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VOLKSWAGEN

Quali fabbriche Volkswagen rischiano di chiudere

Un’indiscrezione scuote le fondamenta dell’industria automobilistica globale. Volkswagen, il gigante che per quasi un secolo ha incarnato la potenza manifatturiera tedesca, sta valutando una ristrutturazione strutturale senza precedenti: la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e un taglio della forza lavoro che potrebbe raggiungere i 100.000 dipendenti.

Secondo fonti vicine al dossier, il Consiglio di Sorveglianza di VW è già stato informato del piano di emergenza, che sarà discusso formalmente nel vertice fissato per il prossimo 9 luglio, secondo quanto riporta Reuters. Se attuata, la manovra rappresenterebbe il più grande ridimensionamento nella storia moderna dell’auto, superando per impatto sistemico i tagli subiti da General Motors durante il Chapter 11 del 2009.

GLI STABILIMENTI VW A RISCHiO

Il piano presentato dall’Amministratore Delegato Oliver Blume colpisce il cuore produttivo della Germania. Non si tratta di siti secondari, ma di nodi nevralgici della transizione ecologica del gruppo. La chiusura di queste quattro fabbriche metterebbe a rischio immediato 45.000 posti di lavoro diretti, che andrebbero a sommarsi ai 50.000 esuberi già precedentemente pianificati, secondo Reuters.

La prima fabbrica a rischio chiusura è quella di Hannover, storico quartier generale dei mezzi commerciali e simbolo occupazionale del gruppo. Il secondo nel mirino è Zwickau, il polo d’eccellenza che doveva guidare la rivoluzione elettrica europea, oggi semibloccato dal crollo della domanda di auto a batteria. Nella lista figura anche Emden, presidio strategico sulla costa settentrionale, cruciale per i modelli di volume del marchio. Infine c’è la fabbrica di Audi Neckarsulm, sito caratterizzato da eccellenza ingegneristica, che rischia di vedere una riduzione della capacità per abbattere i costi.

PERCHE’ GLI STABILIMENTI CHIUDONO

Volkswagen si trova stretta in una morsa complessa. Da un lato, pesa la contrazione della domanda nel mercato interno europeo. Dall’altro il produttore paga l’esposizione alle tensioni tariffarie globali e l’avanzata dei costruttori cinesi. Per anni Pechino è stata la cassaforte di VW per sussidiare le inefficienze strutturali europee. Oggi il vento è cambiato. Colossi nativi elettrici come BYD hanno scalzato il gruppo tedesco dalla leadership di mercato. Secondo i dati di AlixPartners, la quota di mercato dei costruttori esteri in Cina è letteralmente crollata dal 57% del 2020 al 32%.

Al contrario, marchi come BYD, Chery, SAIC e Leapmotor stanno raddoppiando le loro quote di mercato in Europa, forti di un vantaggio competitivo sui costi di produzione stimato tra il 25% e il 30%.”I costi elevati sono solo un sintomo, non la causa. Non affrontano la radice del problema, che è la debolezza delle vendite. VW deve portare sul mercato prodotti attraenti e ad alta domanda; solo questo metterebbe fine al dibattito sui costi”, ha detto Ingo Speich di Deka (Azionista Volkswagen)

SCONTRO SULLA GOVERNANCE

Il piano firmato da Oliver Blume e dal CFO Arno Antlitz punta a una vera rifondazione societaria: lo scorporo del marchio core VW e delle attività di componentistica in entità separate, con una contestuale riduzione degli investimenti complessivi nei prossimi cinque anni del 15% (portandoli a circa 130 miliardi di euro).Tuttavia, l’architettura della governance tedesca (la Mitbestimmung) promette un conflitto istituzionale durissimo.

Quasi il 43% dei 667.164 dipendenti globali lavora in Germania. Il sindacato IG Metall e il Consiglio di Fabbrica, che siedono nel Consiglio di Sorveglianza con diritto di veto sulle decisioni strategiche, hanno già annunciato resistenza totale.

LO STATO PROTESTA

Il primo ministro della Bassa Sassonia ha confermato l’intenzione di bloccare qualsiasi ipotesi di chiusura degli impianti sul territorio.

Tuttavia, se nel 2024 un simile tentativo di razionalizzazione era stato congelato dalle pressioni politiche, lo scenario attuale vede le azioni Volkswagen scambiare ai minimi storici da 16 anni. Una pressione finanziaria che stavolta potrebbe ridurre al minimo i margini di mediazione politica.

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