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Emissioni CO2

Germania, emissioni in calo ma cresce lo scontro sulla sostenibilità economica dei target climatici

L’analisi della Neue Zürcher Zeitung evidenzia il rischio di recessione e deindustrializzazione dietro i successi ambientali. Nel dibattito politico si fa strada l’ipotesi di posticipare la neutralità carbonica dal 2045 al 2050.

La Germania continua a tagliare le emissioni, ma più i numeri migliorano più cresce lo scontro su quanto il Paese possa permettersi questa trasformazione. È il punto da cui parte Cornelius Welp, firma economica della Neue Zürcher Zeitung, commentando l’ultima valutazione del Consiglio degli esperti sul clima incaricato dal governo federale di monitorare il rispetto degli obiettivi ambientali. Il suo editoriale sottolinea ed enfatizza un contrasto che attraversa ormai da mesi il dibattito tedesco: da una parte le emissioni di gas serra, scese di quasi la metà rispetto ai livelli del 1990; dall’altra la sensazione, sempre più diffusa in politica e nell’industria, che Berlino abbia costruito per sé un percorso più rigido e oneroso di quello seguito dal resto d’Europa.

IL NODO DEI TARGET

Welp concentra gran parte della sua analisi proprio su questo punto. L’Unione europea si è data come orizzonte il 2050 per arrivare alla neutralità climatica, mentre la Germania ha deciso di anticipare tutto di cinque anni, fissando il traguardo al 2045. Una scelta che, secondo il giornalista svizzero, oggi mostra tutta la distanza tra ambizione politica e sostenibilità economica.

Nel testo viene descritto un confronto pubblico in cui anche il solo accenno a una revisione degli obiettivi scatena polemiche immediate. Welp cita le reazioni seguite alle dichiarazioni della ministra dell’Economia Katherina Reiche, che nei mesi scorsi aveva ipotizzato la possibilità che l’Europa non riuscisse a raggiungere integralmente la neutralità climatica entro metà secolo, parlando di uno scarto pari al “cinque o dieci per cento”. Parole sufficienti, osserva l’autore, per attirarle accuse di voler rallentare la transizione e per essere etichettata come esponente di una “linea fossile”.

La stessa tensione, aggiunge Welp, si è manifestata anche dentro la stessa Cdu, il partito del cancelliere (e della stessa Reiche). All’inizio dell’anno, l’associazione che rappresenta le piccole e medie imprese e l’ala sociale del partito avevano preparato una proposta per spostare dal 2045 al 2050 il termine della neutralità climatica tedesca. L’iniziativa, però, non è nemmeno arrivata al congresso federale del partito, fermata prima della discussione ufficiale.

TRA DECARBONIZZAZIONE E CRISI INDUSTRIALE

Uno dei passaggi centrali dell’editoriale riguarda il rapporto tra politica climatica e stato dell’economia tedesca. Welp osserva che il recente calo delle emissioni nell’industria viene spesso presentato come un successo della transizione energetica, ma invita a leggere quei dati in modo meno lineare. Dietro la riduzione delle emissioni, scrive, ci sono anche la frenata dell’apparato produttivo tedesco e il trasferimento di parte della produzione all’estero.

Secondo l’autore, il fatto che il Consiglio degli esperti abbia espresso timori per una possibile ulteriore diminuzione delle emissioni industriali in caso di recessione finisce quasi per trasformare il rallentamento economico in un effetto collaterale accettabile. È qui che Welp vede il rischio di una deriva ideologica. “Nessun responsabile energetico vuole riaprire le miniere di carbone”, osserva, e allo stesso modo nessun grande gruppo automobilistico immagina un ritorno pieno ai motori tradizionali. Il problema, semmai, sarebbe capire fin dove si possa spingere la trasformazione senza compromettere la tenuta industriale del Paese.

Nel ragionamento della Neue Zürcher Zeitung entra anche il peso relativamente limitato della Germania sul totale delle emissioni globali. Berlino rappresenta circa l’1,5% delle emissioni mondiali e, secondo Welp, la differenza tra un taglio dell’80% o dell’88% entro il 2040 avrebbe effetti marginali sul quadro climatico internazionale, soprattutto mentre economie come Cina e India continuano a espandere il proprio livello di emissioni.

LE POSSIBILI CORREZIONI

Nella parte finale dell’editoriale, Welp si sofferma sugli ostacoli politici e giuridici che rendono difficile qualsiasi correzione di rotta. In Germania gli obiettivi climatici sono inseriti direttamente nella legislazione federale e il meccanismo prevede interventi automatici qualora il Consiglio degli esperti registri per due volte consecutive uno scostamento dai target previsti.

A questo si aggiungono le regole europee sulla ripartizione degli sforzi climatici, che potrebbero tradursi in costi molto elevati per Berlino in caso di mancato rispetto degli impegni. Nel frattempo, ricorda Welp, l’associazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe ha già avviato un ricorso davanti alla Corte costituzionale per chiedere misure più incisive da parte dello Stato.

L’autore, tuttavia, non considera impossibile una revisione degli obiettivi. Richiama il precedente del freno all’indebitamento, modificato negli anni nonostante fosse considerato un pilastro della politica fiscale tedesca. E osserva come una parte crescente dell’opinione pubblica guardi ormai con favore a un rinvio delle scadenze climatiche. Ignorare questo cambiamento, conclude Welp, rischierebbe di rafforzare ulteriormente le reazioni di rigetto, alimentando il consenso verso l’estrema destra di AfD, partito che chiede l’abbandono totale degli obiettivi climatici e la soppressione dello stesso Consiglio degli esperti.

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