Bruxelles è pronta a bocciare la richiesta italiana il 3 giugno. E ora il Governo deve trovare miliardi tra PNRR e fondi di coesione se vuole evitare di uscire dal Patto di Stabilità
L’Ue è pronta a spegnere le speranze del Governo di estendere la clausola di salvaguardia nazionale all’energia. Durante l’esecutivo europeo del 3 giugno Bruxelles respingerà ufficialmente la richiesta italiana, dopo la replica informale alle parole di ieri di Meloni. La ragione è che, secondo l’Ue, gli strumenti per affrontare la crisi energetica ci sarebbero già, secondo quanto riporta la Repubblica.
L’UE DIRA’ NO ALLA SALVAGUARDIA PER L’ENERGIA
L’Italia deve fare di più da sola e smetterla di aggrapparsi esclusivamente ai sussidi comunitari. È il messaggio che Bruxelles recapiterà all’Italia durante l’esecutivo europeo del 3 giugno, secondo quanto riporta la Repubblica. L’Unione Europea argomenterà che se in Italia l’energia costa più che altrove, la colpa è della tassazione nazionale e della storica assenza di fonti alternative (compreso il nucleare). Per queste ragioni, L’Europa non autorizzerà mai finanziamenti a pioggia per abbassare temporaneamente le bollette; lo farà solo per riforme strutturali.
L’OPZIONE USCITA DAL PATTO DI STABILITA’
L’Ue, in realtà, offre una via d’uscita tecnica, ma molto rischiosa. Infatti, il Patto di stabilità prevede una flessibilità dello 0,3% del PIL per i Paesi sotto procedura per deficit eccessivo. Quindi, Roma potrebbe spendere circa 7 miliardi di euro domattina, persino senza chiedere il permesso a Bruxelles.
Il prezzo da pagare, però, è alto: rinunciare a uscire dalla procedura di deficit eccessivo per quest’anno e per il prossimo. Una mossa che il ministro Giorgetti vorrebbe evitare a tutti i costi. Finora, gli aiuti per i carburanti approvati a fine aprile sono costati appena lo 0,06% del PIL.
IL PIANO B DELL’ITALIA
Dove potrebbe trovare i soldi per calmierare benzina e bollette se l’Europa chiude i rubinetti? Palazzo Chigi ha ordinato ai ministeri di raschiare il fondo del barile del PNRR, cercando di quantificare le risorse da sottrarre agli investimenti a rischio. Si parla di una cifra tra qualche centinaio di milioni e un miliardo di euro. Tuttavia, le casse dei ministeri languono.
L’unica vera speranza resta la rimodulazione dei fondi di coesione 2021-2027, un “tesoretto” che potrebbe fruttare tra i 3 e i 5 miliardi di euro per dare ossigeno a famiglie e imprese.


