Corsa contro il tempo a Stoccolma: spunta un investimento miliardario e un accordo per nascondere le scorie che spacca la politica. Tutti i dettagli che nessuno vi dice.
A pochi mesi dalle elezioni parlamentari, il governo del primo ministro Ulf Kristersson prova a imprimere un’accelerazione decisiva alla politica nucleare svedese. L’obiettivo è creare le condizioni perché nuovi reattori possano essere costruiti nei prossimi anni e, soprattutto, fare in modo che il progetto sopravviva a un eventuale cambio di maggioranza dopo il voto di settembre. Oggi i sei reattori attivi nel Paese producono circa il 30% dell’elettricità nazionale, ma per l’esecutivo questa quota non basta più a sostenere le esigenze future di un’economia in crescita e gli impegni climatici fissati sia da Bruxelles sia da Stoccolma.
UN CAMBIO DI ROTTA MATURATO NEGLI ULTIMI ANNI
Per gran parte degli ultimi decenni la Svezia è stata associata all’idea di una progressiva uscita dal nucleare. Quel percorso, tuttavia, si è progressivamente indebolito fino a lasciare spazio a una strategia quasi opposta. La crisi energetica esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto un peso determinante nel modificare il dibattito politico e nel rafforzare l’idea che le fonti rinnovabili, da sole, potrebbero non essere sufficienti a soddisfare la domanda elettrica prevista nei prossimi decenni.
La svolta è stata formalizzata nel 2023, quando il parlamento ha modificato uno degli obiettivi simbolo della politica energetica nazionale. Al posto del traguardo del “100% di elettricità rinnovabile entro il 2040” è stato introdotto quello del “100% di elettricità senza combustibili fossili”. La differenza può sembrare minima sul piano lessicale, ma sul piano pratico ha riaperto la porta a nuovi investimenti nell’energia atomica.
Secondo il governo, raggiungere la neutralità climatica entro il 2045 e contribuire agli obiettivi europei previsti per il 2050 richiederà una disponibilità di elettricità molto superiore a quella attuale. In questo scenario il nucleare viene considerato una componente indispensabile del sistema energetico nazionale.
LO STATO ENTRA IN CAMPO
Il problema principale non riguarda tanto il consenso politico o sociale quanto il finanziamento delle nuove infrastrutture. Costruire una centrale nucleare richiede investimenti enormi e tempi lunghi, elementi che negli ultimi anni hanno scoraggiato molti operatori privati.
Per affrontare questo nodo, il governo ha deciso di intervenire direttamente. Il piano prevede l’acquisizione di una quota di maggioranza nella Videberg Kraft AB, la società incaricata di sviluppare i futuri progetti nucleari, insieme a un’iniezione di capitale da 1,8 miliardi di corone, pari a circa 160 milioni di euro. La società è oggi controllata dal gruppo energetico statale Vattenfall e da un consorzio di grandi aziende industriali.
La ministra dell’Energia e dell’Economia Ebba Busch ha presentato l’iniziativa come un ulteriore passo verso una definizione più chiara delle responsabilità pubbliche nello sviluppo del nucleare. In sostanza, lo Stato accetterebbe di assumersi una parte rilevante dei rischi che normalmente gravano sugli investitori.
Accanto all’intervento finanziario, l’esecutivo punta a velocizzare le procedure autorizzative e a favorire la costruzione di reattori standardizzati, replicabili in più siti senza dover ripartire ogni volta da progetti completamente nuovi. L’intenzione è ridurre tempi, costi e incertezze.
AMPIO CONSENSO NELL’OPINIONE PUBBLICA
La scelta arriva in un momento politicamente delicato. I sondaggi indicano una corsa elettorale aperta e non escludono che dopo settembre possa emergere una maggioranza diversa da quella attuale. Proprio per questo il governo sembra intenzionato a consolidare rapidamente gli strumenti giuridici e finanziari necessari all’espansione del nucleare.
Sul tema esiste comunque un consenso relativamente ampio nell’opinione pubblica. Le contestazioni più forti arrivano soprattutto dalle forze minori dell’opposizione. Daniel Helldén, rappresentante verde del Miljöpartiet, ha dichiarato che il suo partito non potrebbe partecipare a un governo impegnato a espandere l’energia nucleare. Più sfumata la posizione dei centristi del Centerpartiet. Rickard Nordin non contesta il nucleare in sé, ma giudica poco prudente impegnare il Paese per decenni con investimenti che potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di corone a ridosso delle elezioni.
UN MODELLO ANCHE PER GLI ALTRI PAESI
Nonostante le polemiche, il modello svedese viene osservato con interesse anche fuori dai confini nazionali. La combinazione tra capitale privato e sostegno pubblico offre una possibile risposta a un problema comune in Europa: come finanziare nuovi impianti nucleari senza scaricare integralmente i rischi sugli operatori industriali.
Le aspettative, nel frattempo, si sono ridimensionate. Se in passato si parlava di un programma che avrebbe potuto portare alla costruzione di numerosi reattori, oggi le prospettive appaiono più contenute e solo un nuovo impianto sembra davvero vicino a una realizzazione concreta. Parallelamente procede il progetto del deposito geologico profondo di Forsmark, circa 140 chilometri a nord di Stoccolma, destinato ad accogliere le scorie nucleari a partire dalla fine degli anni Trenta. Anche su questo fronte la Svezia si trova in una posizione più avanzata rispetto ad altri Paesi europei.
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Resta da verificare se il nuovo impianto finanziario sarà sufficiente per trasformare le ambizioni del governo in cantieri reali. Qualunque sia l’esito delle elezioni, però, Kristersson sta cercando di lasciare in eredità una struttura che renda molto più difficile per i successori invertire la rotta intrapresa.


