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Energia

Musumeci: Stato non pagherà danni del clima a tutti, Testa contro il Pniec, rinvio nomine Cdp. Che c’è sui giornali

Musumeci avvisa che lo Stato non può pagare i danni del clima per tutti, Chicco Testa contro il Pniec, ancora nulla sulle nomine di Cdp. La rassegna stampa

Doccia gelata per le assicurazioni. Il ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci, ha detto che «Non possiamo pensare che lo Stato possa intervenire sempre e per tutti. Non ci sono più le risorse necessarie per un’emergenza che è diventata pressoché quotidiana». Il nuovo Green Deal condanna l’Italia a target irraggiungibili, secondo Chicco Testa. Nuova fumata grigia per le nomine di Cassa Depositi e Prestiti: la decisione è rinviata al 15 luglio.

MUSUMECI: “STATO NON PUÒ PAGARE I DANNI DEL CLIMA PER TUTTI”

“Compleanno con nubi nere all’orizzonte. Ania, l’associazione nazionale delle imprese assicurative, compie 80 anni di attività, celebrati con un’assemblea alla quale hanno preso parte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani e il presidente della Camera, Lorenzo Fontana. Ma le nubi restano e del resto nessuno è lì per ignorarle: in primis la numero uno di Ania, Maria Bianca Farina, che le chiama per nome: danni catastrofali e polizze da eventi climatici. Nelle stesse ore in cui residenti e turisti in Piemonte e Valle d’Aosta sperimentano sulla loro pelle cosa avviene quando il rischio idrogeologico si trasforma in realtà, Farina ricorda che solo il 6% del patrimonio abitativo italiano e il 5% delle imprese sono assicurati da danni di questo tipo”, si legge su La Repubblica.

“Nonostante ciò, nel 2023 in Italia«si è registrato il massimo storico dei danni assicurati: oltre 6 miliardi, di cui 5,5 causati da danni atmosferici e 800 milioni dalle sole alluvioni in Emilia-Romagna e Toscana». (…) Ecco perché l’obbligo per le imprese di assicurarsi da danni catastrofali – stabilito dalla legge di Bilancio 2024 ma non ancora attuato, mancano i decreti dei ministeri competenti – spaventa tutto il comparto. E divide la politica”, continua il giornale.

Perché da una parte ci sono gli addetti ai lavori, piuttosto concordi sul fatto che la ricetta da seguire sia la partecipazione tra pubblico e privato, con lo Stato che – come già avviene in diversi Paesi europei – svolgerebbe un ruolo di riassicuratore di ultima istanza nel momento in cui il rischio diventa insostenibile per le compagnie. Dall’altra c’è la dialettica tra governo e opposizione, dove i toni si fanno decisamente più accesi. Il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, commentando i fatti di Piemonte e Valle d’Aosta, ha affermato: «Non possiamo pensare che lo Stato possa intervenire sempre e per tutti. Non ci sono più le risorse necessarie per un’emergenza che è diventata pressoché quotidiana », difendendo quindi l’obbligo assicurativo in cantiere. (…) L’ex ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio è meno netto, ma assegnerebbe comunque ai privati un ruolo da comprimario: «La forma principale dev’essere l’intervento dello Stato. La ricostruzione, come si è fatto in Emilia-Romagna o a L’Aquila, si fa con i fondi statali, gli eventi calamitosi si coprono così. Non esiste nessun meccanismo assicurativo che potrà mai risultare sostenibile perché danni di questa entità non sono sostenibili attraverso il pagamento di polizze assicurative ». Il punto è proprio questo: nei territori a maggior rischio sismico o idrogeologico, per proteggersi da risarcimenti miliardari le compagnie dovrebbero applicare premi astronomici. Il settore sta lavorando proprio per evitare questa situazione, come conferma la presidente di Ania, che ha annunciato la nascita «di un pool di compagnie, ad adesione volontaria che, sfruttando il principio della mutualizzazione, sarà in grado di ridurre il costo delle coperture per le imprese e quello del capitale per le compagnie»”, continua il giornale.

PNIEC, TESTA: GREEN DEAL CONDANNA ITALIA A TARGET IRRAGGIUNGIBILI”

“Il nuovo piano energetico (Pniec) inviato lunedì dal governo italiano a Bruxelles si apre con una premessa interessante. Gli obbiettivi del precedente piano non sono stati realizzati perché chiaramente irrealistici. Cosa detta da tempo dagli osservatori più esperti. Dopodiché i nuovi obbiettivi stabiliti per il 2030 sono altrettanto e forse ancor più chiaramente irrealizzabili. Non alcuni, ma tutti. La triade che guida il percorso è costituita da tre pilastri. Rinnovabili, efficienza , elettrificazione. Ottimo. Solo che gli obbiettivi quantitativi previsti sono fuori da ogni ragionevole prospettiva. Un paio di esempi tanto per chiarire. L’obbiettivo dell’elettrificazione del trasporto imporrebbe che da qui al 2030 immatricolassimo in Italia 1 milione di auto elettriche all’anno. L’anno scorso sono state all’incirca 50.000. Un ventesimo. La quota di rinnovabili sui consumi finali di energia dovrebbe raddoppiare in 6 anni. I consumi di energia primaria dovrebbero scendere del 30 per cento in 6 anni. Ipotesi possibile solo se si manifestasse una crisi tipo ’29 accompagnata da una pandemia di alcuni anni”, scrive Chicco Testa su Il Foglio.

