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Tra shock energetici e indipendenza, cosa ci attende ancora?

L’Italia, per la prima volta nella storia, dispone di grandi quantitativi di materia prima energetica: acqua, sole e vento. Tuttavia, il potenziale di sviluppo delle rinnovabili oggi è frenato da ostacoli autorizzativi e burocratici

L’analisi della relazione tra prezzo dell’energia elettrica e costo del gas in Italia non può prescindere da un dato strutturale: il sistema elettrico nazionale è ancora fortemente dipendente dalla generazione termoelettrica alimentata a gas naturale.

Come ricorda il presidente di ANEV Simone Togni sulla rivista “Il Pianeta Terra”, il meccanismo di formazione del prezzo nel mercato elettrico – basato sul criterio del prezzo marginale – fa sì che in Italia sia proprio la fonte più costosa, spesso il gas, a determinare il prezzo finale dell’energia (PUN).

Per questo motivo il PUN nel nostro Paese è strutturalmente più alto degli altri Stati europei (si veda il prezzo medio dell’energia nei contesti a più alta produzione elettrica da FER, come la Spagna). Ciò avviene in momenti di pace e, a maggior ragione, in periodi di gravi tensioni geopolitiche come quello attuale.

IL LEGAME TRA PREZZO DEL GAS E PREZZO DELL’ELETTRICITÀ

Infatti, l’architettura del mercato elettrico implica una correlazione diretta e quasi automatica: quando il prezzo del gas aumenta, il costo dell’energia elettrica cresce in modo proporzionale. Questo avviene fino a una penetrazione pari a circa il 60% delle fonti rinnovabili che, essendo a basso costo marginale, possono a quel punto determinare il prezzo di borsa nella maggioranza delle ore.

È quanto accaduto in Italia durante lo shock energetico del 2021-2022, quando le tensioni geopolitiche e la riduzione delle forniture russe hanno fatto esplodere il prezzo del gas, trascinando con sé il PUN e generando effetti macroeconomici profondi su famiglie e imprese.

LA DIPENDENZA DELL’ITALIA DAL GAS

Il caso italiano è infatti emblematico. La dipendenza dall’importazione di gas – e la sua centralità nel mix di generazione – ha amplificato la trasmissione dello shock. Come sottolineato nel libro di Giuseppe Argirò “Energy shock – Governare la transizione energetica nel disordine mondiale”, “le fluttuazioni del prezzo del gas si riflettono sul costo dell’energia elettrica tout court”, evidenziando una fragilità sistemica di natura sia economica sia geopolitica.

L’assenza di materia prima energetica domestica, se non per quella rinnovabile – il cui potenziale non viene ancora sfruttato pienamente – ha esposto il Paese a una volatilità esterna difficilmente governabile. In questo contesto, la riduzione della dipendenza dal gas rappresenta non solo una scelta ambientale, ma una priorità economica e strategica.

PUNTARE SULLE ENERGIE RINNOVABILI

L’espansione delle fonti rinnovabili – eolico, solare fotovoltaico, idroelettrico e geotermico – costituisce la leva principale per disaccoppiare progressivamente il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. A differenza delle fonti fossili, le rinnovabili presentano costi marginali prossimi allo zero e non sono soggette alle dinamiche speculative dei mercati internazionali delle commodities.

Un incremento significativo della capacità rinnovabile installata consentirebbe, nel medio periodo (parliamo di pochi anni), di abbassare il PUN attraverso una maggiore presenza di energia a basso costo nel mercato. Inoltre, contribuirebbe a ridurre la dipendenza energetica dall’estero, migliorando la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità dei prezzi.

GLI OSTACOLI AUTORIZZATIVI E BUROCRATICI

Come evidenziato nel libro citato, l’Italia dispone di un vantaggio competitivo unico: “per la prima volta nella storia grandi quantitativi di materia prima energetica: acqua, sole e vento”. Tuttavia, il potenziale di sviluppo delle rinnovabili è oggi frenato da ostacoli autorizzativi e burocratici. Circa 200 progetti, per una potenza complessiva di circa 2 GW, risultano bloccati presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a cui si aggiungono numerosi iter fermi a livello regionale o ministeriale, spesso con termini scaduti.

Lo sblocco immediato di queste iniziative rappresenterebbe una misura a costo zero per lo Stato e ad alto impatto economico per il Paese e per le bollette energetiche. In un orizzonte di sei mesi, un’accelerazione delle autorizzazioni potrebbe immettere nel sistema nuova capacità rinnovabile, contribuendo a ridurre la pressione sui prezzi e a inviare un segnale forte agli investitori.

LE POSSIBILI SOLUZIONI

Per rendere strutturale questo processo, è necessario affiancare degli interventi straordinari di governance. In particolare, l’ANEV chiede da anni l’istituzione di una Cabina di Regia presso la Presidenza del Consiglio, dotata di una struttura tecnica dedicata, che consentirebbe di monitorare in tempo reale lo stato dei procedimenti autorizzativi e intervenire in caso di rallentamenti. L’attribuzione di poteri sostitutivi straordinari consentirebbe di superare inerzie amministrative e conflitti di competenza, garantendo tempi certi e trasparenti.

Una simile architettura istituzionale avrebbe un duplice effetto: da un lato, accelerare la transizione energetica; dall’altro, rafforzare la credibilità del Paese nei confronti degli investitori nazionali e internazionali. In un contesto globale caratterizzato da crescente competizione per le risorse e le tecnologie energetiche, la capacità di decisione rapida diventa un fattore competitivo determinante.

PER L’ENERGIA ITALIANA SERVIREBBE UN CAMBIO DI PARADIGMA

In conclusione, la correlazione tra prezzo dell’energia elettrica e costo del gas rappresenta oggi una delle principali criticità del sistema energetico italiano. Superarla richiede un cambio di paradigma fondato sull’espansione massiccia delle rinnovabili e su una riforma profonda dei processi autorizzativi. Solo così sarà possibile ridurre il PUN, rafforzare l’indipendenza energetica e costruire un sistema più resiliente agli shock futuri.

Il penultimo shock energetico, quello della guerra tra Russia e Ucraina, ci è costato circa 200 miliardi di euro, molto più di quanto sarebbe costata una completa decarbonizzazione del sistema energetico, che oggi ci avrebbe resi spettatori disinteressati delle tensioni geopolitiche.

Lo shock energetico derivante dalla guerra in Iran, con le conseguenze sui transiti nello Stretto di Hormuz, costerà altri miliardi di euro (auspicabilmente contenuti). Cos’altro dobbiamo aspettare per intraprendere la strada che ci porti all’indipendenza energetica?

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