Lo shock energetico e l’instabilità dello Stretto di Hormuz mettono a serio rischio le forniture di idrocarburi. Bankitalia analizza il peso del PNRR e della prudenza fiscale per stabilizzare il debito pubblico.
Il quadro economico dell’Italia e dell’intera area euro si trova oggi a fronteggiare una fase di estrema fragilità, pesantemente condizionata dall’inasprimento delle tensioni geopolitiche globali. È questo il monito centrale emerso durante l’audizione preliminare all’esame del Documento di finanza pubblica (DFP) 2026, svoltasi oggi presso la Camera dei Deputati.
La testimonianza ufficiale, resa da Andrea Brandolini, Capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, ha evidenziato come il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia agendo da moltiplicatore di incertezza, colpendo i canali vitali dell’approvvigionamento energetico e commerciale, con riflessi immediati sulle prospettive di crescita e sulla stabilità dei conti pubblici nazionali.
LO SHOCK ENERGETICO E L’INSTABILITÀ DI HORMUZ
Il cuore della crisi risiede nell’interruzione del traffico navale nello Stretto di Hormuz e nei danni strutturali subiti dagli impianti nel Golfo Persico. La fonte di Via Nazionale rileva che queste sospensioni hanno innescato un’impennata delle quotazioni internazionali: il prezzo del petrolio è balzato di circa il 45 per cento, mentre il gas naturale sul mercato europeo ha segnato un incremento superiore al 40 per cento rispetto ai livelli pre-ostilità.
Per l’Italia, la vulnerabilità è marcata: se per il greggio la dipendenza dai paesi del Golfo è in linea con la media europea (circa il 10 per cento), per il gas naturale (11 per cento) e i prodotti raffinati (un quarto del totale) l’esposizione è decisamente superiore. Brandolini ha inoltre sottolineato che Hormuz non è solo uno snodo energetico: vi transita un terzo dell’elio globale, una quota identica di fertilizzanti e un quinto del metanolo. Un blocco prolungato colpirebbe dunque non solo le bollette, ma anche le filiere dei semiconduttori, della chimica e della manifattura hi-tech, fino a influenzare i prezzi agricoli.
PROSPETTIVE DI CRESCITA E PRESSIONI INFLAZIONISTICHE
Le stime sulla crescita mondiale per il 2026 sono state riviste al ribasso dalle principali organizzazioni internazionali, posizionandosi intorno al 3,1 per cento, con il rischio di scivolare al 2 per cento in caso di conflitto persistente. In Italia, dopo un 2025 chiuso con un incremento del PIL dello 0,5 per cento, il DFP prefigura una crescita dello 0,6 per cento per l’anno in corso e per il prossimo, stima ritenuta sostanzialmente coerente con i dati di aprile della Banca d’Italia.
Tuttavia, l’inflazione è tornata a salire, raggiungendo il 2,6 per cento in media d’anno, trainata dall’adeguamento dei carburanti ai costi del greggio. Bankitalia osserva che, sebbene i servizi abbiano beneficiato dell’impulso dei Giochi olimpici invernali, il clima di fiducia delle famiglie si è bruscamente deteriorato, prefigurando una contrazione della spesa per consumi. Le imprese, pur mantenendo stabili i piani di investimento, segnalano un peggioramento delle attese sulla domanda estera e un aumento dei costi di produzione dovuto alle difficoltà di approvvigionamento degli input produttivi.
CONTI PUBBLICI E L’EREDITÀ DEI CREDITI EDILIZI
Sul fronte della finanza pubblica, il 2025 si è chiuso con un disavanzo al 3,1 per cento del PIL, in miglioramento rispetto al 3,4 dell’anno precedente, grazie a un avanzo primario dello 0,8 per cento sostenuto dai contributi sociali. Tuttavia, l’indebitamento netto è risultato superiore di 0,6 miliardi rispetto alle attese di ottobre, a causa di uscite per 11,3 miliardi parzialmente compensate da entrate impreviste.
Un peso determinante è stato esercitato dai contributi agli investimenti legati ai crediti d’imposta per l’edilizia: molte comunicazioni relative a lavori del 2025, ancora soggetti a sconto in fattura e cessione del credito, sono confluite all’Agenzia delle entrate solo tra fine anno e inizio 2026. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL è salito al 137,1 per cento, risentendo sia degli effetti di cassa di questi incentivi passati, sia della scelta prudenziale del Tesoro di incrementare le disponibilità liquide a fine anno in attesa dell’ottava rata del PNRR.
IL RUOLO STRATEGICO DEL PNRR E LE TENDENZE AL 2029
Gli investimenti pubblici hanno raggiunto nel 2025 il 3,8 per cento del PIL, il livello più alto dall’inizio del secolo, grazie proprio al Dispositivo di ripresa e resilienza (DRR). Brandolini ha precisato che, a fine 2025, sono stati realizzati interventi finanziati dal PNRR per circa 5 punti percentuali di PIL, con ulteriori spese programmate per 1,7 punti nel 2026 e 1,9 punti negli anni successivi.
Nel quadriennio 2026-29, l’indebitamento netto dovrebbe scendere progressivamente fino al 2,1 per cento, grazie a un ampliamento dell’avanzo primario strutturale che compenserebbe l’aumento della spesa per interessi (attesa al 4,5 per cento del prodotto). La spesa primaria corrente, sebbene trainata dalla componente pensionistica che sfiorerà il 15,5 per cento del PIL nel biennio 2028-29 per via dell’indicizzazione ai prezzi, registrerà una crescita in termini reali di appena l’1 per cento, un valore molto contenuto rispetto alla media storica degli ultimi venticinque anni.
DIFESA NAZIONALE E NUOVE REGOLE EUROPEE
Un capitolo rilevante riguarda la capacità di difesa. Per onorare gli impegni NATO, il Governo prevede di incrementare la spesa militare fino allo 0,5 per cento di PIL entro il 2028. L’Italia, insieme a Francia e Spagna, fa parte del gruppo di paesi che hanno superato la soglia del 2 per cento nel 2025.
Per finanziare questi sforzi, le istituzioni europee hanno introdotto il pilastro SAFE, che mette a disposizione prestiti a lungo termine (14,9 miliardi la quota richiesta dall’Italia) e la “national escape clause” (NEC), che consente di deviare dalla traiettoria di spesa netta fino all’1,5 per cento del PIL per investimenti in sicurezza. Brandolini ha tuttavia suggerito che sarebbe opportuno attuare i nuovi progetti a livello europeo per sfruttare le economie di scala ed evitare inutili duplicazioni, pur confermando che l’incremento di tali spese, se non coperto, aggraverebbe i percorsi di consolidamento futuri.
GESTIONE DEL DEBITO E RIFORME STRUTTURALI
La Banca d’Italia rileva infine che la fiducia dei mercati e degli investitori, testimoniata dalla riduzione del differenziale di rendimento con i titoli tedeschi e dai recenti upgrade delle agenzie di rating, poggia sulla prudenza nella gestione dei conti e sulla volontà di rispettare il nuovo framework regolatorio europeo. Tuttavia, Brandolini avverte che “la politica di bilancio non può annullare l’impatto del trasferimento di risorse verso l’estero” causato dal rincaro dell’energia, ma può solo redistribuirlo.
Per porre il debito su un sentiero discendente dal 2027 e garantire la sostenibilità nel lungo termine, sarà indispensabile non solo il rigore fiscale, ma soprattutto un’azione di riforma incisiva che stimoli l’innovazione e la crescita della produttività, condizioni necessarie per superare la stagnazione della produzione industriale apparsa all’inizio del 2026.


