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Conflitti e sicurezza energetica: quali sono le sfide dell’Ue e dell’Italia?

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le conseguenze sul mercato del gas dell’UE, l’Italia ha guardato al Nord Africa per diversificare le importazioni e sostituire i flussi provenienti da est.

La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha portato l’UE ad attuare diversi pacchetti di sanzioni che hanno influenzato direttamente e indirettamente il commercio di petrolio e gas naturale, portando molti Paesi UE, tra cui l’Italia, a guardare verso il Mediterraneo per sostituire i flussi provenienti da est.

CONFLITTI E GAS: TENSIONI (E NON SOLO)

Il divampare della guerra tra Israele e Hamas a seguito dell’attacco condotto dal gruppo terroristico lo scorso 7 ottobre ha riportato la regione in uno stato di generale tensione con seri rischi di un allargamento del conflitto che potrebbero ostacolare l’integrazione dei settori del gas naturale in Israele, Egitto e Cipro per le esportazioni verso l’Europa.

“Le perplessità si proiettano sulla strategia di diversificazione che l’UE ha attuato, che guarda al Mediterraneo orientale come una delle possibili zone strategiche in cui investire e da cui trarre la sufficiente quantità di gas per diversificare in parte le importazioni dalla Russia”, afferma a Euractiv Francesco Sassi analista energetico e ricercatore di geopolitica dell’energia presso RIE autore di un’analisi approfondita sul tema

Poco più di un mese prima della guerra tra Israele e Hamas i leader di Cipro, Israele e Grecia si erano invece incontrati nella capitale cipriota Nicosia il 4 settembre per il loro nono incontro per riaffermare il loro impegno a cooperare per rendere la regione una fonte di energia internazionale attraverso le esportazioni di gas naturale ed elettricità.

EGITTO: UN ESPORTATORE ‘POCO COSTANTE’

Lo scorso anno l’Egitto ha spedito l’80% delle sue esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) – pari a 7,1 milioni di tonnellate – verso l’Europa, mentre il continente cercava di sostituire il gasdotto russo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Nel giugno dello scorso anno l’Unione Europea ha firmato un accordo quadro tra il blocco, Israele ed Egitto che consentirebbe al Cairo di mantenere “volumi relativamente elevati” di consegne di GNL all’Europa.

“L’Egitto è sì cresciuto in importanza nel 2022 per alcuni Paesi come importatore alternativo, però ha già dimostrato di essere, come negli ultimi dieci anni, un esportatore di gas naturale poco costante”, sottolinea Sassi, secondo cui “vi erano quindi già gli elementi per capire che l’Egitto non poteva essere nel breve periodo un partner importante da cui l’UE poteva immediatamente trarre sufficienti volumi di gas in alternativa alla Russia”.

Secondo quanto riferito nei giorni scorsi da Bloomberg, l’Egitto starebbe per ricominciare ad esportare gas naturale liquefatto (GNL) a seguito dell’aumento delle forniture israeliane come dimostrato dall’arrivo della nave metaniera Adam LNG all’impianto di liquefazione egiziano di Idku.

Prima della pausa estiva, l’Egitto aveva dichiarato che le esportazioni sarebbero riprese a ottobre a causa dell’aumento della domanda interna. Infatti, l’Egitto, il più popoloso Paese arabo, deve far fronte alla crescente domanda di gas da parte della sua popolazione di 105 milioni di abitanti. Il Paese è alle prese con interruzioni di corrente iniziate in estate e estese fino a ottobre, poiché le ondate di caldo hanno aumentato la domanda di raffreddamento. L’elevata domanda estiva ha comportato esportazioni di GNL molto basse o pari a zero nel periodo maggio-settembre.

INFRASTRUTTURE VULNERABILI

I rischi esistenti per il gas nel Mediterraneo orientale riguardano anzitutto la possibilità che le infrastrutture possano divenire obbiettivi militari.

“Il livello di complessità aumenta dal momento che le risorse energetiche sono diventate parte di obiettivi e possibili obiettivi militari all’interno del conflitto”, dichiara Sassi a Euractiv.

