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Crisi energetica UE: l’industria chiede lo stop alla legge sul metano e l’Ungheria preme sui russi

Le grandi compagnie petrolifere paventano il rischio di uno shock dell’offerta per il 2027 a causa dei nuovi limiti sulle emissioni. Intanto, Viktor Orbán invoca la revoca delle sanzioni a Mosca per frenare i rincari record del carburante.

Il sistema energetico europeo è stretto tra la morsa di una normativa climatica sempre più stringente e le turbolenze geopolitiche che hanno spinto il greggio a toccare i 119 dollari al barile. In un clima di crescente tensione, i giganti del comparto petrolifero e del gas hanno chiesto formalmente all’Unione Europea di sospendere l’imminente legislazione sulle emissioni di metano, avvertendo che i nuovi obblighi potrebbero paralizzare le importazioni a partire dal prossimo anno. Contemporaneamente, sul fronte politico, l’Ungheria è tornata a sfidare apertamente la linea di Bruxelles: il primo ministro Viktor Orbán ha chiesto la revoca immediata delle sanzioni sull’energia russa per arginare i prezzi dei carburanti, definendo la realtà attuale insostenibile per le economie nazionali.

LE COMPAGNIE PETROLIFERE CONTRO LA NORMATIVA SUL METANO

Le principali società energetiche, supportate da colossi come ExxonMobil, Chevron, BP e TotalEnergies, hanno esortato i vertici comunitari a riconsiderare i tempi della legge sulle emissioni di metano. Secondo quanto riferito dai rappresentanti dell’IOGP (International Association of Oil & Gas Producers) e di FuelsEurope, l’entrata in vigore di disposizioni più severe rischierebbe di compromettere i flussi di idrocarburi verso il Vecchio Continente.

L’allarme dell’industria arriva dopo che il governo degli Stati Uniti aveva già sollecitato l’UE a esentare il settore americano da tali norme. Nonostante Bruxelles abbia aperto a opzioni di conformità più flessibili, ha finora rifiutato di revocare un provvedimento che considera un pilastro fondamentale della propria strategia climatica. “L’UE non può permettersi uno shock normativo dell’offerta auto-indotto, a maggior ragione nell’attuale contesto geopolitico”, ha dichiarato Francois-Regis Mouton de Lostalot, amministratore delegato di IOGP Europe.

I RISCHI DI UN POSSIBILE SHOCK DELL’OFFERTA

A sostegno delle preoccupazioni del settore è stato diffuso lunedì uno studio di Wood Mackenzie, dal quale emerge un quadro preoccupante: fino al 43% delle importazioni di gas dell’UE e ben l’87% di quelle di petrolio greggio potrebbero incontrare serie difficoltà nel rispettare i parametri europei a partire dal 2027.

Questa situazione esporrebbe gli importatori a pesanti sanzioni finanziarie e, in ultima istanza, rischierebbe di dissuadere i produttori internazionali dallo spedire carburante in Europa, creando pericolose lacune nell’approvvigionamento. La pressione è resa ancora più acuta dal recente balzo dei prezzi in risposta alla guerra tra l’asse statunitense-israeliano e l’Iran, che si somma alla già complessa fase di eliminazione graduale del gas russo, oggi sostituito in gran parte da forniture provenienti da Norvegia e Stati Uniti.

GLI STANDARD DI VERIFICA E LA REAZIONE DEGLI AMBIENTALISTI

La normativa europea prevede che, da gennaio 2027, tutto il gas importato debba essere sottoposto a sistemi di monitoraggio e verifica equivalenti a quelli comunitari, oppure soddisfare lo standard volontario “Oil and Gas Methane Partnership 2.0 livello 5”. Sebbene le grandi major facciano già parte dell’iniziativa OGMP, la complessità dell’adeguamento resta il punto del contendere.

Tuttavia, i gruppi per la difesa del clima contestano le conclusioni dello studio di Wood Mackenzie. L’Environmental Defense Fund (EDF) ha infatti pubblicato un’analisi divergente, sostenendo che gli impegni già assunti dalle compagnie porteranno nel 2027 a un volume globale di gas conforme allo standard superiore al doppio della domanda complessiva dell’UE. Al momento, la Commissione europea ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali in merito alle richieste di sospensione.

L’UNGHERIA DI ORBÁN E LA SFIDA ALLA LINEA EUROPEA

Parallelamente allo scontro normativo a Bruxelles, a Budapest il primo ministro Viktor Orbán ha convocato una riunione governativa d’urgenza. La mossa arriva a sole cinque settimane dalle elezioni parlamentari del 12 aprile, con Orbán impegnato in una difficile corsa per mantenere il potere dopo sedici anni di governo.

Il premier ungherese ha utilizzato i social media per lanciare un messaggio netto: “Il blocco del petrolio imposto dall’Ucraina e la guerra in Medio Oriente stanno facendo salire i prezzi. L’Europa deve affrontare la realtà: dobbiamo rivedere e revocare tutte le sanzioni sull’energia russa”. L’impennata del petrolio, schizzato sopra i 119 dollari al barile, ha fatto volare i listini di benzina e gasolio in Ungheria, minando le misure di sostegno al reddito varate dal partito Fidesz e aggravando il deficit di bilancio nazionale.

ELEZIONI E TENSIONI SULL’OLEODOTTO DRUZHBA

L’attuale strategia di Orbán mira a “proteggere le famiglie ungheresi” da rincari definiti insopportabili, richiamando alla memoria il tetto ai prezzi fissato nel 2021, poi abolito a fine 2022 a causa della scarsità di importazioni e del panico dei consumatori. La situazione dell’Ungheria è ulteriormente complicata dallo stop ai flussi attraverso l’oleodotto Druzhba, interrotti da fine gennaio a causa di danni che Kiev attribuisce agli attacchi russi.

Questo blocco ha inasprito le tensioni diplomatiche con l’Ucraina e ridotto i margini di manovra energetici di Budapest. Mentre i sondaggi vedono Fidesz tallonato dal partito di centro-destra Tisza, Orbán scommette sulla retorica della sovranità energetica e sulla revoca delle sanzioni a Mosca come ultima carta per stabilizzare l’economia prima del voto decisivo.

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