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Cina

Dall’Africa all’Europa, la nuova offensiva della Cina: solare, petrolio e auto cambiano gli equilibri. I fatti della settimana

Le economie africane accelerano sulla produzione locale di pannelli solari per ridurre la dipendenza dalla Cina, che continua però a dominare la filiera grazie a investimenti, tecnologie ed eccesso di capacità. Negli Emirati, Adnoc sfrutta l’uscita dall’Opec per aumentare la produzione, diversificare le rotte di export e trasformarsi in una major globale. Intanto le cinesi accelerano in Ue. I fatti della settimana di Marco Orioles

Le maggiori economie africane stanno spingendo per costruire una filiera solare casalinga. Come evidenzia l’Associated Press, Paesi come Etiopia, Sudafrica, Marocco e Nigeria stanno accelerando sulla produzione locale di moduli e componenti, spinti dalla voglia di industrializzarsi e dalla crescente preoccupazione per la dipendenza dalle importazioni cinesi, che dominano il mercato mondiale. Pechino resta però il player dominante: le sue esportazioni di attrezzature solari continuano a crescere, favorite dall’eccesso di offerta interna. Tra il 2010 e il 2024 gli investimenti cinesi in energie rinnovabili e progetti correlati in Africa hanno raggiunto i 66 miliardi di dollari. Secondo Olena Borodyna di ODI Global, il continente è il mercato ideale dove smaltire questa sovracapacità, grazie alla crescita economica, alle recenti crisi energetiche e alla necessità di portare elettricità alle zone ancora scoperte. In Sudafrica Eskom punta a un impianto da 1 gigawatt per trattenere più valore dal boom del solare e rispondere al calo della domanda di rete, legata alla diffusione dei sistemi residenziali. In Nigeria la capacità di assemblaggio è passata in due anni da 120 a circa 300 megawatt, mentre le importazioni annuali restano vicine a quelle sudafricane. Il Sudafrica è già il primo importatore del continente, con oltre 3 gigawatt di attrezzature solari all’anno, quasi tutte cinesi. Benjamin Clarke dell’Africa Solar Industry Association sottolinea che fino a pochi anni fa la produzione locale non era nemmeno all’ordine del giorno. Oggi è diventata un pilastro delle politiche industriali. Il Marocco ha raddoppiato la capacità a circa 1 gigawatt annuo, il Sudafrica ha livelli simili e l’Egitto ha progetti su larga scala. La domanda cresce in fretta: secondo GOGLA nel 2025 sono stati venduti più di 10 milioni di kit solari, che hanno raggiunto circa 148 milioni di persone.

Resta un limite strutturale: l’Africa non ha ancora una produzione commerciale di celle solari. Le nuove fabbriche assemblano soprattutto componenti importati dalla Cina. “Si resta dipendenti dalla tecnologia straniera per le parti a più alto valore”, spiega Clarke. La Cina contribuisce con investimenti e trasferimento di competenze, ma gli esperti notano che manca ancora un passaggio di know-how più profondo, necessario per una filiera completa. Secondo Li Shuo dell’Asia Society, la leadership del Dragone nella produzione di pannelli, batterie e veicoli elettrici è destinata a consolidarsi, non a indebolirsi.

ADNOC ACCELERA DOPO USCITA DALL’OPEC

Tre mesi dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, Adnoc sta spingendo a fondo sull’acceleratore. Come evidenzia il Financial Times, gli obiettivi sono massimizzare la produzione di petrolio, trovare rotte alternative dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz e completare la trasformazione da colosso statale un po’ sonnolento a major energetica capace di competere a livello globale. Il capo di Adnoc aveva minimizzato la decisione di uscire dal cartello dei produttori, presentandola come segno di fiducia nelle proprie ambizioni e non come affronto all’Arabia Saudita. Ma le mosse successive raccontano un’altra storia. Robin Mills di Qamar Energy parla di un’evoluzione già in corso da anni, ora diventata però più aggressiva e rapida.

