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Quante riserve di petrolio e gas ha l’Italia in caso di crisi

Quante riserve di petrolio e gas ha l’Italia in caso di crisi Depositi nazionali di gas all’85% contro una media Ue ferma al 68%, mentre la guerra in Iran entra nel settimo mese. L’Aie certifica il crollo delle scorte strategiche e il diesel Usa supera per la prima volta i 6 dollari al gallone.

L’Italia dispone di riserve petrolifere obbligatorie per quasi 10 milioni di tonnellate equivalenti, calibrate per garantire un’autonomia di 90 giorni a fronte del rischio estremo di una totale interruzione delle importazioni energetiche. La tenuta delle scorte nazionali torna al centro dell’attenzione proprio durante l’improvvisa fiammata di tensioni in Medio Oriente, scatenata dal sabotaggio dell’oleodotto saudita East-West a opera di droni e dalle offensive degli Houthi sullo stretto di Bab el-Mandeb.

Se sul fronte del gas i depositi italiani sono all’84,8% di riempimento garantendo tra i 45 e i 60 giorni di consumi invernali teorici, il resto dell’Unione Europea segna un minimo storico del 68,49%, pagando il 26% in più per avere il 15% di combustibile in meno. Il mercato petrolifero mondiale vede inoltre azzerarsi i propri margini di sicurezza: con il conflitto in Iran giunto al settimo mese, il drenaggio coordinato dall’Aie ha portato le riserve strategiche statunitensi ai minimi dai primi anni Ottanta, lasciando la distruzione della domanda come unico argine al rincaro dei prezzi.

IL DECRETO PICHETTO E IL MECCANISMO DELLE SCORTE OBBLIGATORIE ITALIANE

L’Italia dispone di scorte petrolifere strategiche sufficienti a coprire novanta giorni di consumi. Questa dotazione corrisponde al livello minimo di sicurezza calcolato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per fronteggiare un blocco totale delle importazioni. In qualità di membro dell’Unione Europea e dell’Aie, l’Italia è vincolata a mantenere un volume di riserve a tutela della sicurezza degli approvvigionamenti in presenza di crisi internazionali.

Nel mese di luglio è iniziato l’anno scorta 2026, il cui primo semestre deve assorbire un taglio complessivo di 1,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (circa 10 milioni di barili), scaturito dal rilascio coordinato di scorte approvato a marzo dall’Aie all’inizio della crisi dello Stretto di Hormuz per immettere offerta sul mercato. La normativa nazionale stabilisce che il livello di salvaguardia debba coincidere con il valore più alto tra novanta giorni di importazioni nette giornaliere medie – pari a 9.994.573 tonnellate equivalenti – e sessantuno giorni di consumo interno medio, pari a 8.259.969 tonnellate equivalenti. In applicazione di questo criterio, il decreto ministeriale firmato da Gilberto Pichetto Fratin ha fissato il fabbisogno vincolante a quota 10 milioni di Tonnellate, sottolinea Milano Finanza.

LA MAPPA DEI DEPOSITI OCSIT TRA CARBURANTI E JET FUEL

La gestione operativa di queste riserve fa capo all’Organismo centrale di stoccaggio italiano. Alla data del 13 settembre 2026, l’ente custodisce circa 2,3 milioni di tonnellate delle cosiddette scorte specifiche, comprendenti prodotti raffinati pronti al consumo come gasolio, benzina e carburante per aerei. La dislocazione geografica degli stoccaggi si articola su precisi snodi industriali: – Gasolio: gli hub primari sono ubicati a Gaeta, con quasi 400 mila tonnellate stoccate, e a Volpiano, dove si trovano 220 mila tonnellate. – Carburante per l’aviazione (jet fuel): i serbatoi maggiori sono concentrati a Roma, con 88 mila tonnellate, e a Civitavecchia, che ne ospita 47 mila. – Benzina: i quantitativi più consistenti risultano depositati a Volpiano, con 100 mila tonnellate, e a Cremona, con 81 mila tonnellate.

LO STOCCAGGIO DEL GAS: IL VANTAGGIO ITALIANO E L’INADEGUATEZZA EUROPEA

Sul versante del gas naturale, la posizione dell’Italia si presenta solida rispetto alla media continentale. I depositi del Paese risultano riempiti all’84,5%, superando i 17 miliardi di metri cubi a fronte dell’obiettivo del 90%, fissato a 19,5 miliardi. Calcolando i consumi medi della stagione invernale, compresi tra 7 e 8 miliardi di metri cubi al mese, le riserve immagazzinate assicurerebbero un’autonomia stimata tra i 45 e i 60 giorni. Questo dato rappresenta tuttavia un calcolo puramente aritmetico, che non include i flussi garantiti dalla diversificazione geografica degli approvvigionamenti completata dall’Italia per mitigare il rischio geopolitico. La situazione si capovolge osservando il resto dell’Europa.

