La capacità di raffinazione dell’Ue è destinata a ridursi di un quinto, mentre Asia e Medio Oriente continuano a investire. Tutte le conseguenze su Ue e Italia
L’Ue non è un Continente per raffinerie. La capacità di raffinazione di petrolio degli impianti europei crollerà di un quinto nel corso del prossimo decennio. Una pessima notizia per le forniture di carburante, jet fuel e altri prodotti petroliferi, che si aggiunge al fatto che gli impianti del continente stanno già funzionando quasi al limite delle loro possibilità.
LA CAPACITA’ DI RAFFINAZIONE UE CALERA’ A PICCO
La capacità raffinazione dell’Ue scenderà del 20% nei prossimi dieci anni. Gli impianti lavoreranno poco più di 9 milioni di barili di petrolio al giorno (b/g), secondo S&P Global Energy, contro i 14 di inizio XXI secolo. Un fenomeno già avviato che riguarda gli Stati Uniti, dove si prevede un calo del 7%, riducendo la capacità a 16,7 milioni di b/g.
Al contrario, le raffinerie in Medio Oriente, Africa e Asia aumentano la produzione a vista d’occhio grazie a grandi raffinerie altamente competitive.
CARBURANTI E JETFUEL, LE CONSEGUENZE PER L’UE
La riduzione della capacità di raffinazione in Europa rischia di esporre l’Unione Europea e l’Italia a una vulnerabilità strutturale sui carburanti e jetfuel, con impatti diretti su costi e sicurezza degli approvvigionamenti. In primo luogo, l’Unione Europea importa già oltre il 35-40% del cherosene per aerei consumato. Nei prossimi dieci anni la dipendenza dalle importazioni dai giganti del Medio Oriente e dell’Asia è destinata a superare il 50%, esponendo così il settore dell’aviazione a continui picchi di prezzo e shock geopolitici.
Inoltre, l’Europa è storicamente in deficit strutturale di gasolio. Il calo della produzione interna del 20% costringerà l’UE a importare quote crescenti di diesel da fornitori extra-europei, incrementando i costi di trasporto commerciale e la logistica su gomma.
CARBURANTI, COSA RISCHIA L’ITALIA
L’Italia ospita circa il 15-20% della capacità di raffinazione complessiva dell’UE. Gli impianti che costituiscono la spina dorsale della lavorazione italiana di greggio si trovano in Sicilia, Sardegna e Pianura Padana. La mancanza di nuovi investimenti sta spingengo verso la riconversione (bio-raffinerie) o la chiusura graduale dei siti più obsoleti, riducendo l’autonomia energetica nazionale. Una dipendenza che rischia di tradursi in un aumento del margine di raffinazione (il crack spread) e prezzi al consumo persistentemente più alti per carburanti e biglietti aerei.
PERCHE’ LE RAFFINERIE CHIUDERANNO
Nei prossimi anni le raffinerie più vecchie e piccole chiuderanno i battenti, secondo gli analisti. Un’ondata di chiusure che renderà l’Ue ancora più dipendente dal carburante importato, dopo che l’anno scorso ha dismesso circa 500.000 b/g di capacità di raffinazione, mentre il Regno Unito ha perso due delle sue sei raffinerie. Una nuova tegola per la capacità europea di trasformare il greggio in benzina, jetfuel e altri prodotti petroliferi, che difficilmente i governi potranno evitare perché i motori degli impianti sono già accesi al massimo della potenza per contrastare gli effetti della crisi in Medio Oriente. Il problema è che il clima attuale non invoglia gli investitori a spendere in nuovi progetti e in manutenzione e riammodernamento degli impianti.
La seconda ragione della titubanza dei proprietari di raffineria è l’avanzata della mobilità elettrica. Infatti, l’aumento delle quote di mercato dei veicoli elettrici riduce la domanda di carburante in Europa. Nella prima metà del 2026 le vendite di auto a batteria sono aumentate del 63% in Francia e del 48% in Germania, secondo ACEA.
QUANDO CHIUDERANNO GLI IMPIANTI
Le raffinerie inizieranno a chiudere non prima di 1 anno e mezzo, secondo quanto ha affermato Eugene Lindell, responsabile dei prodotti raffinati presso la società di consulenza FGE NexantECA, intervistato dal Financial Times. “I governi potrebbero essere disposti a finanziare o almeno a dare una priorità leggermente maggiore ai propri asset di raffinazione.

