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Carbone: La Russia punta a raddoppiare le esportazioni verso la Cina

carbone

Le previsioni russe scommettono su un export verso la Cina quasi doppio nei prossimi 10 anni, a 55 milioni di tonnellate di carbone rispetto al livello attuale.

La Russia è storicamente associata alle esportazioni di petrolio e gas, ma quello che spesso si trascura è la sua presenza anche sul mercato del carbone. Sebbene non sia né il più grande produttore né il più grande esportatore di carbone al mondo, la Russia sta comunque continuando a portare avanti il suo obiettivo strategico di aumentare le esportazioni di combustibile.

L’INDUSTRIA DEL CARBONE RUSSA PRONTA AL BOOM A META’ DEGLI ANNI ’20

Passo dopo passo, prima sistemando la sua capacità produttiva inutilizzata, e ora assicurando che siano disponibili adeguate soluzioni infrastrutturali per il trasporto di tutte le merci, Mosca sta gettando le basi per un’espansione su larga scala che dovrebbe “esplodere” a metà degli anni ’20 in un mix tra politica ed economia, con i mercati e i paesi dell’Asia orientale di nuovo al centro della politica di esportazione di Mosca.

PRODUZIONE RUSSA IN CALO

Se si da uno sguardo ai dati, il 2019 non è stato un anno ideale per l’industria carboniera russa. In calo rispetto ai massimi storici dello scorso anno, la produzione di carbone è diminuita dello 0,2 per cento su base annua a 439 milioni di tonnellate. I prezzi sia in Europa che in Asia hanno raggiunto i minimi pluriennali questa estate, in particolare nel Vecchio Continente, dove le quotazioni sono precipitate.

DOMANDA INTERNA RISTAGNANTE

Anche la domanda interna russa di carbone è ristagnante, con il consumo di carbone, specialmente in Siberia meridionale, dove viene prevalentemente estratto, calata del 3% su base annua. Malgrado questi numeri possano essere un presagio per una futura stagnazione, l’industria rimane ottimista sulla domanda asiatica.

EXPORT SU DELL’1% GRAZIE ALLA DOMANDA ASIA-PACIFICO

Infatti, le esportazioni di carbone russo nel 2019 sono comunque aumentate dell’1% su base annua, soprattutto grazie alla regione Asia-Pacifico, principale motore di crescita che ha fatto da contrappeso alla debole domanda europea. In particolare, il prezzo del FOB Russia Pacific di Platts (6300 kcal / kg) è stato in media di 78,10 dollari Usa per tonnellata nel 2019, in calo del 29% su base annua dal livello 2018 di 108,70 per tonnellate metriche – e di conseguenza, le entrate degli esportatori di carbone sono diminuite del 10-15% dal 2018. Tuttavia, nonostante la debolezza dei prezzi che, tenuto conto dell’inverno altrettanto caldo del 2019/2020, persisterà ancora, i grandi produttori come SUEK o KRU continuano a sognare in grande. A testimonianza della loro ambizione, entrambe le società hanno utilizzato la domanda del 2019 per modernizzare le loro risorse produttive.

LA STRATEGIA RUSSA È AMPLIARE L’OFFERTA

La strategia russa, secondo quanto messo nero su bianco nella Strategia energetica del 2035 del paese, è un ambizioso piano ad ampio spettro che però potrebbe non avere risultati immediati. Questo per un motivo facile: i vincoli infrastrutturali limitano i produttori. Mentre la maggior parte del petrolio e del gas viene esportata tramite pipeline, il carbone è diventato il principale prodotto esportato tramite ferrovie (il 30% della produttività delle ferrovie russe è data carbone). Per questo le autorità di trasporto russe hanno esaminato le possibilità di espandere le capacità di esportazione. Che dovrebbe passare a 125mtpa entro il 2021 e a 180mtpa entro il 2024.

LA RUSSIA GUARDA SEMPRE MENO ALL’EUROPA E SEMPRE PIU’ ALL’ASIA

Uno dei problemi più importanti è che il principale hub di produzione russo nel Kuzbass è all’incirca equidistante dall’Europa occidentale e dall’Asia orientale: mentre finora la politica di export ha mantenuto un certo equilibrio tra le due direzioni, ora non vi è più questa necessità. Il Vecchio Continente sta gradualmente abbandonando il combustibile anche se l’operatore ferroviario statale, Russian Railways, ha offerto nell’ultimo anno tariffe sostanzialmente ridotte per le consegne ai porti europei della Russia. Tra i meno utilizzati per le consegne di carbone (circa 15 milioni di tonnellate sono transitate nel 2019), i porti russi del Mar Nero hanno assistito a una rinascita delle esportazioni nell’anno trascorso con gli spedizionieri che si sono avvantaggiate degli “sconti ferroviari” per trasportare 50mtpa.
Consapevoli delle difficoltà europee, insomma, i russi stanno guardano a est: la Cina rappresenta oltre la metà del consumo globale di carbone, e in termini di posizione geografica è molto conveniente alla Russia. Mosca esporta circa 30 milioni di tonnellate all’anno in direzione di Pechino ma esiste ancora un grande potenziale di aumento. L’unico neo è il fatto che la Cina ha introdotto un dazio all’importazione di carbone nel 2014 da cui sono esenti Australia e Indonesia ma non i russi. Che infatti hanno chiesto l’esenzione. Se si verificherà, si potrebbe sbloccare completamente il mercato cinese per i produttori russi un vantaggio non solo per il bacino di Kuznetsk (che ospita l’80% della produzione nazionale) ma anche per i nuovi progetti in Siberia orientale. Dove i numeri di crescita sono incredibili con un aumento di oltre il 50% su base annua nel solo 2019 a oltre 70 milioni di tonnellate.

LA CINA RADDOPPIERA’ IN DIECI ANNI LE FORNITURE

Le previsioni russe scommettono su un export verso la Cina quasi doppio nei prossimi 10 anni, a 55 milioni di tonnellate rispetto al livello attuale. Ma ci sono anche altri mercati potenzialmente gustosi: ad esempio, il ministro dell’Industria siderurgica indiana Dharmendra Pradhan, alla fine di novembre, ha annunciato l’intenzione dei produttori di acciaio indiani “di aumentare significativamente” le loro importazioni di carbone dai porti russi dell’Estremo Oriente. Anche il Vietnam è uno sbocco di mercato interessante, avendo triplicato la sua domanda di carbone russo dopo la messa in opera di diverse nuove centrali a carbone.
E ciò senza dimenticare che l’Indonesia – attualmente il più grande fornitore di carbone – vedrà inevitabilmente un calo della produzione di 350mtpa di oltre 100mtpa nei prossimi due decenni.