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Energia, Bessi: Cina potrebbe diventare grande esportatore di prodotti petroliferi verso l’Occidente

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L’esperto di energia: “L’UE dovrebbe essere più attiva per convincere gli Usa ad aprire di nuovo un dialogo con la Cina, non è ancora troppo tardi”

Seconda puntata  del confronto con il consigliere della Regione Emilia-Romagna Gianni Bessi, analista, saggista ed esperto di energia. Recentemente ha contribuito al volume curato dalla Fondazione Luigi Einaudi e dall’European Liberal Forum “Business future under Eu green taxonomy” sugli scenari politici al centro dell’agenda globale, e della campagna elettorale per le elezioni del 25 settembre, collegati della transizione verso un’economia green. La prima puntata è stata pubblicata lo scorso 3 agosto.

D. Non passa giorno senza che si parli o si scriva di Cina, dipingendo l’impero celeste o come il male assoluto o come il posto più efficiente al mondo. Cosa ne pensa?

«Sono d’accordo con Lei, sul tema ci sono approcci contraddittori. Se ne parli bene vieni accusato di essere filocinese. Se ne parli male divieni un difensore acritico dell’Occidente. Così non va bene. Bisogna sempre guardare ai fatti e questi ci confermano che la Cina è uno dei protagonisti principali nello scenario geopolitico odierno e futuro. Per questo è importante stare attenti a come si muoverà, come recita un vecchio detto, “quando cambia la Cina, cambia il mondo”,  sui fronti caldi dell’economia, dell’energia e dei conflitti internazionali, a cominciare ovviamente da quello ucraino.

D. Partiamo dall’economia.

«In economia la recente decisione di attuare una politica ‘zero covid’ sta condizionando la crescita economica del paese, che secondo il Fondo monetario internazionale a fine anno sarà del 3,3 per cento. Questa dinamica ha ripercussioni internazionali. Del resto è da tempo che è cambiato il ruolo della Cina come attore della globalizzazione così come lo conoscevamo, cioè da quando, il differenziale di prezzi e salari con l’occidente le permetteva di fornire beni a prezzi stracciati. Una condizione di cui, negli ultimi 10 anni, ha beneficiato soprattutto l’eurozona: la Germania in particolare ma anche l’Italia. Se mi si permette una piccola forzatura, forse abbiamo immaginato di potere vivere e prosperare sulle spalle di una specie di colonia, quasi come faceva l’impero britannico con l’India».

D. E allargando lo scenario al futuro cosa ci aspetta?

«Bella domanda. Non sono un appassionato di oroscopo, neppure di quello cinese… A parte le battute guardiamo ancora ai fatti. Per capire le strategie del ‘celeste impero’ l’evento chiave, come lo è del resto ogni cinque anni, sarà il congresso nazionale del partito comunista cinese: quest’anno è il 20esimo ed è previsto per novembre. Fino a pochi anni fa il partito definiva il cammino trionfale del grande paese orientale verso la sommità dell’economia mondiale: ‘l’ascesa pacifica della Cina’ veniva chiamata. Un cammino che forse, viste anche le dinamiche internazionali e gli endorsement più o meno palesi alla Russia, non è più così pacifico».

D. Ci dobbiamo aspettare temi o prese di posizione specifici?

«Più che temi mi aspetterei una definizione del ruolo internazionale della Cina. Quando si apriranno le porte del congresso ed entreranno i delegati, in realtà, questa volta più che mai si apriranno le porte del mondo. E inevitabilmente le decisioni del ‘capitalismo di stato’ cinese influenzeranno ancor di più del passato quello tradizionale e occidentale».

D. Qual è il fronte più interessante, quello su cui concentrare l’attenzione?

«Su questo punto ho avuto un’interessante confronto con Giulio Santagata, economista e già ministro del Governo Prodi, che sostiene che occorre capire se il Dragone millenario è disponibile a continuare ad ‘importare inflazione’ consentendo alle economie occidentali di avere a disposizione un bacino per aumentare la domanda, allora il sistema globale così com’è potrebbe tenere,  altrimenti dovremo dividerlo in sotto aree. Beh per me ha ragione. Se c’è un insegnamento evidente che ci viene dalla crisi Russia-Ucraina è che spezzare le dipendenze o, meglio, le interdipendenze della globalizzazione ha costi rilevanti».

D. Ci può fare un esempio?

«Energy first, per usare un inglesismo».

D. E qui lei gioca in casa, Bessi… Vada pure avanti a “ruota libera”.

«Ci sono indizi che possono fare capire quali saranno le strade che la Cina sceglierà di percorrere, nella sua politica energetica, a iniziare da un legame più stretto con la Russia, già sancito da un accordo per aumentare le forniture di gas e petrolio».

D. Accordi favorevoli per la Cina, immaginiamo…

«E anche molto: Xi è riuscito recentemente a spuntare un prezzo molto favorevole su contratti a lunga scadenza, grazie anche alla necessità di Gazprom di ‘piazzare’ il prodotto e, cosa non secondaria, l’utilizzo che ne sta facendo il governo russo come arma di ricatto verso l’Europa nel contesto del conflitto con l’Ucraina. A febbraio è stato annunciato un primo aumento, pari al 19 per cento, della quota di gas naturale russo che andrà in Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia: grazie a un contratto trentennale, l’obiettivo è di arrivare a 38 miliardi di metri cubi al 2025 (nel 2021 sono stati 16.5 miliardi). Finora, nella prima metà del 2022 si è toccata la cifra di 7,5 miliardi di metri cubi (fonte Cnbc), che rappresenta un incremento del 63,4 per cento rispetto all’anno precedente».