“Quindi più che contestare cifre chiaramente fuori da ragionevoli prospettive vale la pena cercare di capire come sia possibile che persone del tutto ragionevoli ed esperte che siedono nei ministeri e nei centri di ricerca pubblici possano produrre cifre tanto lunari. (…) ce lo chiede l’Europa. Infatti il Pniec è il tentativo disperato di far quadrare i conti energetici italiani con gli obbiettivi europei. Quindi la domanda diventa: “E’ possibile che a Bruxelles nessuno si sia reso conto che gli obbiettivi decisi in quella sede non fossero tecnicamente realizzabili?” (…) nemmeno se ci fosse un governo formato solo da Bonelli e Fratoianni e che avesse a disposizione risorse pressoché illimitate si riuscirebbero a forzare limiti tecnici insuperabili. E sono sicuro che il problema non riguarda solo l’Italia”, si legge sul giornale.

“Il problema è però anche di tipo cognitivo. (…) Buona parte dell’attenzione degli osservatori è stata invece rivolta alla previsione che nell’arco di una ventina d’anni l’Italia possa disporre di produzione nucleare. Notizia che ha naturalmente sollevato le proteste degli ambientalisti che continuano a volere decarbonizzare il mondo con i pannelli solari e le pale eoliche. Ma c’è un altro dato che sfugge ai nostri. L’Italia dipende e dipenderà strutturalmente per decenni dalla Francia non solo per l’importazione di energia (nucleare) che l’anno scorso ha raggiunto il record storico ma anche per la “copertura del carico” come scrive Terna nel suo rapporto sull’adeguatezza del sistema elettrico italiano. Ciò significa che se venisse a mancare la disponibilità delle centrali nucleari francesi rischieremmo il black out. Cosa che, pochi sanno, abbiamo rischiato nel luglio del ‘22 per alcuni giorni, quando a causa del caldo e della siccità siamo arrivati a riserva di potenza pari a zero. Una situazione inaudita e fuori norma. (…) Ma fino a quando non si deciderà di fare conti realistici basati sulle tecnologie e le risorse disponibili, compreso il tempo, continueremo a vivere in un mondo immaginario. Noi, in Italia e in Europa. Gli altri intanto vanno per la loro strada”, continua il giornale.

ENERGIA, ANCORA RINVIO NOMINE CDP

“Ancora un rinvio, il quarto a essere precisi, per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti (Cdp).
L’assemblea degli azionisti di Cdp, si legge in una nota, «ha rinviato la decisione sulla nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione al 15 luglio» prossimo. Un rimbalzo che va avanti da maggio e che è raro inedito nella storia del braccio finanziario dello Stato che lo scorso anno ha impiegato risorse per 50,7 miliardi di euro e registrato un utile netto mai raggiunto in precedenza di 3,1 miliardi, in crescita rispetto all’anno precedente. (…) Ciò che appare certa è la conferma delle figure apicali e cioè il presidente Giovanni Gorno Tempini e l’amministratore delegato Dario Scannapieco. Il primo è stato confermato a inizio maggio dalle fondazioni, azioniste di minoranza con il 15,93%, le quali hanno anche indicato i loro due consiglieri, Lucia Calvosa, giurista, già presidente di Eni e nei board di Monte dei Paschi e Tim, e Luigi Guiso, economista e docente universitario. Il secondo, Scannapieco, è stato avvallato a metà giugno dallo stesso ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti che aveva confermato che non ci sarebbero stati «stravolgimenti» tra le prime linee.”, si legge su La Stampa.

“D’altronde, a giocare a favore di Scannapieco sono stati probabilmente gli ottimi risultati raggiunti nel triennio 2021-2024, con l’ultimo dividendo che ha portato ai soci 1,6 miliardi, di cui 1,4 al Mef. Mancherebbero dunque altri cinque nomi, di cui almeno tre donne, sui quali non si troverebbe un accordo all’interno dei partiti che compongono la maggioranza e in particolare, stando a quanto circola, Fratelli d’Italia e Forza Italia. (…) Escluso, a quanto pare, anche l’ingresso del direttore del Tesoro Riccardo Barbieri Hermitte e quello della Ragioneria Biagio Mazzotta i quali sono entrati a far parte nel board di Cdp ma della gestione separata. Con la conferma di Scannapieco sfumerebbe anche l’eventuale nomina di Antonino Turicchi, presidente di Ita Arways, ciò che resta della compagnia di bandiera che proprio oggi passa ufficialmente a Lufthansa. Non resta dunque aspettare un altro paio di settimane per capire se lo stallo sarà risolto”, continua il giornale.

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