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Energia: il gas resta vitale, l’auto frena e il solare cinese rincara. I fatti della settimana

Mentre l’Economist avverte che il gas naturale rimarrà indispensabile per decenni, le case automobilistiche tagliano i piani elettrici e la Cina riduce i sussidi all’export. I fatti della settimana di Marco Orioles.

L’economia globale sta affrontando una fase critica della transizione energetica, segnata dal ritorno della dipendenza dal gas naturale e da un diffuso ripensamento industriale. Nonostante la crescita delle rinnovabili, il gas si conferma essenziale per garantire la stabilità delle reti elettriche nei periodi di bassa produzione solare ed eolica, esponendo i mercati a nuovi e violenti shock di prezzo. Contemporaneamente, il settore automobilistico vive una storica inversione di rotta: dodici colossi mondiali, tra cui Mercedes e Honda, hanno ridimensionato i target elettrici a causa del calo degli incentivi pubblici e della forte domanda residua di motori termici, con costi di riconversione che superano i 75 miliardi di dollari. A completare questo scenario di incertezza, la decisione della Cina di tagliare i rimborsi IVA sull’export di pannelli solari farà lievitare i costi del fotovoltaico in Africa. Sebbene il solare resti la fonte più conveniente per il continente, il rincaro della tecnologia e dello storage cinese evidenzia la fragilità di una transizione troppo dipendente dalle scelte industriali di Pechino.

IL MONDO RESTA OSTAGGIO DEL GAS: LE RINNOVABILI NON BASTANO ANCORA

Un editoriale dell’ultimo numero dell’Economist ci ricorda che il mondo sta vivendo il suo secondo shock del gas in meno di cinque anni. Dopo che la Russia nel 2022 tagliò i flussi verso l’Europa per punire il sostegno all’Ucraina, il continente si rivolse al Gnl americano e mediorientale, facendo schizzare i prezzi. Ora anche le forniture dal Golfo sono state interrotte e i costi dell’elettricità sono di nuovo saliti bruscamente. Molti esperti sostengono che le rinnovabili possano ridurre drasticamente questa vulnerabilità. La Spagna, che ha investito massicciamente in eolico e solare, quest’anno ha visto il gas fissare il prezzo dell’elettricità solo per il 15% del tempo, contro l’89% dell’Italia. In Pakistan la quota di solare nella generazione elettrica è passata dallo 0,7% del 2019 al 10% del 2024, facendo risparmiare al Paese circa 6 miliardi di dollari sull’import di Gnl per il resto dell’anno. Purtroppo, però, il fantasma degli shock del gas continuerà a perseguitare il mondo per decenni. Anche in un sistema dominato dalle energie pulite, il gas naturale resterà essenziale per la sicurezza elettrica. Sole e vento, anche con le batterie, non possono garantire la continuità: quando non c’è sole o non tira vento per giorni interi, le batterie coprono solo brevi fluttuazioni, non interruzioni prolungate. L’idroelettrico dipende dal clima, il nucleare nuovo è troppo costoso e le tecnologie di stoccaggio a lunga durata (idrogeno, batterie ferro-aria) sono ancora immature. Questo significa che, anche in uno scenario di 90% rinnovabili, per il 10% del tempo potrà servire quasi tutto il gas disponibile. I Paesi importatori resteranno quindi esposti a interruzioni di fornitura. Serviranno infrastrutture adeguate: terminali Gnl, stoccaggi, gasdotti e centrali pronte a entrare in funzione. Se la domanda globale di gas calerà, sottolinea l’Economist, il mercato diventerà più sottile e dominato da pochi produttori low-cost, con il rischio di picchi di prezzo ancora più violenti. Potrebbero essere necessari anche stoccaggi strategici finanziati dai contribuenti. Esistono però modi concreti per ridurre la dipendenza dal gas. Le reti elettriche devono diventare più grandi, intelligenti e flessibili: prezzi che variano nel tempo spingono i consumatori a spostare i consumi quando c’è abbondanza di solare ed eolico; interconnessioni tra Paesi attenuano gli effetti del meteo locale; prezzi locali favoriscono la collocazione di industrie energivore e stoccaggi nelle zone più ventose o soleggiate, evitando congestioni e sprechi. Il costo di usare il gas solo come riserva di emergenza è molto inferiore a quello di dipenderne quotidianamente. Secondo il Climate Change Committee britannico, gli investimenti extra per passare alle rinnovabili saranno ampiamente compensati dai risparmi sul carburante. Non si può eliminare del tutto il gas nel breve-medio termine, ma con le giuste scelte la sua capacità di provocare shock devastanti può essere fortemente ridotta.