Per l’analista – riporta Euractiv – non è ancora chiaro come l’Egitto potrà in futuro far fronte a una interruzione delle forniture da parte di Israele. Infatti, come avvenuto in queste settimane, il governo israeliano dà priorità assoluta alla propria sicurezza nazionale e ciò comporta un minore afflusso di gas ai vicini: Giordania ed Egitto. Come ricorda Sassi i due Paesi son stati coinvolti in maniera prioritaria dal conflitto tra Israele ed Hamas anche perché vicini alla causa palestinese. Come già avvenuto durante i conflitti arabo-israeliani, Egitto e Giordania subirebbero subito un flusso di profughi nel caso in cui la guerra dovesse intensificarsi o allargarsi.

“Tutto questo scenario rende molto più complesso investire nelle infrastrutture, nei giacimenti e anche nel trasporto”, fa presente Sassi, che nota come alcune di queste infrastrutture transnazionali passino per territori già soggetti ad attacchi terroristici, in particolare da parte del ramo dello Stato islamico attivo nel Sinai autore di vari sabotaggi contro l’Arab Gas pipeline e il gasdotto che collega Israele con l’Egitto.

COSA SUCCEDE IN LIBIA

La Libia rischia di diventare un importatore di gas nel prossimo futuro e di interrompere le esportazioni verso l’Italia.

“È una notizia preoccupante per l’Italia e l’Europa. Secondo il presidente del NOC, Bengdara, entro un paio d’anni l’Italia potrebbe iniziare a soffrire di uno squilibrio del mercato interno del gas. La domanda delle centrali elettriche e dell’industria continua a crescere e c’è bisogno di più gas nazionale. Allo stesso tempo, la produzione di gas nei giacimenti di Wafa e Bouri, entrambi gestiti da una joint venture tra NOC ed Eni, sta diminuendo. Si tratta di vecchi impianti, che dovrebbero essere sostituiti per mantenere la produzione di gas e le esportazioni attraverso il gasdotto Greenstream. Solo negli ultimi tre anni, le esportazioni di gas sono diminuite di oltre il 30%. Se il gasdotto Greenstream, costruito con una capacità di 11 miliardi di metri cubi all’anno, continuerà a esportare gas a questo ritmo, è probabile che si attesterà al di sotto del 25% della capacità disponibile. Si tratta di un segnale di pericolo per la Libia, che fa affidamento sulle esportazioni di petrolio e gas per la stabilità del bilancio nazionale, tra una guerra civile in corso e continue lotte tra milizie”, sostiene Francesco Sassi in un’analisi approfondita su LinkedIn.

Si tratta, però, di un segnale negativo anche per l’Italia, che cerca di assicurarsi le forniture di gas dal Nord Africa.  Gli investimenti necessari per lo sviluppo di nuovi giacimenti di gas sfiorano i 12-13 miliardi di dollari, tra cui le strutture offshore A&E che si stima contengano quasi 170 miliardi di gas, pari a quasi 2,5 volte il consumo annuale di gas dell’Italia (dati del 2022) e per le quali NOC ed Eni hanno concordato un piano di sviluppo pluriennale per rafforzare le forniture di gas, il più grande che si sia visto da decenni a questa parte, firmato alla presenza del premier Meloni.

“L’Italia ha cercato di accelerare il Piano Mattei con l’obiettivo di creare una ‘cerniera’ energetica tra Europa e Africa. Sia il premier Meloni che il suo predecessore Mario Draghi, che ora lavora per la Commissione europea come consigliere speciale per la competitività dell’Europa, hanno effettuato diverse visite diplomatiche in tutto il continente africano. Entrambi i premier hanno spinto per un legame più profondo tra l’Italia e i Paesi africani, compresa la Libia. Tuttavia, nel giro di pochi anni il Paese potrebbe addirittura trasformarsi in un concorrente, attirando le importazioni di gas dalla confinante Algeria e dall’Egitto, se l’Eni non dovesse incrementare i suoi investimenti nel Paese”, sottolinea Sassi.

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