L’UE potrebbe modificare la sua strategia nei confronti dell’industria nazionale della raffinazione petrolifera. Mercoledì scorso la Commissione Europea ha avviato il primo “Dialogo ad alto livello” con il settore europeo della raffinazione
Negli ultimi quarant’anni l’Europa ha perseguito alcune delle politiche sull’energia pulita più ambiziose al mondo, ponendosi l’obiettivo di diventare il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Questa strategia ha portato il vecchio continente ad essere più avanzato nella transizione verso l’energia pulita rispetto agli altri Paesi occidentali: le fonti rinnovabili rappresentano circa la metà del mix energetico europeo, contro il 26% circa degli Stati Uniti.
Tuttavia, l’Europa oggi è costretta a fare i conti con la decisione di abbandonare alcune delle sue infrastrutture legate ai combustibili fossili, proprio mentre si profila una nuova crisi energetica globale, a pochi anni di distanza da quella del 2022.
L’EUROPA HA RIDOTTO LA CAPACITÀ DI RAFFINAZIONE
Come spiega Oilprice, negli ultimi 20 anni l’Europa ha ridotto drasticamente il numero delle proprie raffinerie petrolifere, chiudendo circa un quarto degli impianti e diminuendo la capacità di raffinazione di circa il 10%. I responsabili politici dell’Unione Europea prevedevano infatti che la transizione ecologica avrebbe portato a una progressiva contrazione della domanda interna di benzina e diesel.
Nell’ambito del sistema ETS, le raffinerie devono confrontarsi con un tetto massimo di emissioni di carbonio che si restringe progressivamente, oltre a una riduzione nel tempo delle quote di inquinamento assegnate gratuitamente. Ciò ha fatto lievitare notevolmente i costi operativi degli impianti.
Parallelamente, le norme ambientali più rigorose e i limiti alle emissioni imposti dalla direttiva sulle emissioni industriali (IED) hanno reso necessari costosi interventi di adeguamento e continui oneri di conformità per le attività ad alto impatto inquinante, incidendo negativamente sui margini di raffinazione.
L’EUROPA SI AFFIDA DI PIÙ ALLE IMPORTAZIONI
Di conseguenza, l’Europa è stata costretta a fare più affidamento sui prodotti raffinati d’importazione, esponendosi a rischi geopolitici. I conflitti in Iran e Ucraina hanno provocato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas. Il commissario UE all’Energia, Dan Jorgensen, ha definito l’instabilità geopolitica e la prolungata carenza di diesel “un “campanello d’allarme” per l’Unione Europea.
Venerdì scorso i prezzi del gas in Europa hanno superato i 100 euro per megawattora (il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022) a causa delle interruzioni in Medio Oriente che hanno bloccato le forniture di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz, alimentando al contempo il timore di una recrudescenza dei conflitti armati in seguito alle elezioni di mid-term negli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha comportato un aggravio di oltre 100 miliardi di euro sulla bolletta delle importazioni europee, mettendo in luce le vulnerabilità derivanti dallo smantellamento delle infrastrutture nazionali per i combustibili fossili prima che le alternative pulite fossero pronte a gestire scenari di crisi estrema.
LE RICHIESTE DEI PAESI DELL’EUROPA CENTRALE ALL’UE
Paesi dell’Europa centrale, come Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, stanno esercitando pressioni sulla Commissione Europea affinché definisca una strategia di tutela a lungo termine per le raffinerie del continente. Questi Paesi hanno chiesto che le raffinerie vengano protette dal rischio di “delocalizzazione delle emissioni di carbonio” (carbon leakage) e che possano accedere ai fondi UE per effettuare interventi di ammodernamento.
Secondo questi Paesi, le rigide normative climatiche UE potrebbero rendere il blocco eccessivamente dipendente dalle importazioni di carburante dall’estero. Hanno inoltre richiesto che il sistema ETS tenga conto della concorrenza internazionale che le raffinerie devono affrontare, alleggerendo al contempo gli oneri amministrativi e finanziari che ostacolano l’ammodernamento degli impianti.
L’UNIONE EUROPEA POTREBBE RIPENSARE L’APPROCCIO SULL’INDUSTRIA DELLA RAFFINAZIONE
Ora, Bruxelles sta valutando di ripensare il proprio approccio nei confronti dell’industria nazionale della raffinazione petrolifera. Mercoledì scorso la Commissione Europea ha avviato il primo “Dialogo ad alto livello” con il settore europeo della raffinazione. Il forum, co-presieduto dal commissario Jorgensen e dal commissario UE per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha affrontato i temi della sicurezza energetica, della competitività industriale e della prontezza difensiva dell’Europa, in un contesto segnato da ricorrenti tensioni geopolitiche.
I partecipanti hanno delineato risposte a breve termine per far fronte alle interruzioni nelle forniture causate dai conflitti in corso in Medio Oriente, sottolineando che le raffinerie UE attualmente coprono circa il 70% del fabbisogno di carburante per aerei e l’85% di quello di diesel consumato in Europa.
LA RAFFINAZIONE IN ITALIA
Per quanto concerne l’Italia, il settore della raffinazione petrolifera sta attraversando una fase di forte trasformazione, caratterizzata dall’integrazione tra la transizione ecologica (conversione in bioraffinerie) e le tensioni geopolitiche internazionali che hanno riacceso i riflettori sulla sicurezza energetica europea.
L’Italia si conferma il secondo Paese nell’Unione Europea per capacità di raffinazione (dietro soltanto alla Germania), con una capacità complessiva di circa 78,6 milioni di tonnellate all’anno. Sono presenti e attive 10 raffinerie tradizionali (come Sarroch, Milazzo, Priolo, Trecate, Sannazzaro, ecc.) e 2 bioraffinerie (Porto Marghera a Venezia e Gela in Sicilia). La raffineria Eni di Livorno è attualmente in fase di riconversione verso il bio, con il completamento previsto entro il 2027.
Gli impianti italiani stanno lavorando a un regime medio pari al 77% della loro capacità, e nel 2025 la produzione di prodotti raffinati si è attestata a 63,7 milioni di tonnellate.
IL MERCATO DEI CARBURANTI
Nonostante il nostro Paese mantenga un’adeguata capacità interna di raffinazione, il mercato sta affrontando forti pressioni sui prezzi dei prodotti finiti (diesel e benzina). Negli ultimi 15 anni l’Europa ha perso circa 30 raffinerie tra chiusure e riconversioni green, e ciò ha reso il continente fortemente dipendente dalle importazioni di prodotti finiti raffinati dall’estero.
Inoltre, le interruzioni della catena di fornitura globale – dovute ai conflitti in Medio Oriente, alle tensioni nello stretto di Hormuz e ai danni agli impianti dell’Europa orientale – hanno ridotto la disponibilità globale di gasolio e diesel, causando aumenti nei prezzi dei carburanti alla pompa. La duplice spinta tra decarbonizzazione e resilienza energetica sta definendo la strategia del settore: l’Italia è stata tra i primi Paesi in Europa a riconvertire siti tradizionali per la produzione di HVO (olio vegetale idrotrattato) e SAF (Sustainable Aviation Fuel per l’aviazione).
A livello istituzionale, il nostro Paese sta promuovendo in sede europea una visione di lungo termine (grazie al non-paper presentato di recente al Consiglio Energia UE) per tutelare la competitività e la resilienza del settore della raffinazione, garantendo che in Europa la capacità strategica resti attiva anche durante la transizione energetica.

