La crisi di Hormuz ha provocato meno danni del previsto grazie a scorte, oleodotti alternativi e alla risposta della Cina. Ma secondo l’ultimo report di McKinsey il sistema energetico globale resta vulnerabile. Tutti i rischi per greggio e jetfuel
La crisi dello Stretto di Hormuz ha messo a rischio circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e GNL. Fino ad oggi, il sistema energetico ha risposto meglio delle attese grazie a scorte, oleodotti alternativi, capacità di riorganizzare i flussi commerciali e flessibilità della domanda. Tuttavia, il comparto della raffinazione resta sotto forte pressione. Diversi Paesi stanno ricorrendo a misure strutturali per rafforzare la loro sicurezza energetica. Il problema è che in caso di escalation le iniziative già avviate o allo studio per il 2030 potrebbero compensare solo tra il 35 e il 70% dei flussi di petrolio che transitavano dallo Stretto prima dell’attuale interruzione. È quanto emerge dall’ultimo report “Aftershocks: Energy security beyond the Strait of Hormuz crisis,” realizzato dal McKinsey Global Institute in collaborazione con la practice Global Energy and Materials di McKinsey, che analizza come la crisi dello Stretto di Hormuz stia ridefinendo il tema della sicurezza energetica a livello globale.
HORMUZ, COME IL SISTEMA HA RETTO
Quando lo Stretto di Hormuz ha chiuso i rubinetti nel secondo trimestre del 2026, spazzando via in un colpo solo il 14% dell’offerta globale di petrolio e gas il sistema energetico mondiale non è crollato. Tubi d’acciaio, riserve strategiche e il pragmatismo estremo di Pechino hanno permesso al mondo di resistere alla crisi innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, secondo McKinsey. L’oleodotto Est-Ovest saudita e la condotta ADNOC per Fujairah sono stati spinti oltre ogni limite, prosciugando il 35% del deficit iniziale di 15,5 milioni di barili al giorno. Successivamente, Washington ha aperto le porte della Strategic Petroleum Reserve immettendo greggio a pieno regime, affiancata dalle scorte cinesi.
Ma la vera metamorfosi è avvenuta sulla mappa dei consumi. La Cina ha tagliato le importazioni via mare di petrolio di oltre il 40%, attinto a piene mani dai propri stock, convertito le catene produttive petrolchimiche verso il carbone e incentivato l’alta velocità a scapito dei voli interni. Una mossa che ha liberato navi e carico per l’Europa e la Corea del Sud, mentre gli Stati Uniti vestivano i panni del super-esportatore (+2,2 milioni di barili al giorno sul mercato) compensando le falle mediorientali. Tuttavia, il mondo non ha superato certamente indenne la crisi in Medio Oriente. Infatti, l’Occidente ha pagato la crisi a colpi di inflazione (con l’FMI che ha ritoccato le stime globali al 4,7%), mentre il Sud del mondo ha dovuto ricorrere al razionamento. In India il gpl commerciale è stato contingentato, nelle Filippine gli uffici pubblici sono passati d’autorità alla settimana corta di quattro giorni per risparmiare carburante.
IL NODO DELLE SCORTE DI PETROLIO
Il mondo è lontano dall’esaurire le scorte di petrolio, ma restano sul tavolo due questioni che potrebbero cambiare le carte in tavola, secondo McKinsey. In primo luogo, le scorte si stanno esaurendo più rapidamente del previsto. Entro la fine di agosto, circa mezzo miliardo di barili erano stati prelevati dalle scorte globali. Un quantitativo pari al fabbisogno di petrolio dell’economia globale in cinque giorni. Le scorte statunitense—le maggiori a livello globale—provenivano principalmente dalle riserve di proprietà statale. La SPR era già scesa dai circa 600 milioni di barili del 2022 ai circa 400 milioni entro la fine del 2025. A fine agosto di quest’anno, il livello era ulteriormente sceso a meno di 300 milioni. Gli analisti di McKinsey sottolineano che il livello è ai minimi storici e non accenna frenare la sua caduta.
Nel frattempo, le maggiori scorte di greggio rimanenti si trovano in Cina, che è entrata nella crisi detenendo circa 1,4 miliardi di barili. Tuttavia, grandi scorte non si traducono automaticamente in grandi rilasci: finora la Cina ne ha tratto relativamente poco.
I RISCHI PER IL JETFUEL
Il secondo elefante nella stanza è la raffinazione. Infatti, il settore deve fare i conti con un nuovo collo di bottiglia. Il sistema di raffinazione è sottoposto a una maggiore pressione, ma le raffinerie del Golfo hanno ridotto la produzione di oltre un quarto. Allo stesso tempo, si stima che quasi 2 MMb/giorno della capacità di raffinazione russa siano fuori uso da metà luglio. Le raffinerie di altre zone funzionano quasi a piena capacità ma non sono riuscite a sostituire completamente quella produzione persa. Inoltre, gli impianti devono adattarsi a qualità di greggio per cui non erano ottimizzate. Questo si traduce in perdite di efficienza evidenti, portando a rese più basse dei prodotti più richiesti, come il carburante per jet e il diesel.
In questo scenario, le scorte di prodotti raffinati possono colmare solo una parte del divario, secondo McKinsey. Infatti, sono più scarse rispetto a quelle del greggio e frammentate sia per carburante che per posizione. Nel report si evidenzia che il diesel non può sostituire il carburante per jet e le scorte di un mercato potrebbero non alleviare facilmente le carenze in un altro. A rischio ci sono, in particolare, i rifornimenti di jet fuel per l’Ue, che a luglio hanno raggiunto i minimi quinquennali. L’effetto combinato delle interruzioni nel raffinamento e delle scorte limitate di prodotti si è già tradotto in prezzi più alti. Gli analisti sottolineano che i danni della crisi di Hormuz potrebbero colpire la domanda, soprattutto se le scorte non riusciranno più a rispondere come finora.
ALMENO IL 30% DEL PETROLIO CHE PASSAVA PER HORMUZ ANDRA’ PERSO ENTRO IL 2030
Entro il 2030, le iniziative già avviate o allo studio potrebbero consentire, in caso di una nuova crisi, potrebbero compensare solo tra il 35 e il 70% dei flussi di petrolio che transitavano dallo Stretto prima dell’attuale interruzione.
La loro effettiva realizzazione resta tuttavia incerta e implica dei costi. I nuovi oleodotti sono la soluzione meno costosa, ma permettono soltanto di instradare diversamente il petrolio del Golfo, senza ridurne la dipendenza. Invece, le infrastrutture GNL bombardate nel Golfo non si riparano in una notte: due impianti chiave del Qatar richiederanno dai tre ai cinque anni per tornare in attività.
LA SOLUZIONE DELLE RINNOVABILI
Secondo il rapporto, sostituire le importazioni di petrolio e gas con tecnologie pulite già mature potrebbe ridurre fino a quasi un terzo il consumo di fossili. Tuttavia, gli analisti ammettono che è una soluzione che può richiedere tempo, comportare costi elevati e scontrarsi con limiti difficili da superare. Per questa ragione, l’indicazione che emerge è che al centro della strategia futura non possono mancare nuove fonti di approvvigionamento, infrastrutture in grado di ridisegnare le rotte commerciali e adeguate riserve energetiche.