I dati elaborati da Algebris e raccontati da Milano Finanza, mettono in guardia contro la vulnerabilità degli altri Paesi membri, giunti a settembre con un livello di riempimento medio fermo al 68,2%, il minimo storico per questo periodo dell’anno. I regolamenti dell’Unione Europea consentono scostamenti dal target del 90% fino a 10 punti percentuali, concedendo ulteriori 5 punti di flessibilità in presenza di condizioni sfavorevoli di mercato e portando la soglia minima inderogabile all’80%, riducibile fino al 75% nelle fasi critiche. L’attuale livello europeo è inferiore a quello del settembre 2021, antecedente l’invasione russa dell’Ucraina. Questa insufficienza volumetrica si accompagna a un rincaro dei costi: la spesa europea per gli stoccaggi è cresciuta di 4,5 miliardi di euro su base annua, registrando un esborso superiore del 26% per incamerare il 15% di gas in meno.

L’ATTACCO ALL’OLEODOTTO EST-OVEST E L’ISOLAMENTO DI YANBU

A sconvolgere i mercati globali del greggio è intervenuto il danneggiamento del gasdotto e oleodotto East-West dell’Arabia Saudita, colpito da droni alla fine della scorsa settimana e destinato a rimanere inattivo forse per settimane. L’infrastruttura ha consentito per sei mesi a Riyadh di bypassare il blocco dello Stretto di Hormuz, trasferendo circa 4 milioni di barili al giorno dai porti del Golfo Persico verso il terminal di Yanbu, sul Mar Rosso.

La chiusura dell’impianto mette a rischio 4 milioni di barili al giorno di esportazioni saudite. Sebbene il Regno possa sostenere i carichi per alcuni giorni attingendo alle scorte di Yanbu, un fermo prolungato comprometterebbe le spedizioni marittime in un bacino già minacciato dalle forze Houthi yemenite, alleate dell’Iran, protagoniste di attacchi contro mercantili sauditi e petroliere nel mese di luglio. Secondo l’analisi di Helima Croft, responsabile della strategia globale sulle materie prime per RBC Capital Markets, ancor prima dell’attacco all’oleodotto l’export saudita dal Mar Rosso era sceso sotto i 2 milioni di barili al giorno a causa delle minacce Houthi. Croft rileva che circa 9 milioni di barili giornalieri di forniture mediorientali risultano di fatto inutilizzabili, mentre i flussi attraverso Hormuz si sono ristabiliti solo a poco più della metà dei livelli prebellici attraverso passaggi clandestini e scorte militari fornite dagli Stati Uniti.

L’EROSIONE DELLE RISERVE GLOBALI E IL RITORNO DELLA CINA SUL MERCATO

Il quadro internazionale sconta l’allungamento della guerra in Iran, giunta al settimo mese rispetto alle sei settimane ipotizzate in origine dalle stime statunitensi. L’eccesso di offerta presente a inizio anno è andato cancellato con lo svuotamento del greggio stoccato in mare, verificatosi a marzo dopo la chiusura di Hormuz. Le misure straordinarie promosse dall’Aie hanno ridotto ai minimi le scorte strategiche delle economie avanzate, con la Strategic Petroleum Reserve (SPR) degli Stati Uniti scivolata al livello più basso dai primi anni Ottanta.

A questo deficit si somma il comportamento della Cina: dopo aver ridotto gli acquisti di greggio di circa 4-5 milioni di barili al giorno tra maggio e giugno – fungendo da freno all’impennata delle quotazioni primaverili –, Pechino ha ripreso ad aumentare le importazioni, rimuovendo un fattore di bilanciamento della domanda. Il rapporto mensile di settembre dell’Aie certifica che ad agosto le scorte petrolifere mondiali sono calate di ulteriori 95 milioni di barili. Il consumo cumulato di riserve da febbraio ha raggiunto i 507 milioni di barili, pari a una contrazione media di 2,8 milioni di barili al giorno, a cui si aggiunge un calo di 65 milioni di barili nei volumi trasportati via mare a causa dei raid sulle petroliere in uscita dal Medio Oriente.

L’ALLARME DI CHEVRON E IL RECORD DEL DIESEL NEGLI STATI UNITI

L’esaurimento dei margini di compensazione apre a prospettive di ulteriori rincari. Intervenendo a una conferenza sull’energia presso l’Università del Texas ad Austin, l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth, ha fotografato la rigidità dell’offerta in dichiarazioni riportate da Reuters: “È più difficile immaginare uno scenario in cui i prezzi si abbassino rapidamente. Ritengo che nei prossimi mesi i rischi rimangano al rialzo.” Le parole di Wirth coincidono con il superamento storico dei 6 dollari al gallone per il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti. I prezzi del greggio hanno toccato i massimi da maggio, gravati dall’impennata delle tariffe delle petroliere e dai costi assicurativi contro i rischi di guerra. Con i flussi logistici alterati e i cuscinetti di sicurezza svuotati, la contrazione forzata dei consumi industriali e dei trasporti si profila come l’unico meccanismo rimasto per riequilibrare il mercato.

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