D. Però serviranno infrastrutture capaci di garantire i flussi.

«Nel 2024 sarà operativo il Power of Siberia 2, la pipeline in grado di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Mentre si parla già della progettazione di una terza ‘stringa’».

D. Pechino prenderà dunque il posto dell’Europa nel ‘libro clienti’ di Mosca? 

«La potenza economica cinese consuma 378.7 miliardi di metri cubi di gas all’anno (dato al 2021, fonte Statista.com) e la sua ‘fame’ di energia è in continua crescita. I volumi sono mostruosi e quindi i margini per convogliare gli oltre 150 miliardi di mc/anno ‘europei’ ci sono: occorre però tempo per costruirne le infrastrutture e soprattutto le tecnologie di trasporto. Proprio queste ultime sono forse la parte più strategica e ad alto valore aggiunto per il Dragone: se sarà in grado di sostituirsi come fornitore di tecnologie nella filiera del gas naturale, rafforzerebbe il suo ruolo di potenza energetica mondiale».

D. C’è dell’altro?

«Sì. La Cina controlla in pratica una quota enorme di prodotti energetici russi e questo le servirà per coprire un consumo pro capite che è stimato, nel 2040, superiore a quello dell’UE. Questo la mette nelle condizioni di ‘controllare’ il mercato mondiale: solo per fare un esempio, legato al petrolio, la Cina registra un eccesso del 30 per cento nella propria capacità di raffinazione (Forbes, 7 luglio 2022). Se volesse avrebbe le condizioni per diventare grande esportatore di prodotti petroliferi verso l’occidente, facendo  crescere di un’altra tacca la sua rilevanza economica, ammesso che ce ne sia bisogno. E qui si ripropone il ruolo della tecnologia e non solo quella legata alla produzione».

D. Quali potrebbero essere le conseguenze di questa possibile evoluzione?

«Oggi la Cina, è il più grande inquinatore del mondo, nonostante il piano di realizzare una società climaticamente sostenibile al 2035, essendo responsabile del 29 per cento delle emissioni di CO2. Inoltre il consumo energetico è altamente inefficiente, sia nel settore industriale sia nel riscaldamento domestico, che determina un fabbisogno quattro volte superiore a quello dei paesi Ocse. A questo va aggiunta la sua ancora grande dipendenza dal carbone e la conseguente crescita delle importazioni di fonti energetiche inquinanti. È poi vero che possiede i più grandi giacimenti mondiali di gas di scisto, circa 34mila miliardi di metri cubi, ma per estrarlo servirebbe una quantità di acqua enorme. E anche qui oltre al tema ambientale c’è quello delle soluzioni tecnologiche da trovare. I Mandarini rossi sono consapevoli che la sfida non si gioca su slogan ambientalisti ma sul fatto che la crescita economica sia accompagnata dalla garanzia di una sostenibilità ambientale che può venire solo dall’innovazione tecnologica. È questa la sfida che potrebbe lanciare Xi a novembre…»

D. Una sfida che è anche verso l’Occidente?

«Qualcosa di più! Con l’innovazione nel campo energetico la nuova “fabbrica del mondo” sta già andando in questa direzione, rendendo quanto mai stringente la nostra dipendenza dal grande paese orientale per il percorso di transizione energetica. Il nuovo rapporto dell’IEA certifica che  nell’ultimo decennio la capacità di produzione globale del solare fotovoltaico si è spostata sempre più da Europa, Giappone e Stati Uniti verso la Cina. La quale ha investito oltre 50 miliardi di dollari in nuova capacità di fornitura fotovoltaica – dieci volte più dell’Europa – e dal 2011 ha creato oltre 300.000 posti di lavoro nel settore manifatturiero lungo la catena del valore del fotovoltaico. Oggi, la quota cinese in tutte le fasi di produzione dei pannelli solari (come polisilicio, lingotti, wafer, celle e moduli) supera l’80%. Questa è più del doppio della quota cinese della domanda mondiale di fotovoltaico. Inoltre, il paese ospita i 10 principali fornitori mondiali di apparecchiature per la produzione di impianti solari fotovoltaici.

D. Quindi se è vero che “quando la Cina cambia, cambia il mondo’ occhi e orecchie occidentali dovranno essere attenti a quanto dirà Xi Jinping al congresso del partito. Ma è tutto quello che possiamo fare? Stare a guardare e aspettare?

«No! Assolutamente. Lo dico da convinto europeista e da sostenitore dell’Italia nella Nato. Visto le tensioni su Taiwan e l’annuncio del delistening delle società cinesi da oltre 300 miliardi di dollari a Wall Street occorre muoversi. Ha ragione Romano Prodi che ricorda nel suo recente editoriale su Il Messaggero l’ammonimento di Henry Kissinger: “…quando ci sono tre potenze nucleari dominanti, cioè Usa, Cina e Russia, non è molto intelligente spingere le altre due ad allearsi. Tanto più in questo caso, date le rivalità e le differenze di interessi esistenti tra Cina e Russia”. L’Ue dovrebbe essere più attiva per convincere gli Usa ad aprire di nuovo un dialogo con la Cina…non è ancora troppo tardi!».

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