Il conflitto con l’Iran pesa sulle importazioni mondiali per 330 miliardi di dollari. L’Ue è l’area più colpita, con l’Italia che paga un conto netto di 10 miliardi.
Tra marzo e agosto 2026, la crisi militare nello Stretto di Hormuz che vede contrapposti Stati Uniti, Israele e Iran ha provocato un’impennata dei costi energetici globali stimata in 330 miliardi di dollari. L’Italia, che si trova in prima linea in questa emergenza finanziaria, ha dovuto sborsare circa 10 miliardi di dollari netti in soli sei mesi per far fronte all’aumento dei prezzi di petrolio e gas. A fare i conti ci ha pensato il Crea, il Center for Research on Energy and Clean Air, autorevole think tank finlandese specializzato nell’analisi delle dinamiche climatiche ed energetiche.
L’ITALIA PAGA IL PREZZO DELLA CRISI ENERGETICA
Nel contesto europeo, l’Italia emerge come uno dei Paesi che ha subito il colpo più pesante. Secondo le analisi più recenti, l’esborso netto aggiuntivo per il sistema Paese è stato di 10 miliardi di dollari nel periodo compreso tra marzo e agosto. Questa cifra non è solo un dato contabile, ma rappresenta lo 0,42% del PIL nazionale, l’equivalente di circa un giorno e mezzo di reddito nazionale svanito per coprire i rincari energetici.
Matteo Villa dell’Ispi su X ha sottolineato che l’Italia è esposta per “30 miliardi di euro in maggiori costi di importazione di petrolio e gas”, “in termini di Più siamo messi come l’India e due vuole peggio la Cina”, ha scritto sul social.
IL RAPPORTO DEL CREA SULLO SHOCK GLOBALE
Lo studio del Crea confronta i prezzi effettivamente pagati dagli importatori con le previsioni dei mercati futures formulate prima dell’inizio delle ostilità. La cifra di 330 miliardi di dollari rappresenta il costo aggiuntivo lordo per petrolio greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto (GNL). Gli analisti del CREA sottolineano come questa crisi superi per intensità e durata molti degli shock subiti negli ultimi trent’anni, posizionandosi subito dopo gli eventi del 1990 per impatto sui mercati del barile.
IL PESO DEL GREGGIO E L’IMPENNATA DEI DERIVATI
Analizzando nel dettaglio le voci di spesa, emerge che il petrolio trasportato via mare è la componente principale del rincaro, con 164,1 miliardi di dollari di costi extra. Tuttavia, l’impatto sui prodotti raffinati è stato proporzionalmente ancora più severo. Il gasolio e il diesel hanno visto un aumento di 73,8 miliardi di dollari, mentre la benzina è costata 35,7 miliardi in più. Il GNL ha aggiunto 38 miliardi al conto globale e il carburante per aerei circa 20 miliardi. Un dato rilevante è che i prezzi dei prodotti finiti sono saliti più velocemente del greggio: se il Brent è aumentato del 35% rispetto alle attese, il diesel è balzato del 59%, riflettendo una carenza strutturale nella capacità di raffinazione mondiale.
L’UNIONE EUROPEA E LA DIPENDENZA ESTERA
L’Unione Europea detiene il primato della regione più colpita in termini assoluti, con un aggravio lordo di 78 miliardi di dollari (54 miliardi netti). La causa risiede nell’elevata dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di idrocarburi, una vulnerabilità accentuata dalle sanzioni contro la Russia e dall’assenza di una produzione interna significativa. Nemmeno la Norvegia, principale fornitore europeo, è riuscita a compensare i volumi necessari a causa dei limiti strutturali alle esportazioni. In questo scenario, l’UE si è trovata a pagare prezzi medi per il GNL superiori del 60% rispetto alle previsioni pre-belliche, con il rischio concreto di carenze in vista della prossima stagione invernale.