Soprannominati “Piccola Sparta” per la loro assertività, gli Emirati legheranno molto del loro futuro al successo di Adnoc. Il rischio è che le tensioni con Riyadh, re indiscusso dell’Opec, possano sfociare in una guerra dei prezzi. A giugno Adnoc ha portato la produzione a un record storico, mentre i sauditi hanno tagliato i prezzi ufficiali, soprattutto verso l’Asia. Se entrambi massimizzano la produzione, le quotazioni potrebbero crollare, complicando gli investimenti. Le scorte globali scese durante il conflitto iraniano offrono però un po’ di margine. Adnoc insiste che la sua strategia non è cambiata, e che sta solo accelerando i piani di crescita per rispondere alla domanda. C’è chi sospetta che temano la fine dell’era del petrolio e vogliano monetizzare le risorse finché valgono. Sultan al-Jaber, ceo dell’azienda, continua a dire che la domanda resterà forte a lungo, ma intanto Adnoc ha investito decine di miliardi all’estero, puntando soprattutto sulla petrolchimica. Quest’anno ha completato la fusione che ha creato Borouge Group International, valutata 60 miliardi di dollari, e ha chiuso l’acquisizione da 17 miliardi del gruppo tedesco Covestro. Di recente ha anche comprato le stazioni di servizio Shell in Sudafrica per un miliardo.

La priorità immediata è comunque mettere in sicurezza le esportazioni. Da marzo gran parte del petrolio fatica a raggiungere i clienti. C’è già un oleodotto da 1,5 milioni di barili al giorno verso Fujairah, ma Adnoc ne sta costruendo un secondo che raddoppierà la capacità dal 2027. L’obiettivo di fondo resta alzare la produzione. Libera dai vincoli Opec, Adnoc può spingere senza limiti. La capacità è già a 4,8 milioni di barili al giorno e si punta ai 5 milioni entro il 2027. Si parla di progetti ulteriori con le grandi major, ora più interessate perché non ci sono più quote a limitare i rendimenti.

L’ASSALTO DEI MARCHI CINESI AL MERCATO AUTOMOBILISTICO EUROPEO

A poco più di due anni dal debutto nel settore auto, Xiaomi vuole entrare tra i primi cinque marchi premium in Europa. Come scrive il Financial Times, il lancio è previsto in Germania nel 2026, con l’obiettivo di consolidarsi entro il 2030. Per riuscirci Xiaomi ha reclutato ingegneri e designer da BMW, Porsche e Tesla. Lei Jun, fondatore dell’azienda, ha dichiarato al Salone di Pechino che l’industria automobilistica cinese deve alzare l’asticella e produrre auto di livello mondiale. Xiaomi si muove insieme ad altri marchi tech-oriented come Xpeng, Li Auto e Aito, sostenuta da Huawei: sono tutti impegnati a conquistare i mercati esteri grazie a software avanzati e sistemi di guida autonoma. In Cina questi brand, più piccoli e meno noti all’estero, stanno guadagnando terreno soprattutto tra i giovani e hanno costruito un seguito quasi cultuale. Nathan Coe di Auto Trader prevede che il meglio debba ancora arrivare, vista la rapidità dell’innovazione cinese. Nel frattempo i grandi costruttori come BYD sono già diventati nomi familiari in Europa. Nei primi sei mesi dell’anno i marchi cinesi hanno conquistato il 9% del mercato europeo, il 15% nel Regno Unito, e a maggio uno su dieci veicoli nuovi venduti nel continente era cinese. AlixPartners stima che la quota possa salire al 16% entro il 2030. Rispetto ai costruttori tradizionali cinesi, basati su prezzi bassi e affidabilità, i nuovi player puntano su design, tecnologia e interni spaziosi e premium. Vendono più come aziende tech che come case automobilistiche classiche. Li Auto prepara l’ingresso in Europa con il modello i6 nella seconda metà del 2026, mentre Xpeng produrrà in Austria e vuole portare anche auto volanti e robot umanoidi. Aito è quella più avanti nell’espansione internazionale, anche se le restrizioni su Huawei sollevano qualche dubbio.

Tutti mirano al segmento premium europeo per margini più alti, mentre il mercato interno rallenta. Tu Le di Sino Auto Insights avverte che le auto arriveranno con prezzi intermedi e che le guerre dei prezzi cinesi potrebbero sbarcare nel Vecchio Continente. Non tutti però sono convinti. Burkhard Weller, presidente dell’associazione dei concessionari tedeschi, ritiene che i nuovi arrivati falliranno come altri marchi non europei prima di loro, perché le case tedesche sono troppo radicate. Inoltre il modello di vendita diretta, senza reti tradizionali, ha già creato problemi a Nio e Lynk & Co. Restano interrogativi anche sulla disponibilità di ricambi e sul supporto software a lungo termine

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