I Democratici conquistano Camera e Senato e potranno frenare le politiche pro-fossili dell’amministrazione, ma non cancellarle. Il Brent scende a 101,85 dollari, mentre il gas americano costa un dodicesimo di quello europeo.
La vittoria dei Democratici alle elezioni di metà mandato, che hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, apre una fase nuova per la politica energetica e climatica degli Stati Uniti. Il nuovo Congresso non potrà annullare da solo le misure con cui l’amministrazione Trump ha indebolito le regole sul clima e tagliato gli incentivi all’energia pulita, perché il presidente mantiene il diritto di veto. Avrà però strumenti per contenerne gli effetti: indagini, controllo sui bilanci, conferma delle nomine e maggiore influenza sulle leggi di spesa.
Per l’Europa un calo delle bollette nel breve periodo resta improbabile, ma le prospettive sono più favorevoli. Intanto i mercati hanno reagito: oggi il Brent è sceso a 101,85 dollari al barile. Sullo sfondo resta la distanza tra le due sponde dell’Atlantico: negli Stati Uniti il gas costa circa 3 dollari per milione di Btu, in Europa e in Asia oltre 30.
UN VOTO SU PREZZI, GUERRA IN IRAN E CLIMA
I Democratici hanno vinto anche in Stati che per decenni avevano votato repubblicano e dove due anni fa Trump si era imposto con margini a doppia cifra. Il risultato riflette la frustrazione degli elettori per i prezzi alti, la guerra in Iran e la politica climatica. “Anche se il clima raramente era indicato esplicitamente sulla scheda, le politiche anti-clima di Trump hanno plasmato l’esito”, sostiene Lisa Sachs, professoressa associata alla Columbia Climate School a Fox News. “Sicurezza energetica, accessibilità, posti di lavoro di qualità e comunità resilienti ora formano un’unica agenda coerente, e il voto di ieri ha respinto le politiche che hanno peggiorato ciascuno di questi elementi”.
Lo stesso Trump ha ammesso il peso del conflitto. “Penso che una parte sia stata l’Iran, ma allo stesso tempo la gente ha capito l’importanza di ciò che ho fatto con l’Iran”, ha ammesso.
“DRILL, BABY, DRILL”: COSA LASCIA LA POLITICA ENERGETICA DI TRUMP
Il punto di partenza è pesante. L’amministrazione Trump ha sabotato i progressi fatti dai governi precedenti nella riduzione delle emissioni degli Stati Uniti, secondo emettitore mondiale dopo la Cina. Per Climate Action Tracker, Washington sta “ostacolando attivamente la transizione verso l’energia pulita e allo stesso tempo incentivando la produzione e il consumo di combustibili fossili”.
Le politiche del “drill, baby, drill” hanno spinto il Paese ancora di più verso i fossili, a scapito di eolico e solare. Tra le misure smantellate c’è l’“endangerment finding” del 2009, la valutazione su cui si basano le norme federali sulle emissioni, insieme agli incentivi fiscali per l’energia pulita.
COSA PUÒ FARE IL CONGRESSO DEMOCRATICO, E COSA NO
Proprio su questo terreno si misura il nuovo equilibrio di poteri. Il nuovo Congresso non potrà necessariamente annullare le decisioni già prese, ma avrà strumenti importanti per limitare i danni. Potrà aprire indagini su possibili casi di corruzione e conflitti di interesse, esaminare i tagli al personale e ai fondi delle agenzie ambientali e analizzare i piani di espansione di petrolio e gas. Contando di più sui bilanci e sulle leggi di spesa, potrà inserire norme ambientali nei principali provvedimenti. Il Senato, inoltre, conferma le nomine di ministri e giudici federali, che restano in carica a vita, ben oltre la presidenza.
Il limite resta il veto presidenziale, che si supera solo con i due terzi di entrambe le Camere. I Democratici potrebbero comunque sostenere di più le rinnovabili e l’elettrificazione e controllare più da vicino i nuovi progetti di estrazione, le emissioni di metano e i sussidi ai fossili, chiedendo anche norme ambientali più severe e applicate con più rigore. Negli Stati passati dai Repubblicani ai Democratici le politiche climatiche e i progetti di energia pulita potrebbero ripartire.
DATA CENTER CONTRO RINNOVABILI, LA PARTITA DELLE RETI
Un capitolo specifico riguarda i data center, sempre più contestati negli Stati Uniti. Secondo Sachs, “aumentano le emissioni, fanno salire le bollette dell’elettricità delle famiglie e competono con le comunità per l’acqua, spesso dove è già scarsa”.
I centri delle grandi aziende tecnologiche vengono spesso allacciati alla rete prima dei parchi eolici e solari, sollevando dubbi su come vengano distribuite le scarse infrastrutture elettriche.
Molti analisti attribuiscono al malcontento per il costo dell’elettricità, all’influenza di miliardari della tecnologia come Elon Musk e all’impatto ambientale dei data center, la spinta di molti elettori contro i Repubblicani.
