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Effetto Iran: allarme aumento prezzi petrolio e gas. Yergin (S&P Global): “Hormuz non così cruciale”

L’Opec+ annuncia un aumento di produzione. I Pasdaran bloccano lo Stretto di Hormuz. Sono gli effetti dell’attacco all’Iran

Lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran. Qui vi transita circa il 20% della fornitura globale di petrolio. Per Daniel Yergin, vicepresidente di S&P: “Il passaggio via mare non è più così cruciale”

INCUBO NUOVA GUERRA DELL’ENERGIA

L’attacco americano a Teheran oltre al dramma di una nuova guerra produce conseguenze economiche. E su quelle si stanno concentrando le attenzioni dell’Unione europea. Nelle analisi in corso negli uffici della Commissione Ue i dati possono rivelarsi molto pesanti. Secondo quanto riporta Repubblica, il ridotto approvvigionamento di petrolio dovrebbe determinare un rialzo del prezzo anche del gas. In questi giorni i serbatoi sono vuoti e avviare gli acquisti con un picco dei costi non sarà privo di conseguenze. Secondo Bloomberg, quello che si profila è “uno scenario da incubo per i mercati globali”.

OPEC+ E STRETTO DI HORMUZ

Per tentare di frenare il rialzo dei prezzi, ieri l’Opec (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) ha aumentato la produzione di greggio ad aprile di 206mila barili al giorno. Tentativo non riuscito del tutto. Ieri il Brent è balzato del 10% a circa 80 dollari al barile e le previsioni non escludono che arrivi a 100 dollari. Lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran. «A nessuna nave è consentito passare per lo Stretto», è stato il messaggio che i Guardiani della rivoluzione iraniana, i Pasdaran, hanno inviato via radio annunciando il blocco navale della rotta di esportazione petrolifera più importante del mondo. Qui vi transita circa il 20% della fornitura globale di petrolio. Secondo i dossier di Bruxelles questo può provocare una paralisi senza precedenti. Poiché il mercato energetico è interconnesso, anche il prezzo del gas e del Gnl è destinato ad avere un rialzo massiccio già in questi giorni.

EFFETTO DOMINO PER UE

Tutti fattori, quindi, che faranno crescere l’inflazione, ma soprattutto sono in grado di provocare un effetto recessivo su tutta l’economia del Vecchio Continente che già non prevedeva tassi di crescita particolarmente vivaci nel 2026. L’ultimo aspetto che la Commissione sta controllando riguarda i flussi migratori. Una guerra di lungo periodo in Iran può dar vita ad una nuova ondata di migranti. Considerando peraltro che in Iran si sono rifugiati un numero consistente di afgani che davanti ad un conflitto non breve potrebbero scegliere di dirigersi verso la Turchia e l’Azerbaigian per poi trasferirsi in Europa.

YERGIN: “PASSAGGIO VIA MARE NON PIÙ CRUCIALE”

Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global, consigliere di quattro presidenti statunitensi sull’energia e vincitore di un Premio Pulitzer con il libro The Prize: The Epic Quest for Oil Money and Power, non scorge segnali apocalittici. In un’intervista su La Stampa ha detto: «La US Navy da 50 anni si prepara a questo scenario, sanno esattamente come impedire la chiusura dello Stretto di Hormuz». Confermando che la mossa degli Usa, nel secondo giorno del conflitto con Teheran, ha la valenza di rendere più complicato per l’Iran bloccare il collo di bottiglia fra Golfo di Oman e Golfo Persico.  E riguardo alle oscillazioni del prezzo: «Sono propenso a considerare il rialzo passeggero, i mercati sono abituati da decenni ad affrontare le incertezze nel Golfo, mentre non erano preparati all’impatto del blitz in Venezuela di gennaio».

CHI NON DIPENDE DALLO STRETTO DI HORMUZ

Ci sono Paesi nella regione che possono bypassare lo Stretto, altri che ne sono dipendenti in toto. I sauditi – spiega Yergin – hanno la Saudi Aramco East-West Pipeline che consente di collegare i siti produttivi di petrolio e le raffinerie con lo snodo sul Mar Rosso di Yanbu. L’oleodotto ha una capacità di 6 milioni di barili al giorno, ma sta già rifornendo Yanbu con 800 mila barili al giorno ed è probabile che stia alimentando sei raffinerie di Aramco nel centro e nell’Ovest dell’Arabia con circa 1,8 milioni di barili.  Gli Emirati Arabi Uniti possono reindirizzare il flusso del loro export via oleodotto al porto di Fujairah nel Golfo dell’Oman bypassando così Hormuz. A Fujairah arriva già un terzo delle forniture emiratine, 3,2 milioni di barili.

CHI DIPENDE DALLO STRETTO DI HORMUZ

Quelli che rimarrebbero legati a Hormuz sarebbero circa un milione di barili. Iraq, Kuwait, Bahrein e Qatar hanno una dipendenza per il loro export energetico dallo Stretto fra il 97% e il 100%, da cui passano i loro 7,2 milioni di barili al giorno. I mercati attenzionati sono Cina e Usa: è qui che si giocano le oscillazioni di prezzo. La Cina, «ha riempito i suoi centri di stoccaggio negli ultimi tempi, siano questioni economiche o geopolitiche non sappiamo». Gli Stati Uniti invece da «Paese importatore ora grazie allo shale sono un esportatore e le riserve sono ancora ricche da poter assorbire una crisi nel Golfo».

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