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Hormuz

L’Iran chiede 2 milioni $ a cargo per Hormuz, l’Ue risponde con il Piano Macron

Macron costruisce una coalizione per evitare il blocco energetico globale nello Stretto di Hormuz, mentre l’Iran impone una tassa di 2 milioni di dollari a cargo

Nel grande risiko energetico globale, lo Stretto di Hormuz torna al centro della scena come banco di prova di una nuova strategia occidentale: contenere il rischio senza incendiare la regione. È questa la scommessa del presidente francese Emmanuel Macron, che prova a costruire una coalizione inedita per garantire la libertà di navigazione senza replicare gli errori delle missioni a guida americana. Intanto, alcuni cargo riescono a passare lo Stretto pagando una tassa di due milioni di dollari all’Iran.

IL PIANO MACRON PER HORMUZ

Da Hormuz passa circa un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare. Qualsiasi interruzione prolungata avrebbe effetti immediati su prezzi, inflazione e sicurezza alimentare globale. Non è un caso che Macron abbia scelto una linea definita di “normalizzazione del rischio”: non eliminare la minaccia, ma renderla gestibile.

La differenza rispetto all’approccio dell’ex presidente americano Donald Trump è netta. Washington privilegia la proiezione di forza, Parigi punta su una combinazione di scudo navale e negoziato preventivo con Iran. L’obiettivo è creare “corridoi di calma” che consentano il passaggio sicuro delle petroliere senza provocare escalation.

IL CLUB DEI 6

Attorno alla Francia si sta formando un primo nucleo di Paesi pronti a sostenere l’iniziativa. L’architrave militare resta Parigi, con la portaerei Charles de Gaulle e una componente navale ad alta capacità anti-missile e anti-drone.

Anche l’Italia offre supporto navale, ma è condizionato alla missione ONU. Il Regno Unito è disposto a fornire supporto tecnico e navale. I Paesi Bassi mettono sul piatto assetti navali specialistici e intelligence per difendere i flussi verso il porto di Rotterdam. Il premier tedesco Merz, invece, ha una posizione cauta sulla fornitura di forza militare ma offrirebbe supporto politico e logistico. Un po’ a sorpresa anche il Giappone offre supporto diplomatico e finanziario per garantire la sicurezza del 90% delle sue forniture di greggio. A questi si potrebbero aggiungere altri attori europei – Grecia, Danimarca, Portogallo – nel solco della missione EMASoH, segnale di una possibile europeizzazione progressiva della sicurezza marittima nel Golfo.

Dietro le quinte, il piano si regge anche su attori regionali e globali. Gli Emirati Arabi Uniti offrono infrastrutture e basi operative, elemento chiave per la sostenibilità logistica della missione. L’India, invece, gioca una partita autonoma negoziando direttamente con Teheran per garantire il passaggio delle proprie forniture energetiche.

PIANO HORMUZ, LA POSIZIONE DELL’ITALIA

Hormuz non è solo un dossier militare, ma un nodo geopolitico dove interessi energetici, commerciali e strategici si intrecciano. Il Piano Macron segna così il tentativo dell’Europa di dotarsi di una propria postura strategica in materia di sicurezza energetica. Non più solo regolatore o mercato, ma attore capace di proteggere le proprie rotte vitali.

Per il governo guidato da Giorgia Meloni, il dossier Hormuz è un test di posizionamento internazionale. Roma punta a un ruolo di primo piano, anche attraverso una possibile leadership tattica condivisa con Parigi e l’utilizzo della base di Gibuti come hub operativo. Ma i vincoli sono molteplici. Da un lato, c’è la necessità di mantenere l’allineamento con gli Stati Uniti, dall’altro, il rischio di compromettere i rapporti con l’Iran. Non a caso, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa Guido Crosetto hanno chiarito la linea: nessuna partecipazione ad azioni offensive, solo missioni di scorta e protezione. La vera partita, però, è economica. Un blocco prolungato di Hormuz metterebbe sotto pressione l’intero sistema produttivo italiano, dal costo dell’energia all’export verso l’Asia, fino alla stabilità del Nord Africa, cruciale per il Piano Mattei.

LA SFIDA DELLA LEGITTIMITA’ INTERNAZIONALE

Il punto più delicato del Piano Macron per Hormuz resta la cornice giuridica. Il presidente francese spinge per un mandato sotto egida Nazioni Unite o almeno per un rafforzamento del quadro europeo. Senza una legittimazione multilaterale, il rischio è che la missione venga percepita come un’iniziativa occidentale ostile.

Ed è proprio su questo terreno che si giocherà il successo o il fallimento del piano: trasformare una coalizione di interessi in una missione riconosciuta e accettata anche dagli attori regionali.

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