Scenari

Coronavirus e recessione, che ne sarà degli investimenti in rinnovabili?

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Il crollo del prezzo del petrolio potrebbe innescare una nuova ondata di ristrutturazioni nell’industria petrolifera e del gas che potrebbe coinvolgere le rinnovabili

Un grande dubbio pervade il mondo dell’energia in questo scorcio di 2020 alle prese con l’epidemia di coronavirus e in procinto di vivere una delle peggiori recessioni mondiali: cosa ne sarà della transizione energetica, dei cambiamenti climatici e delle rinnovabili?

CHE FINE FARANNO GLI INVESTIMENTI NELLE RINNOVABILI?

Le grandi compagnie petrolifere avevano tutte annunciato una revisioni delle loro strategie di lungo termine in senso ‘green’ anche per placare le preoccupazioni degli investitori, sempre più attenti al clima. Ma ora, complice anche il crollo dei prezzi del petrolio, è inevitabile uno scombussalmento dei piani visto che le major avevano tutte messo a punto strategie basate su prezzi medi del greggio pari a 50-60 dollari al barile. Con valori stabilizzati, al momento, su circa la metà del valore preventivato, le compagnie petrolifere si trovano infatti di fronte a una scelta, da un lato sui dividendi, per continuare a soddisfare gli azionisti, e dall’altro sulla transizione energetica: le major possono permettersi di aumentare significativamente gli investimenti nelle energie rinnovabili ora che i loro profitti sono destinati a crollare con il petrolio sceso a 30 dollari?

IL RUOLO DELLE MAJOR NELLE RINNOVABILI

Ma perché è fondamentale l’apporto delle compagnie petrolifere per la riuscita del settore? Quando le major petrolifere hanno iniziato ad annunciare piani di crescita nelle rinnovabili, gli analisti e le organizzazioni internazionali hanno detto che se c’è qualcuno nell’industria energetica che ha la potenza di fuoco per aumentare le tecnologie energetiche pulite, contribuire a far scendere i costi delle tecnologie verdi e permettersi investimenti ad alta intensità di capitale, sono proprio le major petrolifere.

SOLO NELL’EOLICO OFFSHORE ERANO PREVISTI 211 MLD DI DOLLARI DI INVESTIMENTI TRA IL 2020 E IL 2025

Solo per fare un esempio, queste compagnie sono il candidato ideale per aumentare la produzione e ridurre i costi nel settore dell’eolico offshore, grazie alla loro esperienza nell’esplorazione e produzione di petrolio e gas offshore. Gli investimenti globali nell’eolico offshore avrebbero dovuto ammontare – il condizionale a questo punto è d’obbligo – a 211 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2025, diventando il più attraente per le compagnie petrolifere e del gas, scriveva Wood Mackenzie in un rapporto di inizio mese. Anche se i rendimenti delle energie rinnovabili sono ancora distanti dai rendimenti di petrolio e del gas, Wood Mackenzie ipotizzava che il tema della transizione energetica avrebbe reso l’eolico offshore un investimento interessante e a basso rischio per le aziende con portafogli ad alta intensità di carbonio.

Ma ora, con l’avvento del coronavirus che ha innescato un massiccio crollo della domanda di petrolio e la fine di Opec+, “alcuni degli investimenti delle compagnie petrolifere nelle rinnovabili potrebbero essere rinviati per consentire loro di riequilibrare e ripensare radicalmente i loro bilanci nei prossimi mesi. È improbabile che le grandi compagnie petrolifere ripensino le loro strategie a lungo termine, ma potrebbero dover rispondere al crollo del prezzo del petrolio con piani a breve termine per tagliare le spese in conto capitale nei prossimi 12-24 mesi”, osserva Oilprice.

GLI IMPEGNI DELLE GRANDI COMPAGNIE PETROLIFERE

La norvegese Equinor aveva dichiarato a febbraio che entro il 2026 la sua capacità di produzione di energia rinnovabile sarebbe decuplicata, diventando una delle principali aziende mondiali nel settore dell’eolico offshore.