LE GRANDI CASE AUTOMOBILISTICHE FANNO MARCIA INDIETRO IN MASSA SUI PIANI PER L’AUTO ELETTRICA

Almeno dodici grandi case automobilistiche mondiali stanno ridimensionando i loro piani sull’auto elettrica a causa della domanda ancora forte per i motori a combustione e del taglio dei sostegni pubblici sia negli Stati Uniti sia in Europa. Lo scrive il Financial Times, secondo cui la svolta più clamorosa è arrivata la scorsa settimana da Honda, che ha abbandonato l’obiettivo di eliminare del tutto i motori endotermici entro il 2040 e ha annunciato perdite per 16 miliardi di dollari nei prossimi due anni legate al cambio di rotta sull’elettrico. Anche Mercedes-Benz, Ford, Stellantis e Volvo Cars hanno abbassato le proprie ambizioni di passare al 100% elettrico. Nel segmento del lusso il ripensamento è ancora più evidente. Questa settimana Rolls-Royce (gruppo BMW) ha annunciato che continuerà a produrre auto a benzina oltre il 2030. Bentley, Lotus, Audi, Porsche e Lamborghini hanno già ridimensionato o posticipato i target di elettrificazione. Lamborghini ha addirittura cancellato il lancio del suo primo modello full-electric, la Lanzador, previsto per il 2030: al suo posto arriverà una versione plug-in hybrid. Il CEO Stephan Winkelmann ha spiegato senza giri di parole che “il tasso di rifiuto delle auto completamente elettriche sta aumentando, in quanto manca il suono del motore, la vibrazione, l’emozione che definisce una Lamborghini”. Anche Bentley ha rinunciato all’obiettivo di diventare solo elettrica entro il 2035 e prolungherà la vita dei modelli plug-in hybrid. Ferrari, pur avendo dimezzato il target di produzione EV al 2030, continua a sviluppare la sua prima elettrica ma il CEO Benedetto Vigna ripete che non costringerà mai i clienti a rinunciare al rombo dei motori a benzina. Il rallentamento della transizione è evidente anche nei numeri: secondo calcoli del Financial Times, i cambiamenti di strategia – lanci cancellati, investimenti ridotti, obiettivi rivisti – sono costati all’industria automobilistica globale almeno 75 miliardi di dollari nell’ultimo anno. A pesare sono soprattutto due fattori. Da un lato la domanda reale di auto full-electric resta più debole del previsto, soprattutto nel segmento lusso dove il “sound” e il piacere di guida tradizionale contano ancora moltissimo. Dall’altro lato le politiche: con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca gli Stati Uniti hanno eliminato i crediti d’imposta federali per l’acquisto di EV, tagliato i fondi per le infrastrutture di ricarica e ammorbidito gli standard sulle emissioni. Anche l’Ue ha indebolito i propri target ambientali. I costruttori di lusso non stanno abbandonando l’elettrico – Rolls-Royce lancerà nuovi modelli a batteria, Ferrari e Bentley procedono con i loro progetti – ma hanno deciso di non bruciare i ponti con il passato. Continueranno a offrire per anni ancora auto con potenti motori V12 o plug-in hybrid, in attesa che il mercato e le infrastrutture siano davvero pronti.

CINA TAGLIA I SUSSIDI: IL SOLARE IN AFRICA DIVENTA PIÙ CARO

Come spiega l’Associated Press, la decisione della Cina di eliminare i rimborsi IVA sulle esportazioni di pannelli solari a partire dal 1° aprile e di ridurre progressivamente (fino ad azzerarli nel 2027) gli incentivi per le batterie di accumulo rischia di far salire i costi degli impianti fotovoltaici in Africa, continente che dipende pesantemente dalla tecnologia cinese a basso prezzo. L’impatto, però, dovrebbe essere gestibile e graduale, non un colpo improvviso. Secondo Wangari Muchiri, analista energetica africana, i prezzi dei pannelli in Africa – già più alti rispetto ad altre regioni per via di trasporti, volumi ridotti e dazi – aumenteranno perché gran parte degli input arriva dalla Cina. I produttori cinesi avevano incorporato i rimborsi IVA nei prezzi di esportazione, trasferendo di fatto il sussidio agli acquirenti esteri. Ora Pechino, per contrastare la sovracapacità e le perdite accumulate dalle aziende (i moduli sono scesi da 0,25 a 0,07 dollari per watt tra 2022 e 2025), ritira questi aiuti. John van Zuylen, CEO dell’Africa Solar Industry Association, spiega che non ci sarà uno shock drammatico: gli esportatori assorbiranno parte dei costi, ridurranno gli sconti o alzeranno leggermente i listini. L’era dei prezzi artificialmente bassi finisce, ma il solare resta la fonte di energia più conveniente in Africa, nettamente più economica del diesel. Sonia Dunlop del Global Solar Council prevede però ritardi nella pipeline di progetti, problemi di supply chain, modifiche contrattuali e possibili corse agli acquisti prima del cambio di regime. Le batterie di accumulo, fondamentali per rendere affidabile il solare dopo il tramonto soprattutto in zone off-grid, subiranno un impatto maggiore. Basil Abia di Truva Intelligence ricorda che molti impianti africani sono stati realizzati senza storage e solo di recente si stanno diffondendo sistemi ibridi. Un rincaro qui peserà di più sui piccoli utenti e sulle comunità rurali. Nel complesso, gli esperti concordano: la transizione energetica africana rallenterà ma non si fermerà. Il solare copre oggi solo il 3% della generazione elettrica del continente e la domanda continuerà a crescere man mano che lo storage migliora l’affidabilità. La dipendenza quasi totale dalla Cina, però, mette in evidenza la fragilità del modello: i Paesi che useranno questo momento per sviluppare capacità produttiva locale usciranno rafforzati, mentre chi non lo farà resterà esposto alle prossime scelte industriali di Pechino.

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