BOLLETTE IN EUROPA, CALO IMPROBABILE NEL BREVE PERIODO
Per i consumatori europei il nodo resta la guerra in Iran. Da quando Trump ha attaccato il Paese, i danni alle infrastrutture di petrolio e gas e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno ridotto le forniture e fatto salire i prezzi in tutto il mondo, con un forte aumento delle bollette in Europa.
Per imporre il ritiro, i Democratici avrebbero bisogno dei due terzi di entrambe le Camere, e quindi anche di una parte dei Repubblicani. Ma già da ora possono limitare molte iniziative, con vincoli più stretti sul bilancio militare e indagini sulla guerra. Per questo un calo delle bollette nel breve periodo è improbabile, anche se le prospettive sono “certamente più favorevoli di ieri”.
PETROLIO IN CALO, BRENT A 101,85 DOLLARI
I mercati hanno già reagito. Oggi, in una seduta volatile, alle 10:34 Gmt il Brent perdeva 1,75 dollari (-0,7%) a 101,85 dollari al barile, dopo essere sceso fino a 2 dollari a inizio seduta. Il Wti americano cedeva 1,18 dollari (-1,2%) a 94,91 dollari. Nella seduta precedente il Brent aveva chiuso al livello più basso da quasi quattro settimane.
Sul fronte diplomatico il Qatar ha intensificato la mediazione per evitare un’escalation dopo il voto, mentre un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che Teheran e Washington sono ancora lontani da un accordo.
Trump ha dichiarato al Financial Times che gli Stati Uniti non hanno piani immediati per attaccare l’Iran.
Secondo Vortexa, a ottobre i flussi di greggio, condensati e raffinati dal Medio Oriente, escluso il Gpl, sono stati in media di 17,1 milioni di barili al giorno, contro i 18,9 di settembre, pari a circa tre quarti dei livelli prebellici. Per Ole Hansen di Saxo Bank, si legge su Reuters, la ripresa delle spedizioni di greggio potrebbere accelerare il ritorno alla normalità dei margini di raffinazione e far scendere i prezzi dei carburanti. Per sentirne pienamente i benefici, però, i consumatori dovranno aspettare che riprendano anche le esportazioni di prodotti raffinati dal Medio Oriente, che finora restano contenute.
Negli Stati Uniti, secondo fonti di mercato che citano l’American Petroleum Institute, le scorte di greggio sono calate di 5,27 milioni di barili nella settimana al 30 ottobre, mentre gli analisti sentiti da Reuters si aspettavano un aumento di circa 880.000 barili.
GAS, NEGLI USA COSTA UN DODICESIMO CHE IN EUROPA
Il divario energetico tra Stati Uniti ed Europa è invece al centro dell’analisi di Javier Blas su Bloomberg Opinion. Grazie allo shale gas, americani e canadesi non stanno pagando le conseguenze della guerra: negli Stati Uniti il gas costa circa 3 dollari per milione di Btu, e la settimana scorsa è sceso brevemente a 2,5 dollari, il minimo da due anni.
In Canada è intorno a 1,5 dollari, mentre europei e asiatici pagano oltre 30. Il rapporto di 12 a 1, scrive Blas, non era mai stato così ampio, nemmeno nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando il gas americano era salito a quasi 10 dollari, né dopo l’incidente di Fukushima del 2011.
Gli Stati Uniti vendono intanto volumi record di Gnl, conquistando clienti a scapito dei Paesi mediorientali colpiti dalla guerra, Qatar in testa. “La guerra è stata scatenata dagli Stati Uniti, ma quando si tratta di gas naturale, il prezzo viene pagato in Europa e in Asia”, scrive Blas. Secondo uno studio di Lucas W. Davis dell’Energy Institute della Haas School of Business di Berkeley, l’abbondanza di gas ha fatto risparmiare all’economia americana 4.300 miliardi di dollari rispetto ai prezzi pagati da europei e giapponesi. Blas stima per il solo 2026 un ulteriore risparmio di almeno 400 miliardi.
“STIAMO FACENDO UNA FORTUNA”, E LE INDUSTRIE EUROPEE PAGANO
Il vantaggio arriva fino alle famiglie americane. Circa il 47% si riscalda a gas e il 42% con l’elettricità, mentre il gasolio da riscaldamento, i cui prezzi alti hanno pesato sulla campagna nel Maine, riguarda solo il 4%. Dato che le centrali a gas spesso fissano il prezzo dell’elettricità, gas economico significa anche bollette elettriche più basse.
Secondo Blas, l’America guadagna due volte: paga poco l’energia in casa e incassa molto dall’export. Trump lo ha rivendicato in un comizio a fine ottobre: “L’industria petrolifera e del gas degli Stati Uniti sta generando centinaia di miliardi di dollari. Non me ne frega niente, lo dico apertamente: stiamo facendo una fortuna”.
Per l’editorialista, il rovescio della medaglia è che Europa e Asia stanno pagando l’intero costo della crisi energetica, e le loro industrie che usano molto gas affrontano una sfida sui costi “praticamente impossibile”. Blas avverte anche che il divario potrebbe allargarsi se Trump intensificasse la guerra dopo il voto, visto che Teheran ha minacciato di colpire gli impianti energetici del Medio Oriente.

