Un arresto vicino alla centrale di Weisweiler dopo una serie di attacchi con razzi artigianali. Dal Vulkangruppe alle tesi sulla “RAF 2.0”, torna il blackout come arma di protesta
Un uomo di 48 anni fermato nei pressi della centrale di Weisweiler, una sequenza di attacchi a colpi di razzi artigianali contro le linee dell’alta tensione, e un ministro dell’interno che non esita a parlare di terrorismo climatico: la Germania si confronta di nuovo con un fenomeno che sembrava relegato ai decenni delle proteste antinucleari e che invece torna a colpire, questa volta, il cuore della rete elettrica nazionale.
SABOTAGGI IN SERIE ALLA RETE ELETTRICA
La polizia tedesca ha annunciato la scorsa settimana il fermo del sospettato dopo giorni di ricerche serrate. L’uomo è stato individuato nei pressi della centrale di Weisweiler, vicino ad Aquisgrana, proprio nell’area in cui lunedì 7 settembre erano stati scoperti nuovi dispositivi di lancio agganciati a un traliccio dell’alta tensione. Secondo gli inquirenti, il sospettato avrebbe agito in diverse località tra Renania Settentrionale-Vestfalia, Brandeburgo e Sassonia, sparando con razzi autocostruiti dei fili sottili contro le linee elettriche nel tentativo di provocare cortocircuiti. Isomma, da ovest a est, coprendo un raggio d’azione di tutto rispetto.
In almeno due occasioni il piano sarebbe riuscito. A Bergheim, non lontano da Colonia, un cortocircuito ha bloccato per alcuni giorni diversi gruppi di una centrale elettrica. Nella sottostazione di Turnow-Preilack, in Brandeburgo, si sono invece registrati due cortocircuiti, provocati da oltre venti razzi che avrebbero spruzzato materiale conduttivo sui cavi. In nessuno dei due casi, tuttavia, si è arrivati a un’interruzione effettiva della corrente.
IL MINISTRO PARLA DI TERRORISMO CLIMATICO
Il ministro dell’interno Alexander Dobrindt ha definito gli attacchi opera di un singolo, ma li ha comunque etichettati come terrorismo climatico. A sostegno di questa lettura ci sono le lettere di rivendicazione, ritenute autentiche dagli inquirenti e attribuite al sospettato, in cui la produzione di elettricità da fonti fossili viene definita apertamente “un crimine”.
Nello stesso testo l’autore collega la propria battaglia ambientale ad altre cause politiche, arrivando ad accusare la Germania di sostenere quello che definisce un “genocidio in Palestina”.
Mentre si alza l’allerta contro le azioni di sabotaggio di gruppi o singoli attori legati all’intelligence di Mosca e alla guerra ibrida che la Russia muove contro la Germania, un altro fronte che punta a colpire infrastrutture energetiche allarma gli inquirenti tedeschi.
UNA RADICE CHE AFFONDA NEGLI ANNI SETTANTA
Per quanto l’episodio sembri isolato, si inserisce in una tradizione di sabotaggi contro le infrastrutture energetiche che in Germania ha radici lontane. Già nel 1979 furono tranciate le linee elettriche dirette verso la centrale nucleare di Krümmel, allora in fase di completamento, e sei anni dopo un traliccio nei pressi dello stesso impianto fu fatto saltare in aria.
Negli anni Novanta l’obiettivo si spostò sui trasporti Castor, i convogli che movimentano scorie radioattive: gruppi definiti “autonomi” sabotarono più volte binari e linee aeree ferroviarie per ostacolarli. Proteste contro i trasporti Castor sono proseguite anche nei decenni successivi e, seppur con presenze e coperture mediatiche minori, si sono svolte fino a tempi recentissimi.
DALL’AMBIENTALISMO ALL’ANTICAPITALISMO
A partire dal secondo decennio di questo secolo, alle rivendicazioni ecologiste si sono progressivamente affiancati temi come la critica al capitalismo e al cosiddetto “sistema postcoloniale”, insieme a un rifiuto più generale della tecnologia e della modernità. Proteste ambientaliste e wokismo importato dai campus americani si sono mescolate costituendo una nuova miscela esplosiva per le contestazioni giovanili.
È il terreno su cui si è sviluppato il movimento pacifico Friday for Future. Ma è lo stesso solco in cui si muove il gruppo che si fa chiamare Vulkangruppe, a cui vengono attribuiti dal 2011 numerosi attacchi contro impianti ferroviari, energetici e di telecomunicazione, incluso il blackout che a inizio anno ha colpito ampie zone di Berlino e, nel marzo 2024, l’attacco a un traliccio che ha temporaneamente bloccato la fabbrica Tesla vicino alla capitale.
Nel 2023 l’ufficio federale per la tutela della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz, Bfv) ha acceso i riflettori anche su un’altra sigla, “Switch off – the system of destruction”, rete di ispirazione anarchica che rivendica azioni contro infrastrutture e aziende in nome di una rottura rivoluzionaria con il sistema capitalistico.
UNA RAF 2.0? L’ALLARME DEL MENSILE CICERO
A tracciare un parallelo ancora più drammatico con il passato è la rivista di cultura politica Cicero, che nel numero appena arrivato in edicola dedica la copertina a quella che definisce apertamente una “Raf 2.0”, accostando i gruppi ecoterroristici odierni alla Rote Armee Fraktion (Raf), la formazione di estrema sinistra che insanguinò la Germania Ovest tra gli anni Settanta e Ottanta, l’equivalente tedesco delle Brigate Rosse italiane.
Il direttore della rivista, Alexander Marguier, ricorda come la Raf si sia sciolta ufficialmente solo nell’aprile del 1998, con un comunicato di otto pagine inviato all’agenzia Reuters in cui i militanti superstiti, più che ammettere una sconfitta, rivendicavano ancora la legittimità della loro “rivolta”. Il numero di copertina è affidato a Butz Peters, avvocato e tra i massimi conoscitori della storia del gruppo terroristico, che individua nelle nuove sigle ecoterroristiche, a cominciare dalla Vulkangruppe, echi diretti di quel linguaggio rivoluzionario, pur segnalando differenze sostanziali rispetto al terrorismo stragista degli anni di piombo tedeschi.
Secondo Peters, oggi il bersaglio privilegiato non sono più le persone ma le infrastrutture vitali del paese, come dimostrato dal blackout che ha colpito la rete elettrica di Berlino lo scorso 3 gennaio: nella rivendicazione diffusa il giorno successivo, gli autori dell’attacco scrivevano di voler porre fine a quello che chiamavano lo “stile di vita imperiale”, e sostenevano: “Non possiamo più permetterci i ricchi”.
Per Cicero, dietro episodi come quello di Weisweiler si starebbe consolidando un clima culturale, alimentato anche da settori dei media e del mondo intellettuale, che finisce per rendere più accettabile agli occhi di una parte dell’opinione pubblica il ricorso alla violenza in nome della salvezza del pianeta e della democrazia.

