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Ecco come le compagnie petrolifere lavorano per ridurre le emissioni upstream

Emissioni

Tra il 2021 e il 2025, secondo il Wood Mackenzie Emissions Benchmarking Tool, la regione con la più alta intensità di carbonio nelle emissioni sarà l’Oceania, seguita da Africa, Asia e America

Aumenta la pressione sul settore petrolifero e del gas per ripulire e tagliare le emissioni delle operazioni upstream (e non solo), le cosiddette emissioni di Scope 1 e Scope 2.

Molte delle più grandi società petrolifere europee, tra cui Shell, BP, Eni, Repsol e Total, hanno già impostato i propri obiettivi per ridurre l’intensità di carbonio dalle loro operazioni upstream e si sono impegnate a diventare aziende a emissioni zero entro il 2050 o addirittura prima. Ma cresce anche la pressione da parte di investitori e azionisti, sull’industria petrolifera, per ridurre le cosiddette emissioni di Scope 3, quelle emissioni generate cioè dall’uso dei loro prodotti.

IL REPORT WOODMAC: CHIAVE L’ENERGIA A BASSE EMISSIONI DI CO2

L’energia a basse emissioni di carbonio è infatti la chiave per ridurre le emissioni stesse, ha affermato Wood Mackenzie, che stima che circa i due terzi delle emissioni provengano dal consumo di energia: produzione, lavorazione e liquefazione.

Tra il 2021 e il 2025, secondo il Wood Mackenzie Emissions Benchmarking Tool, la regione con la più alta intensità di carbonio sarà l’Oceania, principalmente a causa delle grandi emissioni da liquefazione. Segue l’Africa, anche per la grande quota di flaring nelle operazioni upstream, seguita dall’Asia con elevate emissioni di produzione e liquefazione, e dal Nord America, dove la produzione e le perdite di metano rappresentano gran parte dell’intensità di carbonio.

LE SFIDE DA AFFRONTARE

Naturalmente, ci sono progetti per mitigare le emissioni. “Ma devono essere superate importanti sfide tecniche, logistiche e commerciali”, ha osservato Jessica Brewer, Principal Analyst, North Sea Upstream Oil and Gas presso WoodMac.

L’Africa, ad esempio, ospita molte risorse più inquinanti rispetto alla media, a causa della mancanza di infrastrutture e ciò è testimoniato, ad esempio, dal problema del gas flaring, ha affermato Wood Mackenzie il mese scorso.

“Ridurre le emissioni e considerare una nuova diversificazione energetica è davvero inevitabile”, ha affermato WoodMac nel rapporto.

COSA STANNO FACENDO LE MAJOR PETROLIFERE

Gli investitori vogliono comunque la prova degli sforzi che si stanno compiendo la riduzione delle emissioni: per questo le major petrolifere internazionali stanno pensando a come affrontare il problema in Africa, dove sono in programma nuovi progetti nel settore del gas naturale liquefatto (Gnl).

L’industria petrolifera ha proposto diversi modi per ridurre le emissioni dalle operazioni, non solo in Africa: alcuni stanno accelerando l’elettrificazione dei giacimenti petroliferi con fonti di energia rinnovabili, altri stanno esaminando le tecnologie di cattura, stoccaggio e utilizzo del carbonio (CCSU) per rimuovere l’anidride carbonica durante le operazioni di estrazione.

La norvegese Equinor, ad esempio, sta elettrificando le operazioni, sostituendo un’alimentazione elettrica a base fossile, principalmente basata su turbine a gas, con energia rinnovabile. “L’elettrificazione nel Mare del Nord è una delle principali misure per raggiungere le nostre ambizioni climatiche per i prossimi decenni”, ha affermato il colosso energetico norvegese.
https://www.equinor.com/en/what-we-do/electrification.html

NEGLI USA SI PUNTA DI PIU’ SULLA CCS

Le major statunitensi Exxon e Chevron, che, a differenza dei giganti europei non stanno investendo nell’energia solare o eolica, stanno scommettendo, invece, sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio. Così come molte compagnie petrolifere europee nella speranza di ridurre la loro impronta di CO2 e aiutare interi cluster industriali a decarbonizzare.

Negli Stati Uniti, Exxon ha creato all’inizio di quest’anno una nuova attività, ExxonMobil Low Carbon Solutions, per commercializzare il proprio portafoglio di tecnologie a basse emissioni di carbonio, concentrandosi innanzitutto sul CCS. Lo stesso sta facendo Chevron che ha già comunicato che investirà nel settore nei prossimi decenni.

Le più grandi compagnie petrolifere ritengono che la CCS sia uno dei modi per aiutare le industrie ad alta intensità di carbonio a ridurre le proprie emissioni, poiché un numero crescente di aziende in vari settori si sta impegnando in operazioni a zero emissioni entro i prossimi due o tre decenni.

Le major petrolifere stanno già lavorando a diversi progetti CCS su larga scala volti a decarbonizzare i cluster industriali in alcune parti d’Europa.

LE INIZIATIVE IN CANADA

Anche in Canada, sede delle sabbie bituminose, una delle risorse grezze a più alta intensità di emissioni al mondo, i produttori hanno annunciato una collaborazione per raggiungere le emissioni zero dalle operazioni di sabbie bituminose entro il 2050: si tratta di Canadian Natural Resources, Cenovus Energy, Imperial, MEG Energy e Suncor Energy che insieme gestiscono circa il 90% della produzione di sabbie bituminose del paese.

L’iniziativa è ambiziosa e “richiederà investimenti significativi da parte sia dell’industria che del governo per far progredire la ricerca e lo sviluppo di tecnologie nuove ed emergenti”, ha affermato il gruppo.

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