento netto delle entrate energetiche russe: da circa 170 a 240 miliardi di euro nell’arco dell’anno. In altre parole, nel giro di pochi mesi Mosca recupererebbe gran parte delle perdite accumulate negli ultimi anni.
LO SCENARIO IN CASO DI CHIUSURA DI HORMUZ PER 6 MESI
Se invece la chiusura dello Stretto si prolungasse per 6 mesi, lo shock sarebbe ancora più violento: in questo scenario, il prezzo dell’Urals potrebbe aggirarsi intorno ai 150 dollari al barile per metà anno, prima di scendere e stabilizzarsi attorno ai 70 dollari. Parallelamente, il prezzo del gas naturale in Europa e Asia potrebbe quadruplicare, fino a raggiungere circa i 120 €/MWh.
A quel punto le entrate russe derivanti dalla vendita di idrocarburi esploderebbero fino a circa 340 miliardi di euro, tornando quasi al record storico registrato nel 2022. In sostanza, 6 mesi di prolungata instabilità nel Golfo – e di prezzi energetici fuori scala – permetterebbero di ricostituire gran parte della rendita energetica russa che negli ultimi anni era stata erosa da sanzioni e calo dei prezzi.
UNA SITUAZIONE PARADOSSALE
Il risultato sarebbe quindi paradossale. Dall’invasione russa dell’Ucraina a oggi, l’Europa ha faticosamente ridotto la propria dipendenza dai combustibili russi senza far esplodere i prezzi, anzi riportandoli a livelli prossimi a quelli pre-2022, grazie a una combinazione di risparmi energetici, nuove infrastrutture di importazione e, soprattutto, all’afflusso massiccio di GNL americano, che ha stabilizzato il mercato globale del gas.
Una crisi prolungata nel Golfo rischia invece di ribaltare questo equilibrio: dopo anni trascorsi a cercare di ridurre le rendite energetiche di Mosca, l’Occidente ora rischia di ottenere l’effetto opposto, ovvero permetterle di ricostituirle.