Eni aveva previsto nella sua strategia di lungo termine, una capacità installata globale rinnovabile di 3 GW entro il 2023 e di 5 GW entro il 2025, e di portare tale capacità a più di 55 GW entro il 2050.

La francese Total aveva annunciato la realizzazione di un portafoglio di asset a basse emissioni di carbonio in grado di rappresentare il 15-20% del suo fatturato entro il 2040. E di essere al tempo stesso, sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di 25 GW di capacità installata di generazione di energia da fonti rinnovabili entro il 2025.

BP aveva dichiarato a febbraio, invece, l’intenzione di diventare una società a zero emissioni entro il 2050 o prima, e ad aumentare nel tempo la percentuale di investimenti in asset non petroliferi e nel settore del gas. Il tutto senza compromettere l’impegno a una crescita sostenibile del free cash flow e delle distribuzioni agli azionisti nel lungo termine.

BP È GIA’ CORSA AI RIPARI

Un mese dopo e 20 dollari in meno al barile, il direttore finanziario di BP, Brian Gilvary, ha detto in settimana alla CNBC che la società sta cercando di adeguare il proprio bilancio alla nuova realtà per ‘salvarsi’ dalla volatilità dei prezzi del petrolio. “Nei nostri obiettivi per il 2021, abbiamo bilanciato i conti dell’azienda a circa 40 dollari al barile Brent, che è stato il principale obiettivo quinquennale che abbiamo messo in atto quattro anni fa. Siamo sulla buona strada”, ha detto Gilvary aggiungendo che per quanto riguarda la situazione attuale, “l’anno scorso il capitale era di circa 15 miliardi di dollari, quest’anno abbiamo la flessibilità necessaria per ridurre il capitale fino al 20%, se necessario”.

NUOVA ONDATA DI RISTRUTTURAZIONI IN VISTA?

Ciò non toglie comunque, che il crollo del prezzo del petrolio possa innescare una nuova ondata di ristrutturazioni nell’industria petrolifera e del gas: alcune major potrebbero non cercare più acquisizioni di petrolio e gas a causa delle promesse di abbassare l’intensità di carbonio che hanno appena annunciato, hanno detto la scorsa settimana Ann-Louise Hittle Fraser McKay, Tom Ellacott e Rob Clarke di Wood Mackenzie. “Per alcune aziende, questo periodo potrebbe essere il catalizzatore per il riposizionamento strategico. Sfortunatamente, un ritorno a prezzi più alti o un altro cambiamento radicale nella base dei costi sarà necessario per fornire capitale sufficiente per fare quel salto”, hanno detto gli analisti di WoodMac.

PER L’AIE CAMBIANO LE PRESSIONI SULLE AZIENDE

“La crisi del coronavirus si sta aggiungendo alle incertezze che l’industria petrolifera globale si trova ad affrontare mentre contempla nuovi investimenti e strategie di business – ha detto Fatih Birol, Direttore Esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), commentando il rapporto dell’agenzia Oil 2020, la cui pubblicazione è coincisa con il giorno in cui i prezzi del petrolio sono crollati del 25 per cento -. Le pressioni sulle aziende stanno cambiando. Devono dimostrare di poter fornire non solo l’energia su cui si basano le economie, ma anche la riduzione delle emissioni di cui il mondo ha bisogno per affrontare la nostra sfida climatica”.

FORTE RICHIAMO A RIPRENSARE LE STRATEGIE DI ALLOCAZIONE DEL CAPITALE

Insomma, conclude Oilprice, “l’estrema volatilità del prezzo del petrolio può rimandare gli investimenti di Big Oil nelle energie rinnovabili, ma è anche un forte richiamo per le major petrolifere a ripensare, ancora una volta, le strategie di allocazione del capitale nei cicli di boom-and-bust del petrolio”.