Uno studio dell’Oxford Institute for Energy Studies rivela come l’instabilità geopolitica stia spingendo gli investitori ad abbandonare il Brent per rifugiarsi in derivati a rischio limitato.
L’interruzione dei flussi greggio attraverso lo Stretto di Hormuz non ha soltanto innescato un’impennata dei prezzi, ma ha generato un cambiamento strutturale senza precedenti nel funzionamento dei mercati finanziari dell’energia. Mentre l’attenzione globale rimane focalizzata sulla volatilità dei listini, si sta consumando una silenziosa e profonda ristrutturazione nel trasferimento del rischio tra gli operatori.
Il conflitto con l’Iran ha imposto vincoli di capitale più severi e requisiti di margine drasticamente più alti, modificando la platea dei soggetti disposti ad assumersi rischi e, soprattutto, gli strumenti utilizzati per farlo. Il risultato più evidente di questa metamorfosi è il crollo dell’interesse nei contratti future sul Brent, compensato da una migrazione di massa verso il mercato delle opzioni, considerate più sicure in un contesto di estrema incertezza. La notizia e i dati tecnici che la supportano provengono dall’ultimo “Energy Comment” pubblicato dall’Oxford Institute for Energy Studies (OIES), a firma di Wu-Yen Sun (KAPSARC) e Bassam Fattouh (Direttore dell’OIES).
IL CROLLO DELL’OPEN INTEREST E LA FUGA DAL BRENT
Dall’inizio delle ostilità in Iran fino al 5 maggio 2026, il mercato dei future sul Brent ha registrato una flessione record: l’open interest è diminuito di ben 551 milioni di barili. Questo dato contrasta nettamente con l’andamento del WTI (West Texas Intermediate), dove la riduzione si è fermata a soli 64 milioni di barili, mantenendosi all’interno di un intervallo di oscillazione ordinario.
Questa divergenza segnala che il Brent, benchmark globale per eccellenza, sta subendo il peso maggiore delle distorsioni fisiche e finanziarie provocate dalla crisi nello Stretto. La volatilità, sia realizzata che implicita, ha toccato livelli storici, esponendo i partecipanti al mercato a rischi di liquidità che hanno reso insostenibile il mantenimento delle posizioni tradizionali.
IL RITIRO DEGLI HEDGE FUND E IL PESO DEI MARGINI DI GARANZIA
Il drastico calo delle posizioni nel Brent è imputabile principalmente alla ritirata del cosiddetto “Managed Money”, ovvero gli hedge fund e i Commodity Trading Advisors (CTA). Questi attori, che solitamente puntano sui fondamentali del mercato o seguono i trend di prezzo, hanno visto restringersi drasticamente i propri spazi di manovra.
“La diminuzione dell’open interest dal solco della guerra potrebbe essere in gran parte guidata dal forte aumento del costo di mantenimento delle posizioni in un ambiente altamente volatile”, osservano gli autori dell’OIES. Gli operatori sono soggetti a rigidi limiti di Value-at-Risk (VaR) e, con l’esplosione della volatilità, sono stati costretti a ridurre le esposizioni. A peggiorare il quadro sono intervenuti i requisiti di margine: l’ICE ha più che raddoppiato le garanzie richieste per il Brent, rendendo il mantenimento dei contratti future estremamente oneroso dal punto di vista del capitale.
LA DIVERGENZA TRA BRENT E WTI E IL RUOLO DEI TRADER FISICI
Mentre il Brent soffre, il WTI mostra una resilienza dovuta a dinamiche interne al settore produttivo nordamericano. I produttori indipendenti degli Stati Uniti, entrati nella crisi con coperture assicurative insufficienti, hanno reagito incrementando massicciamente le attività di hedging per proteggersi dai picchi di prezzo.
Queste operazioni, eseguite principalmente tramite swap dealer, hanno sostenuto l’open interest del mercato americano. Parallelamente, l’ampliamento dello spread tra Brent e WTI ha creato opportunità di arbitraggio fisico che le grandi società di trading hanno sfruttato andando “long” sul WTI e “short” sul Brent per bloccare i margini di profitto sulle esportazioni di greggio verso l’Asia e l’Europa. Questo complesso gioco di riallocazione del rischio ha ulteriormente alimentato il distacco tra i due principali benchmark mondiali.
L’ASCESA DELLE OPZIONI E LA RICERCA DI PROTEZIONE CONVESSA
In risposta alla pressione sui margini dei future, il mercato delle opzioni ha assunto un ruolo centrale, diventando il nuovo fulcro per la scoperta del prezzo. La struttura delle opzioni offre un vantaggio operativo decisivo: il rischio di ribasso è limitato al premio pagato, eliminando il pericolo di “squeeze” di liquidità legati ai richiami di margine quotidiani.
Questa caratteristica ha attratto anche i cosiddetti “macro-turisti”, investitori provenienti da altre classi di attività in cerca di protezione per i propri portafogli. Il fenomeno è testimoniato da un forte aumento degli acquisti di opzioni “call” rispetto alle “put”, un segnale inusuale per il mercato petrolifero, dove solitamente la domanda di protezione dei produttori mantiene elevati i prezzi delle opzioni di vendita.
OPZIONI SETTIMANALI E L’ACCELERAZIONE DEL TRADING A BREVE TERMINE
Un altro segnale della mutazione del mercato è la diffusione dei contratti settimanali e dei derivati a brevissima scadenza. La necessità di reagire istantaneamente al flusso di notizie geopolitiche ha spinto gli scambi verso le opzioni “0-3 days-to-expiry” (DTE). Ad aprile 2026, il volume medio giornaliero delle opzioni settimanali sul WTI è balzato a 33.000 contratti, quasi il 50% in più rispetto ai livelli del 2025.
“Questa crescita evidenzia l’importanza crescente delle opzioni prompt come strumenti per negoziare il flusso di notizie geopolitiche immediate e gestire il rischio di eventi a breve termine”, sottolinea il rapporto. In definitiva, la crisi di Hormuz ha dimostrato che gli shock geopolitici non si limitano a spostare i prezzi, ma possono deformare l’architettura stessa dei mercati derivati, premiando la flessibilità dei bilanci rispetto alla forza bruta del capitale.