CINA E INDIA TRA STRATEGIE DI SCORTA E VULNERABILITÀ
Al di fuori dell’Europa, la Cina occupa il secondo posto tra i Paesi più colpiti, con una spesa extra di 35 miliardi di dollari. Pechino, pur essendo il primo importatore mondiale, è riuscita a contenere i danni attingendo alle scorte strategiche, stimate tra 1 e 1,4 miliardi di barili, salvando di fatto il mercato globale da un collasso totale. L’India, invece, ha pagato 22 miliardi di dollari in più, risentendo direttamente della chiusura dello Stretto di Hormuz. La dipendenza indiana dal Medio Oriente è quasi totale, il che ha reso il Paese asiatico estremamente fragile di fronte all’interruzione dei flussi marittimi decisa dall’Iran in risposta agli attacchi subiti.
PREZZI RECORD E DANNI ALLE INFRASTRUTTURE DI RAFFINAZIONE
La stabilità dei prezzi appare oggi un miraggio. Il Brent si è attestato su una media di 93 dollari al barile tra marzo e agosto, toccando picchi di 105 dollari a luglio. Ma la vera emergenza riguarda l’offerta di carburanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che circa il 20% della capacità di raffinazione in Medio Oriente sia stata compromessa dai combattimenti. A questo si aggiungono i danni causati dai droni ucraini alle raffinerie in Russia, riducendo drasticamente la disponibilità di diesel e benzina a livello globale. Questa distruzione di infrastrutture suggerisce che, anche in caso di una tregua immediata, i prezzi dell’energia rimarranno elevati per un periodo prolungato a causa della scarsità di offerta raffinata.
L’ENERGIA PULITA COME UNICO CUSCINETTO FINANZIARIO
In questo quadro drammatico, l’unica nota positiva arriva dal settore delle rinnovabili. La produzione di energia eolica e solare, insieme ad altre fonti a basse emissioni, ha permesso ai Paesi importatori di risparmiare complessivamente 36 miliardi di dollari in sei mesi, evitando l’acquisto di carbone, gas e petrolio. Di questi risparmi, circa 10,6 miliardi sono direttamente attribuibili alla mancata spesa per i sovrapprezzi di guerra. Paesi come Spagna, Francia, Italia e Giappone hanno beneficiato in modo significativo di questa transizione, con il Brasile che è riuscito a evitare addirittura il 35% della spesa potenziale per le importazioni di combustibili fossili.
CHI GUADAGNA DALLA GUERRA: I PROFITTI DEGLI ESPORTATORI
Mentre gli importatori affannano, le regioni esportatrici hanno accumulato guadagni record. Il Medio Oriente ha registrato entrate extra per 61,2 miliardi di dollari, seguito dal Nord America con 47 miliardi. Un caso particolare è rappresentato dalla Russia, che ha incassato 35,9 miliardi di dollari aggiuntivi. La crisi di Hormuz è diventata, paradossalmente, un’ancora di salvezza finanziaria per Mosca: l’aumento dei prezzi globali ha rigonfiato le casse del Cremlino proprio mentre le entrate stavano calando, complici anche le deroghe alle sanzioni statunitensi che hanno spinto molti Paesi a continuare gli acquisti per evitare il blackout energetico.
L’IMPATTO SOCIALE SUL GAS DA CUCINA NEI PAESI POVERI
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Il costo delle importazioni energetiche in rapporto al PIL è doppio per i Paesi a basso reddito rispetto a quelli ricchi. Un esempio emblematico è il GPL, il gas in bombole utilizzato per cucinare da milioni di famiglie in Africa e Asia. In India, il prezzo del gas da cucina è aumentato del 29% per bombola, portando a un crollo delle importazioni del 49% nel solo mese di marzo. Molte famiglie rurali hanno smesso di usare il gas perché divenuto inaccessibile. “L’onere relativo per i più poveri è fino a due volte superiore rispetto a quello delle nazioni più abbienti”, sottolinea il rapporto CREA, evidenziando come la crisi di Hormuz stia alimentando non solo un’emergenza economica, ma anche una crisi sociale e umanitaria globale.

